Cultura e benessere sono una minaccia per il sistema

Cultura e benessere sono una minaccia per il sistema
Povertà e ignoranza garantiscono la pace sociale

La scuola italiana è un malato cronico senza possibilità di guarigione con le terapie disponibili. È indubbio che il Sessantotto ha inferto un duro colpo al sistema formativo e che i decenni successivi hanno visto un succedersi di interventi scomposti e incoerenti ma è anche vero che il degrado ha origini remote. Con l’avvento della repubblica nata dalla disfatta la scuola italiana divenne un campo di battaglia ideologico fra comunisti e democristiani, interessati gli uni e gli altri, per motivi e con obbiettivi diversi, a distruggerla dalle fondamenta. Privata di identità, malferma nel suo impianto, incerta sulla sua funzione educativa e svuotata dei suoi contenuti didattici, colpita al cuore dalla riforma della scuola media e dal dell’istruzione tecnico-professionale ha subito per tutto il corso degli anni Cinquanta e Sessanta un continuo cannoneggiamento contro la riforma Gentile, che, seppure imperfettamente attuata, le aveva garantito una solidità, un’efficacia e un’efficienza senza pari in Europa.

Ho fatto il liceo classico nella prima metà dello scorso secolo. Vi ho sviluppato uno spiccato interesse per la filosofia, salvo poi rendermi conto che non ne avevo capito nulla, non dico poco, e per i classici, dallo studio dei quali ho tratto solo una certa familiarità col greco antico e con la metrica. Quel che ho imparato davvero lo devo a mie letture personali  e all’università, che grazie alla presenza di studiosi come Luigi Russo e docenti meno noti ma di grande rigore ha esercitato  su di me una formidabile azione di stimolo.   Dei miei compagni di classe, quelli bravi, ricordo l’attitudine mnemonica e una grande docilità, gesuiticamente perinde ac cadaver

Insomma ho buoni motivi per testimoniare che nelle migliori scuole del dopoguerra –  il liceo ginnasio di Livorno che nell’albo d’oro dei suoi docenti poteva vantare anche Giovanni Pascoli godeva di grande prestigio – in realtà si imparava ben poco: molto più resistenti e incisive le nozioni ereditate dalla scuola elementare e  un po’ dalla moritura scuola media. Il vero banco di prova, e di formazione, era l’università, che fossero ingegneria con la falcidie nel biennio o le facoltà umanistiche.

Il liceo ginnasio di Livorno che nell’albo d’oro dei suoi docenti poteva vantare anche Giovanni Pascoli

Si imparava poco al liceo, anche se si sgobbava molto. Si era terrorizzati dal latino, un latino orrendamente grammaticale;  il greco dopo i due anni di ginnasio lo sapevamo meglio noi studenti dei professori,   si imparava a odiare Manzoni e i Promessi Sposi, costretti come s’era a mandarne paginate a memoria, si perdeva il gusto della lettura e la poesia ne usciva mortificata da insulsi commenti e da versioni  in prosa.

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Insomma posso dire che quelli della mia generazione per la loro formazione  sono debitori della scuola elementare e, se hanno avuto fortuna, dell’università ma dalle scuole secondarie, fatta forse eccezione per le medie, hanno ricavato  ben poco, ieri come oggi. Le mie figlie, con tutti i loro voti lusinghieri, sono in buona sostanza autodidatte e delle discipline che non hanno coltivato personalmente, dalla storia alla filosofia, dalle scienze naturali alla matematica, sono digiune, loro come i loro coetanei.

Allora non è cambiato nulla? Tutt’altro, è cambiato tutto e non in meglio. Per quel che riguarda le competenze data ormai da decenni il collasso dell’università, sul quale non intendo dilungarmi. La piccola percentuale di professionisti e di docenti preparati deve tutto al proprio dna e alla propria determinazione. Un secolo fa l’Italia era all’avanguardia nella ricerca, nella tecnologia e in tutti gli ambiti della conoscenza e dell’arte, oggi arranca nelle retrovie e ci stupisce se nel buio si accende di tanto in tanto qualche lumicino.

Inoltre della granitica scuola elementare ante Sessantotto rimangono solo rovine e la scuola media dopo l’infausta riforma del 1962 è andata completamente a rotoli. Su tutto il sistema formativo italiano è calata una cappa di piombo.

Ma soprattutto è cambiato l’atteggiamento collettivo verso la scuola, che era insieme di fiducia, di attaccamento, di rispetto e timore reverenziale. Negli stessi licei, dove, insisto, in realtà non si imparava niente di durevole, rimaneva pressoché intatto il prestigio del docente, investito di una autorevolezza che proveniva sì dal ruolo ma che il suo modo di porsi confermava, e non era solo questione di abito esteriore. Ammiravo e provavo soggezione verso il mio professore di filosofia, comunista ed ex partigiano ma di formazione gentiliana, capace di infilarsi in un labirinto di ragionamenti da cui non riusciva a venir fuori, del tutto ignaro dell’obbiettivo che accomuna il filosofo, il matematico e il logicien: rivelare la complessità e la profondità di ciò che è apparentemente scontato e rendere semplice ciò che è apparentemente complicato e inestricabile. Lui faceva il contrario ma lo assolvo per la suggestione che sapeva trasmettere e per il personale carisma.

Oggi senti parlare un docente di storia di una delle università della capitale e ti chiedi da quale serraglio sia scappato: liquida Trump per il ciuffetto arancione e dà del criminale di guerra  e del “mentitore seriale” a Putin, che minerebbe la sicurezza dei cieli (si riferiva alla fake news dell’aereo della signora von der Leyen, chissà cosa gli esce dalla bocca dopo l’altra bufala, la nuova invasione della Polonia). E ti tocca concludere che meno male scorrazza da un talk showall’altro  per non rimanere tagliato fuori dalla politica, così c’è qualcun altro a fare lezione al posto suo. Questo è il livello dell’accademia.

Come uscire da questo pantano?  Se è vero che la scuola la fanno gli insegnanti e gli insegnanti escono da questa università c’è poco da stare allegri.  C’è solo da sperare che non si disperdano nell’anonimato le poche energie culturali e intellettuali che si salvano dal naufragio e che si concentrino in gruppi coerenti.   È il caso, fortunatamente non isolato, dell’istituto comprensivo  diretto da mia moglie in un piccolo centro della provincia di Pisa.  Le dimensioni della comunità sono un ottimo catalizzatore anche perché  l’identità e il senso di appartenenza si sono spostati dal campanile alla scuola, che gode di una centralità sconosciuta nei grandi centri urbani.

Mi rendo conto però che sto arrampicandomi sugli specchi. Che in Italia, scuola a parte, ci siano grandi risorse intellettuali che rimangono isolate lo do per scontato; ma se manca l’elemento aggregante che ne faccia una leva per scardinare il sistema sono energie destinate a disperdersi. Quell’elemento  non può che venire dalla politica, intesa in senso lato, non quella dei battibecchi sul nulla fra i partiti istituzionalizzati. Al momento di quella politica non c’è sentore:  la società italiana appare immersa in un sonno profondo ma, si sa, le cose avvengono da un momento all’altro e spesso colgono di sorpresa. Concediamoci un filo di speranza.

Quel che è certo è che se l’Ocse certifica che un italiano su tre è incapace di decodificare un testo articolato dalle parti della politica politicante si fregano le mani e se il ceto medio è scomparso e con uno stipendio medio di 1500 euro si vive con l’assillo delle bollette e del carrello della spesa nei palazzi del potere ci si sente al sicuro. L’ignoranza e la miseria provocano rassegnazione a meno che non si tocchino i bisogni primari: un relativo benessere, il possesso degli strumenti culturali, la coscienza dei propri diritti sono invece un pericolo mortale per il sistema. E fra chi quel sistema  lo teorizza “sta crescendo la sensazione che il progresso sociale e la crescita culturale ed economica rendano più difficile la vita democratica (sic!), certamente più difficile da gestire in presenza della maggiore sofistificazione dei cittadini, unita alla moltiplicazione dei partiti e al loro progressivo indebolimento, anche per il ruolo giocato dai nuovi media”. Sono parole di Prodi (Il Messaggero, editoriale del 10 settembre), che gettata via la maschera e perso ogni ritegno rivela le apprensioni del club Bildenberg e degli altri salotti in cui si pretende di tenere in pugno i destini dell’umanità. Prodi guarda alla Francia ma teme per l’Italia: per ora può dormire sogni tranquilli perché finché con la fattiva collaborazione della Meloni e dei fratellastri d’Italia la scuola continuerà a sfornare analfabeti disorientati destinati ad una condizione di semi povertà avranno buon gioco i nuovi cani da pastore abbondantemente nutriti di destra e di sinistra (dalle mie parti la pasionaria leghista anti Vannacci e il  suo compagno fanno il paio con la famigliola della sinistra estrema: 40000 euro al mese esentasse, tanto per gradire)  nel garantire ordine e stabilità: tout va très bien, madame la marquise.

Il sistema non vuole avere a che fare con gente, come dice Prodi, “sofisticata”, capace di ficcare il naso nelle stanze del potere e di scoperchiare il verminaio che si nasconde al loro interno. Cultura, intelligenza, tempo libero e liberazione dal bisogno sono una miscela micidiale, tanto più che  il  condizionamento di massa attraverso la stampa e le televisioni sta fallendo anche  grazie a canali di comunicazione alternativi – i “nuovi media” temuti da Prodi -,  che richiederebbero drastici interventi censori non facili da realizzare.

Questo sistema neofeudale  tiene buoni i gruppi marginali tirando loro qualche osso, vellica e si identifica con i potentati economici ma deve deprimere il ceto medio, che non è solo la spina dorsale della società ma il vero soggetto rivoluzionario; bisogna impoverirlo, ammutolirlo e privarlo delle sue armi migliori, la cultura e l’intelligenza. Meloni e la sua banda sembra che l’abbiano capito meglio dei compagni, dai quali si distinguono solo per la maggiore scaltrezza.

Pierfranco Lisorini

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