Dedicato a tutti i Bruno, Lilo, Aki e Fido di tutto il mondo

La rubrica firmata da Alberto Bonvicini, già comandante della Polizia Postale di Savona,  ci accompagnerà con riflessioni dedicate all’impatto dei social network, di internet e delle nuove tecnologie sulla nostra società.
Con lo sguardo esperto di chi ha vissuto in prima linea l’evoluzione (e le derive) del mondo digitale, Bonvicini ci offrirà analisi lucide e senza filtri su temi che toccano da vicino il nostro quotidiano: dalle devianze giovanili alla cultura dell’emulazione, dal web come strumento educativo o distruttivo fino al lento smarrirsi del senso critico.
Uno spazio di pensiero libero, per leggere con occhi diversi quello che ci succede intorno

Dedicato a tutti i Bruno, Lilo, Aki e Fido di tutto il mondo

Mi fa tanto male parlare di questa storia. Troppo male. Ma chiuderò gli occhi e mi sforzerò, perché nella vita ho imparato che anche le cose che fanno male vanno affrontate con lo stesso impegno e onore con cui si fanno quelle piacevoli.

Inizio dicendo – ma ormai credo che abbiate imparato a conoscermi – che anche questa vicenda, anche se non mi piace chiamarla “storia”, è quanto meno incredibile. Anzi, poco credibile. È l’ennesimo tentativo, o obbligo, di far credere alla gente cose che offendono veramente l’intelligenza di chi legge, sente o ascolta.

Cioè: questo tenero e bellissimo cagnone sarebbe morto atrocemente, avvelenato dopo aver mangiato un salsicciotto che conteneva all’interno dei chiodi? Davvero?

Per riflettere su questo, devo partire da un’esperienza personale. Non ne ho molte, anzi, poche. Ma quando anche le cose iniziate da poco le affronti con impegno e dedizione, diventi capace di farle nel modo giusto, senza errori.

Era settembre 2023. In famiglia mi fu chiesto, cortesemente, se potevo occuparmi di un cucciolo acquistato pochi mesi prima, che però, crescendo, iniziava a mostrare disagio a stare tutto il giorno in casa.

Ovviamente risposi con il mio solito: “Figurati, non c’è problema”. Ignaro del fatto che stava per cominciare una delle avventure più belle, emozionanti e lunghe della mia vita.

Il giorno dopo, salii i cinque piani e mi presentai all’appuntamento con il mio nuovo piccolo amico. Una volta messo il guinzaglio, si catapultò giù per la scala, impaziente e curioso di esplorare il mondo fuori casa. Mi chiesi subito: “Mamma mia, quanto tira! Ma dove vuole andare questo fagottino così impaziente e volenteroso?”. E intanto cercavo di stare attento che non mettesse zampa, naso o bocca in posti pericolosi. Qualcuno mi disse: “Ma guarda che è un cane, fan tutti così…”.

Da quel giorno in poi salii tutti i giorni. E lui mi aspettava alla porta come un bambino la mattina di Natale. Da quel momento, non sono mai mancato. Mai un giorno. E ogni volta lui esplodeva di gioia, saltava, correva, impazziva solo perché mi vedeva e sapeva che stavamo per uscire insieme. Scusate se è poco.

Poi, certo, sento certi proprietari di cani – più o meno simpatici, un po’ come quelli di Sassello quando vendono i funghi, o i nolesi col pesce fresco – che dicono: “Sì, mi fa mille feste, abbaia, ma che barba, che noia…”, come direbbe la nostra Sandra nazionale.

E invece io dico: è una cosa meravigliosa, fantastica, unica. Almeno per uno come me, che ha passato la vita a fare favori, piaceri, a tutti, e a essere ringraziato poco, anzi… Le poche volte che non ho potuto farlo, ho persino perso il saluto.

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Un cane non ti chiede nulla. E fa festa solo per il fatto che sei tornato, anche se sei sceso un minuto per firmare una raccomandata all’Agenzia delle Entrate. E quando rientri, per lui è come se fossi mancato un anno. Mio padre lo diceva sempre: è una cosa incredibile, che dà tanta gioia.

E invece, spesso, qual è il ringraziamento per questi esseri viventi tenerissimi? Vengono picchiati solo perché abbaiano, o perché sei nervoso perché il bonifico non è arrivato, o perché la fidanzata non risponde al telefono. Vengono sgridati per ogni piccola cosa. È un festival di frustrazione e cattiveria umana, che esce fuori nel momento più vile.

Eppure loro non giudicano, non si arrabbiano, non portano rancore. Ti guardano e sono pronti a starti vicino. Se solo glielo consenti. E se ti vedono un po’ pensieroso o triste, notano anche il più piccolo, impercettibile cambiamento nel tuo umore.

Dicevo l’altro giorno a un amico: “Ma cosa mi sono perso, in tutti questi anni senza un cane?”. Lo dici con sincerità, e poi ti sforzi di ricordare com’erano i giorni prima. Quei… 58 anni precedenti. Sì, è vero, avere un cane è un impegno. Un grande impegno. Ma impegno significa vita. Significa scendere con lui perché ha bisogno, significa camminare, e ti ritroverai con qualche chilo in meno, più energia, più volontà, più salute.

La mattina presto e la sera tardi non puoi più prendertela comoda: devi muoverti. E lui ti insegna la bellezza di ogni stagione. Ti fa amare l’aria aperta e disprezzare le sale giochi e i bar.

Quando prima sentivo di un cane abbandonato in autostrada, pensavo: “Che gesto orribile, poveri automobilisti che rischiano di investirlo”. Ora penso solo ai suoi occhi, tristi, traditi da chi adorava. È una cosa terribile.

E poi ci sono quelli che fanno loro del male. O peggio: li avvelenano. Gente che dovrebbe essere perseguita penalmente con certezza, non solo con parole, chiacchiere o distintivi.

E poi c’è Bruno. Un eroe. Che ha salvato tante volte. Ma che non c’è più. Perché è stato avvelenato con un salsicciotto ripieno di chiodi.

E allora, scusate se non ci credo. Io ho rotto il contratto con l’idea di diventare addestratore di cani, però se gli do una salsiccia con dentro anche solo una pastiglietta, lui la annusa e non la tocca. E qui dovremmo credere che Bruno ha ingurgitato un salsicciotto pieno di chiodi? Io non ci credo.

L’unica cosa certa è che Bruno non c’è più. Ed è terribile.

Ma lasciatemi dire una cosa. Questa “storia”, come troppe altre storie italiane, è fatta di cattiveria, invidia, rivalsa, interessi. Qualcuno sapeva che Bruno era diventato una star. Poteva andare in TV, ovunque. E così qualcuno ha fatto quello che ha fatto.

È tremendo. Orribile.

Ma di cosa stiamo parlando, in fondo? Del cuore umano. Cattivo, perfido, infame, crudele.

Loro, i cani, non lo sanno. Ti guardano, ti adorano, e ti chiedono solo una cosa: portami con te.

Ci dovrebbero insegnare tutto. E invece non impariamo mai nulla. Pensiamo che tutto ci sia dovuto. Tutto scontato.

Hai ragione, Lilo. Forse è davvero ora di tornare.

Amico mio, ti voglio bene.

Alberto Bonvicini 

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One thought on “Dedicato a tutti i Bruno, Lilo, Aki e Fido di tutto il mondo”

  1. Un articolo che accarezza una diffusissima cinolatria. Tra cani e gatti in Italia superiamo i 20 milioni. Se pensiamo che sono entrambi carnivori, azzerano i nostri sforzi vegetariani; quindi contribuiscono massicciamente ai disboscamenti per far luogo a coltivazioni per la produzione di biada e mangimi. La presenza di una cane o un gatto in una famiglia aveva un senso quando vivevano all’aria aperta fuori cascina, non confinati in un appartamento, da cui non vedono l’ora di uscire; quando i cani facevano da guardia alla casa o al gregge, e i gatti liberavano dai topi, che poi mangiavano; non come ora, che fanno gli schizzinosi, preferendo le croquette, spesso più buone di un cibo per noi. Per giunta, i pet stanno largamente vicariando le culle vuote, quasi un cane o un gatto possano sostituire la nascita di quel figlio che spesso non si fa per motivi economici. Stiamo decisamente puntando verso un’Italia a corto di italiani e sostituiti da migranti e animali domestici.
    Dunque, apprezzo l’articolo da libro Cuore di Bonvicini; ma non facciamo di ogni cane un eroe per il solo fatto di esistere. Ci sono già troppi cani negli appartamenti urbani; e, quasi sempre, lasciati soli là dentro per ore e ore, non fanno che ululare, disturbando tutto il vicinato. La mia è una posizione anti-popolare, tanti ormai sono cani e gatti; ma qualcuno doveva pur dire le cose come stanno, fuori del coro. A costo di essere antipatico

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