Da che parte stanno Civiltà e Democrazia

L’aggressione all’Iran ha messo a nudo la miseria morale dell’Occidente

Il proditorio attacco israelo-americano all’Iran, che si avvia ad essere una bruciante sconfitta per l’Occidente intero, ci insegna diverse cose. In primo luogo i limiti dell’Intelligenza Artificiale, che è un formidabile strumento per lo studio e la ricerca ma è fondamentalmente stupida ed è folle usarla come decisore. In secondo luogo l’inaffidabilità di Trump e la conferma che gli Stati Uniti indipendentemente dallo loro leadership rappresentano una minaccia per l’umanità proprio per il loro impianto militare ed economico finanziario. In terzo luogo l’improrogabilità di uno strumento internazionale di controllo su Israele in grado di bloccare il  comportamento criminale di Netanyahu e dei coloni. Ma ha anche fornito la prova definitiva e inconfutabile che il terrorismo islamista e il ristagno politico e culturale del mondo arabo e, più in generale, islamico sono diretta conseguenza del  neocolonialismo occidentale. E guai a chi si azzarda a  sollevarsi da quel ristagno.

L’Iran che i due soci si illudevano di schiacciare assassinando Kamenei si è stretto intorno alla Guida Suprema e a costo di stravolgerne il ruolo ha voluto sostituirlo col figlio per mantenerne il nome come se fosse una monarchia teocratica ereditaria:  il suo baricentro si è spostato verso i Guardiani della Rivoluzione mettendo in ombra la sua componente laica. E grazie alla sua coesione interna ha dimostrato di poter resistere molto più a lungo di quanto i calcoli del Pentagono facessero prevedere mettendo Trump in un cul de sac  perché ogni giorno che passa è un colpo duro per la sua amministrazione, che deve rispondere dei danni economici e di immagine provocati al Paese.  Il popolo americano è ingenuo e credulone e lui se ne approfitta propinandogli menzogne spudorate come “se non li avessimo attaccati avrebbero sganciato l’atomica su Israele” oppure, in un crescendo rossiniano, “l’Iran voleva conquistare tutto il mondo arabo per poi puntare all’America”; ma sa benissimo che – a differenza dei nostri connazionali – gli americani, e in particolare i suoi elettori, sono anche molto reattivi e se si accorgono di essere presi in giro rischia di non portare a termine il suo mandato e di essere ricordato come un guitto squilibrato e guerrafondaio, lui che aspirava al Nobel per la pace.

Ma l’aggressione, oltre a rivelare la vera natura e la strutturale fragilità della “più grande democrazia dell’Occidente” e a confermare il carattere disumano del regime israeliano,  suggella la nullità politica ed etica dei governanti europei, che si sono dimostrati nella loro nudità uno peggio dell’altro fra Macron, Merz, Starmer e la, purtroppo, nostra Meloni.  Chi ne esce bene sia nell’immediato sia in uno scenario di lungo periodo sono la Russia e la Cina, che non hanno abbandonato – come pensano i nostri sprovveduti maîtres à penser – il loro alleato ma garantiscono con la loro presenza che Trump dovrà  presto o tardi fermarsi lasciando Netanyahu solo con la sua follia sanguinaria e  che l’Iran potrà col loro sostegno riparare i guasti provocati dai suoi aggressori.

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Putin, si dice, ha tutto da guadagnare dall’attacco all’Iran; se ci si riferisce al discredito che ne è seguito per gli Stati Uniti e la Nato  può anche essere vero, ma solo per questo. Il mainstream occidentale ragiona con le proprie categorie mercantili e si fa guidare dai propri pregiudizi ma non riesce a immaginare una prospettiva strategica. Putin è seriamente allarmato per lo stallo che gli americani e i loro alleati stanno provocando sulla via della emancipazione dalla miseria materiale e culturale dei popoli della terra. La Russia punta su un mondo multipolare in cui ogni Nazione è artefice del proprio destino; il suo arsenale militare, a differenza di quello americano, è strutturato per la difesa e non per l’offesa e la sua economia pende più verso l’autarchia e l’omeostasi  che verso  l’espansione. Anche la Cina si è dotata di uno scudo militare che la rende inattaccabile ma la sua economia poggia sul libero mercato e si espande non col supporto politico finanziario – meno che mai militare – ma grazie alla razionalizzazione della produzione manifatturiera, all’acquisizione di energia a basso costo e al vorticoso sviluppo tecnologico. Ne consegue che la politica estera cinese  come quella russa  siano agli antipodi rispetto all’aggressività americana o israeliana: per ragioni diverse Russia e Cina hanno bisogno di stabilità e pace mentre l’Occidente si regge sulle tensioni e l’instabilità. Ma, per dirla con Leopardi “non cape in quelle anguste fronti ugual concetto”;  il riferimento alla Meloni e ai suoi sodali è voluto. Meloni che è arrivata a dire che se il diritto internazionale è andato a ramengo il responsabile è Putin, che avrebbe invaso l’Ucraina all’interno di un disegno imperialistico simmetrico rispetto rispetto a quello americano (questo non si è azzardata a dirlo per non urtare il suo tutore). In realtà è evidente lippis ac tonsoribus che l’Ucraina neonazista era affascinata dalla prospettiva di  diventare il pugnale conficcato nel corpaccione dell’orso russo:  l’avamposto americano diretto verso est per fare il paio con Israele e stringere il Medio Oriente in una morsa. E non è un caso che a sostenere i terroristi dell’ Isis che in Siria  hanno rovesciato il governo laico di Assad uscito indenne dalla primavera araba c’erano anche truppe ucraine, armate, ovviamente, dalla Nato. Ora Zelensky, dimentico della catastrofe che sta provocando a casa sua, ha offerto i suoi servigi ai Paesi del golfo esposti ai contrattacchi iraniani perché “gli specialisti militari ucraini potrebbero contribuire a stabilizzare la situazione nella regione”. Stabilizzare la situazione, vale a dire  mettere  in ginocchio l’Iran. Col dettaglio che risulta difficile conciliare questo attivismo con  la continua questua di armi e denaro e le difficoltà interne (per non dire della vendita di armamenti a gruppi terroristici e del flusso di denaro che finisce nelle tasche dei gerarchi del regime di Kiev).

La resistenza iraniana e la sua capacità offensiva smentiscono Trump e stupiscono l’Europa ma sono un’ulteriore prova del divario morale e culturale che separa l’Occidente dai nuovi detentori del testimone della civiltà umana. Gli americani si credono onnipotenti ma se le armi convenzionali e i missili a medio raggio iraniani hanno bucato le difese israeliane e colpito le basi americane in tutta l’area del golfo i ben più potenti sistemi balistici che l’Iran possiede e che Trump si illude di aver distrutto nonché gli stessi semplici droni sono perfettamente in grado di colpire le portaerei americane e di neutralizzare la capacità offensiva americana. Perché non lo fanno, visto che sono alla disperazione e di fronte alla distruzione del loro Paese ci si potrebbe aspettare un finale nibelungico o, per rimanere nell’area, uno scenario da “muoia Sansone con tutti i filistei”? La risposta è semplice: l’affondamento della Lincoln o della Ford provocherebbe un crisi isterica in tutto l’establishment americano e un’ondata di terrore nell’opinione pubblica di fronte alla quale Trump perderebbe definitivamente la testa. Per molto meno gli yankee hanno sganciato  su Hiroshima e Nagasaki due bombe atomiche  che in confronto con gli ordigni nucleari di oggi sono confetti. Gli iraniani lo sanno e sanno che il prezzo del loro sacrificio lo pagherebbe l’umanità intera. E questa è un’altra prova che dimostra dove sta la  civiltà.

Per concludere

La surreale interpretazione meloniana dell’aggressione israelo-americana all’Iran, condita di vuota retorica, ipocrisia e spudorate menzogne, non merita commenti. Piuttosto, a  proposito di democrazia di cui in Iran non ci sarebbe traccia, com’è che l’unica voce italiana di autentica opposizione, quella di Vannacci, rimbomba  al parlamento europeo ma non riesce ad arrivare in Italia? Se i media, tutti, non lo scotomizzassero il suo peso elettorale sarebbe più che sufficiente per mandare a casa la Meloni. Schlein & C. lo sanno benissimo e non vogliono correre il rischio. Che cos’è un regime se non lo è questo?

Pierfranco Lisorini

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