Dalla risoluzione del parlamento di Strasburgo ai sogni di guerra dell’ammiraglio
Il 27 novembre scorso al parlamento di Strasburgo è passata una risoluzione che indica la posizione dell’Ue “toward a just and lasting peace for Ukraine”. I deputati affermano 1) che qualsiasi territorio ucraino temporaneamente occupato non sarà legalmente riconosciuto dall’Ue e dai suoi stati membri come territorio russo; 2) sottolineano che qualsiasi accordo di pace non deve porre limiti alla capacità dell’Ucraina di difendere la propria sovranità indipendenza e integrità territoriale. 3) Ribadiscono che l’Ucraina ha libertà di scegliere le proprie alleanze politiche e di sicurezza (id est l’Ue e la Nato) senza che la Russia abbia potere di veto. 4) Sottolineano che qualsiasi accordo di pace deve prevedere il pieno risarcimento da parte della Russia per i danni materiali e immateriali causati in Ucraina e chiedono agli Stati membri di attuare un prestito di riparazione all’Ucraina garantito dai beni russi congelati (sequestrati) in Europa.
Nel contempo condannano l’ambivalenza di Trump e i suoi sforzi per arrivare alla pace trattando direttamente con Putin ed escludendo l’Unione europea.
Sono condizioni capestro imposte a un Paese sconfitto sul campo. E probabilmente nei sogni di Ursula Albrecht in von der Leyen è proprio così ma, si sa, i sogn da svegli sono allucinazioni. Nella realtà l’Ucraina, mandata allo sbaraglio dalla Nato e dagli Usa non ha mai avuto alcuna possibilità di vittoria: ha potuto infierire indisturbata contro le popolazioni russe del Donbass ma nel momento in cui Putin si è deciso a fermarla con l’operazione militare speciale era spacciata. E intelligence, sostegno logistico e finanziario insieme a buona parte dell’arsenale bellico della Nato sono stati inghiottiti nel buco nero di una guerra persa in partenza; ciò che si è salvato delle decine di miliardi andati in fumo sono le ville, i cessi d’oro, i conti milionari all’estero dei membri del regime più corrotto del pianeta.

Left to right: President Volodymyr Zelenskyy (Ukraine) with NATO Secretary General Jens Stoltenberg
Di solito accade che dopo un conflitto armato è il vincitore che detta le condizioni al vinto, che può solo sperare nella sua moderazione.Il problema è che in questo caso il vinto non è tanto l’Ucraina – o il regime imposto dopo la messa in scena di piazza Maidan – quanto la Nato che l’ha organizzata e l’Unione europea che si è buttata a capofitto nel conflitto senza accorgersi che era già in atto prima dell’intervento russo e infischiandosene delle cause che l’avevano provocato. E che ora non accetta lo smacco e nega l’evidenza, continua a gettare benzina sul fuoco e a prospettare l’eventualità di una guerra totale con armi nucleari.

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Resta inteso che da quelle parti si preferisce una tregua alla pace, una tregua sufficientemente lunga per dar tempo alle industrie europee (tedesche, con le briciole a Leonardo) e americane di sfornare missili e carri armati e, se pace dev’essere, che sia provvisoria, giusto il contrario di quel che dichiarano. Non per niente ribadiscono che l’“occupazione” della Crimea, del Donetsk e degli altri territori annessi alla federazione russa è “temporanea”. Come dire che pace o non pace la tensione deve rimanere e alla prima occasione si darà fiato alle trombe.
Infine, siccome notoriamente sta al vincitore risarcire il vinto, ci sono i beni russi congelati in Belgio e in altri Paesi europei: si prendono quelli e con quelli si riarma l’Ucraina, che l’Ue accoglierà a braccia aperte senza stare a sottilizzare su diritti libertà e corruzione sotto l’ombrello della Nato. E al diavolo gli accordi di Minsk.
Bene. I contribuenti italiani pagano lauti emolumenti ai signori che siedono al parlamento di Strasburgo per tutelare gli interessi dell’Italia all’interno dell’Ue e farsi portavoce dell’opinione pubblica nel nostro Paese. Questo compito grava sui 24 europarlamentari di FdI, i 10 di FI, gli 8 della Lega, i 19 del Pd (Socialisti e democratici), gli 8 dei Cinquestelle (Left), i 6 d AVS (4 Verdi e 2 Left); 56 di loro, di destra, di centro e di sinistra, incuranti dei fatti, del buonsenso, della Costituzione italiana, della circostanza che il 100% di chi li ha votati considera la pace un bene primario e non negoziabile, hanno sottoscritto la risoluzione del parlamento di Strasburgo, un documento che definire ignobile e infame è troppo poco.
È ragionevole che davanti allo stesso evento ci siano punti di vista diversi e interpretazioni contrastanti ma non si può impedire la cruda testimonianza dei fatti. Il miserando fallimento dell’invasione del Kursk, che nei piani anglo-ucraini avrebbe dovuto compensare l’avanzata russa nel Donbass ha sancito in modo definitivo la sconfitta della Nato nella guerra per procura contro Mosca. E se non fosse per il mix micidiale di stupidità e di interessi che guida il fronte atlantista la partita sarebbe finita lì. Centinaia di migliaia di ucraini non sarebbero morti per nulla e i governi europei non si sarebbero svenati per una causa persa. Putin aveva concluso con successo la sua operazione militare speciale: se ne doveva semplicemente prendere atto e ricucire immediatamente i rapporti con la federazione russa, senza la quale l’Europa è insignificante, e ritirare sanzioni che stavano facendo male solo a chi le aveva comminate.

Kursk
Certo, in questo modo in tanti sarebbero stati delusi, a cominciare da chi aveva nelle mani le azioni delle aziende riconvertite alla produzione bellica e da quanti si erano prenotati al banchetto della ricostruzione che ogni giorno di guerra e di distruzioni in più rende più ricco. Non solo: normalizzare le relazioni con Mosca significava rinunciare ad uno stato di allerta utile per puntellare esecutivi traballanti e per risvegliare mai sopiti deliri di potenza e rinnovata grandeur. Gli imperi coloniali inglesi e francesi usciti di scena dopo la guerra apparentemente vittoriosa, la Germania ansiosa di riprendere il suo primato militare nel momento in cui viene meno quello economico e industriale, i Paesi baltici già sovietici che vogliono continuare a perseguitare le minoranze russe senza correre rischi avevano puntato tutto sulla determinazione americana che mai e poi mai avrebbe abbandonato il suo fantoccio. Ma il diavolo, si sa, fa le pentole e non i coperchi, rappresentati in questo caso dalle elezioni americane.

Starmer, Macron, Merz
Motivi abietti e calcoli sbagliati, non giustificabili ma se non altro comprensibili, come si può comprendere un costrutto delirante o guardare al dito di un vantaggio immediato e non alla luna di una inevitabile catastrofe. Vale per Starmer, per Macron, per Merz; miopi, illusi, incapaci di considerare più variabili contemporaneamente; ma Meloni e i suoi finti oppositori di sinistra sono oltre ogni possibilità di comprensione. Per loro non si può nemmeno invocare il servilismo di chi si accoda per paura di ritorsioni: nella acritica incondizionata demenziale difesa dell’Ucraina e nella paranoica avversione verso la federazione russa loro sono infatti in prima fila e se gli altri, come lo stesso Tusk, di tanto in tanto mostrano un barlume di lucidità e sembrano vicini a un ripensamento, la Meloni, come la sua controfigura post comunista, sono insensibili allo scorrere del tempo e all’evolvere delle situazioni: come un disco rotto ripetono la solfa dell’aggressore e dell’aggredito e del sostegno all’Ucraina fino alla vittoria; all’Ucraina cuore dell’occidente, modello di democrazia, culla della libertà (parole di quel prestigioso politico non so più se di destra di sinistra o di centro che è Casini). Ma l’Italia non ha alcun conto in sospeso con la Russia né ha mai stretto alcun patto con l’Ucraina; fra la Russia e l’Italia ci sono secolari rapporti di amicizia, mantenuti perfino durante il fascismo e non incrinati dalla sciagurata partecipazione italiana all’operazione Barbarossa, non c’è, non c’è mai stato, alcun motivo di conflitto. Non solo: a breve o lungo termine tutti i Paesi europei pagheranno il conto dell’isolamento della Russia ma l’Italia lo sta pagando già adesso.
La retorica militarista non va scambiata col patriottismo, mai. Ci sono però dei momenti nella storia in cui prevale l’infatuazione collettiva, dei momenti in cui il pathos contagia anche le menti più equilibrate. Penso al giovane Leopardi: “L’armi, qua l’armi io solo combatterò procomberò sol io” o a D’Annunzio che questo slancio lo vive non nel sogno ma nella realtà della beffa di Buccari “Siamo trenta d’una sorte e trentuno con la morte” o al grido “Savoia!” dell’ultima carica di cavalleria nella campagna di Russia ma anche alla folla in delirio che gremiva piazza Venezia quando il Duce annunciava una guerra insensata. Insensata come tutte le guerre viste col senno di poi e col distacco dello storico ma che in tanti suscitava un sentimento di appartenenza, di continuità e, diciamolo pure, di sincero e disinteressato amor di Patria.
Ma oggi? Cosa c’è di nobile, di ideale, di emotivamente se non razionalmente giustificato in una guerra contro la Russia? La difesa dei sacri confini della Patria? Ma chi li minaccia, se non i continui sbarchi di clandestini, quelli che i complici dei negrieri chiamano “disperati che fuggono dalle guerre, dalla fame e dal clima che cambia”? è da questi che dovremmo difenderci, che avremmo dovuto difenderci perché forse è ormai troppo tardi. Ma la Russia no, la Russia non è il nostro nemico, né attuale né potenziale. E non è nemmeno nemico dell’Europa perché non esiste un solo motivo, di qualsivoglia natura, politico, commerciale, finanziario, industriale che giustifichi una contrapposizione fra l’Ue e la Russia. Non solo: l’Unione europea nasce sulla spinta di motivazioni differenti, storiche, ideali e pragmatiche che hanno la loro ragion d’essere nelle potenze coinvolte nella seconda guerra mondiale; prima la CECA, la comunità del carbone e dell’acciaio fra Belgio, Francia, Italia, Germania, Lussemburgo e Paesi Bassi del 1951, evoluta col trattato di Roma di sei anni nella Comunità economica europea (CEE) nella prospettiva di una mercato comune, poi ai sei Paesi si aggiungono il Portogallo, la Danimarca, il Regno Unito, l’Irlanda e la Grecia, firmatari tutti del trattato di Maastricht del 1992, che segna la nascita ufficiale dell’Unione europea come entità politica. A mano a mano che vengono ammessi nell’Unione altri Stati l’originario carattere economico commerciale si stempera in una più marcata connotazione politica e giuridica sovranazionale e il baricentro si sposta verso est a scapito soprattutto dell’Italia, dove il progetto di un’Europa unita aveva preso corpo nel nome di una riconciliazione che avrebbe dovuto servire di esempio per il mondo intero: libera circolazione di merci, di uomini, di idee come antidoto al protezionismo, al nazionalismo, alle rivalità territoriali.
Ma questo è l’aspetto immateriale del progetto europeo, quello intorno al quale avevano cominciato a lavorare De Gasperi, Schumann e Adenauer, un progetto che legittimamente può piacere o non piacere. Poi però ha cominciato a materializzarsi e a dar forma ad una impalcatura fisica diventata col tempo sempre più articolata e complessa, fatta di uffici, commissioni, apparati politici e burocratici che ne hanno fatto, come è accaduto con l’Organizzazione delle Nazioni Unite, un enorme carrozzone, uno stipendificio, un covo di parassiti, una sentina in cui si consumano affari loschi e, quel che è peggio, uno strumento politico nelle mani di gente che con l’Europa reale, l’Europa delle Nazioni europee, non ha niente a che fare e non ha niente a che fare con l’ideale di pace dei “padri fondatori”. È questo il carrozzone asservito agli interessi dell’industria tedesca, della megalomania francese, della longa manus britannica che si allunga verso il Baltico, che è uscito dai binari e ha sposato la russofobia polacca e degli staterelli baltici. Il resto l’hanno fatto l’identificazione dell’Ue con la Nato e, di conseguenza, con amministrazione Biden e le sue mire sull’Ucraina e, su più larga scala, il conflitto cinoamericano con gli Usa che intendevano neutralizzare la Russia per colpire la Cina privata del sostegno politico e militare russo e portarla a più miti consigli sul piano economico, commerciale e finanziario.

Adenauer, De Gasperi, Schuman
In tutto questo l’Italia non centra nulla e con tutto questo non avrebbe avuto nulla a che fare l’Europa unita di De Gasperi, di Schuman e di Adenauer. Per i quali le ferite ancora aperte della guerra erano un deterrente per evitare di precipitare di nuovo nel baratro; oggi, con un deterrente mille volte più terribile di quelle ferite nella culla della civiltà e della razionalità una manica di dementi o di mascalzoni sulla scia di altri dementi e mascalzoni cerca attraverso i media di normalizzare la guerra, di familiarizzarci con la guerra, di farla a poco a poco metabolizzare da un’opinione pubblica violentata da un ininterrotto flusso di informazioni a senso unico, da una schiera di testimonial e influencer che parlano con disinvoltura di riarmo, di ritorno alla leva, di preparazione ad ogni evenienza. Mentre scrivo sento la voce di Crosetto che straparla di rinnovata aggressività della Russia, di necessità di fermare la devastazione dell’Ucraina convincendo non Kiev a rispettare l’autodeterminazione dei popoli della Crimea e del Donbass ma Putin a lasciare campo libero agli oppressori impegnati a farne dei buoni ucraini con le buone o con le cattive. E mentre spara dati e cifre campati per aria presi pari pari dalla propaganda ucraina fa passare il messaggio che tutto ciò è affare nostro, che l’Ucraina siamo noi, che la Russia è il nostro nemico e da quel nemico dobbiamo difenderci. Ma non voglio parlare di Crosetto, la cui sola immagine mi mette a disagio. Iacchetti qualche giorno fa nel salotto della Gruber ha usato una metafora triviale per riferirsi al dato incontrovertibile che se l’Europa dovesse passare dalla guerra per procura ad un attacco preventivo in territorio russo sarebbe polverizzata in poche ore se non minuti. Bene, meglio tardi che mai. Però ha aggiunto che praticamente siamo già in guerra contro la Russia e questa è una affermazione inaccettabile. È così, infatti, che si crea un clima teso ad impedire una reazione violenta di fronte all’ipotesi traumatica di una guerra imminente. L’Italia non è in guerra con nessuno, non lo è oggi e non lo sarà domani. Senza questa consapevolezza viene meno la prospettiva del futuro e tutti i nostri progetti di vita, tutto il nostro agire perdono di significato.

L’ammiraglio Cavo Dragone
Hanno fatto scandalo le parole dell’ammiraglio Cavo Dragone, che da un lato fa passare per oro colato le incursioni russe sui cieli europei, puntualmente rivelatesi frutto della disinformazione pianificata ai vertici Ue e dai servizi britannici, dall’altro rivela con un’impudenza che evidentemente pensa di potersi permettere i piani di una guerra preventiva contro Mosca. Che sia una guerra informatica, batteriologica o nucleare mi pare irrilevante; sta il fatto che per questo alto esponente dei comandi Nato la guerra guerreggiata contro la Russia è già cominciata. Patetici i tentativi di minimizzare di un governo preso con le mani nel sacco. Tajani, che per nostra disgrazia è il responsabile della politica estera italiana, ci ha messo una pezza che ha allargato il buco: è solo un equivoco, è stato frainteso; altri hanno cercato di buttare tutto in burletta e nessuno, nemmeno Salvini ha posto l’aut aut: o Cavo Dragone viene destituito e degradato per avere messo a rischio la sicurezza dello Stato o le sue parole rispecchiano la posizione del nostro governo. E, in questo caso, confermato dal commento della premier che non potendo smentirlo dice stizzita che l’ammiraglio ha parlato troppo, sarà bene che gli italiani si sveglino.
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