CRISTIANI E MUSULMANI (II)


Ritratti stilizzati di Giovanni d’Austria e Alì Pascià, gli ammiragli delle due flotte, cristiana e musulmana
1571 La battaglia di Lepanto
L’antefatto
Nel 1570 l’impero ottomano aveva raggiunto la sua massima espansione, enfatizzata dalla conquista di Costantinopoli nel 1453 e poi fermata tre anni dopo dalla battaglia di Belgrado, di cui al capitolo precedente. Il sultano Selim II, figlio di Solimano il Magnifico, voleva dimostrare che l’impero ottomano non dormiva sugli allori delle conquiste di suo padre e, come primo sostanzioso obiettivo, puntò sull’isola di Cipro, formalmente ancora veneziana, nonostante la Serenissima pagasse un sostanzioso tributo per poterne ancora disporre, perdendone la piena proprietà. Le due precedenti vittorie turche e cioè l’espugnazione di Rodi nel 1522 e di Malta nel 1565 avevano scarso valore in confronto alle smisurate ambizioni del successore di cotanto padre. Pertanto, il primo passo verso bottini più pingui, fu, come dianzi accennato, l’isola di Cipro.

Assedio di Famagosta. Terminati viveri e munizioni, il comandante Marcantonio Bragadin fu costretto a patteggiare una resa onorevole col comandante turco Mustafa Pascià, che prevedeva il rilascio della guarnigione verso Creta. Poi, invece del rilascio, il patto venne totalmente disatteso dal turco, che si abbandonò ad ogni nefandezza nei confronti dei vinti
Il sultano pretese che l’isola gli venisse consegnata, sgombrando i veneziani persino da quello che oggi chiameremmo comodato d’uso. Venezia oppose un netto rifiuto, data l’importanza dell’isola per i suoi traffici nel Mediterraneo orientale.
La risposta di Selim non si fece attendere e attaccò dapprima Nicosia, per poi assediare ed espugnare per fame, dopo un anno, Famagosta, ultima roccaforte veneziana sull’isola. I turchi violarono il patto di una resa onorevole dapprima stipulato e massacrarono civili e soldati, decapitarono i capitani veneziani e torturarono brutalmente l’eroico comandante, il veneziano Marcantonio Bragadin, per poi scuoiarlo vivo, riempirne il corpo di paglia, appenderlo al sartiame della nave ammiraglia e infine esporlo come trofeo nell’Arsenale imperiale di Costantinopoli

Ritratto di Pio V. Fu grazie alla sua moral suasion, come diremmo oggi, che si riuscì a costituire, nel 1570, la Lega Santa, che avrebbe spento, ancora una volta, le bellicose mire dell’Islam sull’Europa, sebbene a un prezzo di sangue elevatissimo
La rivincita dell’Occidente: la Lega Santa
Il sangue versato a Cipro e l’orrore provocato dalla spietatezza delle esecuzioni funsero da casus belli presso le potenze occidentali, tanto da riuscire ad alleare, grazie agli sforzi diplomatici di papa Pio V, nazioni fino allora avversarie come la Spagna di Filippo II e la Serenissima di Alvise Mocenigo. Il pontefice si prodigò a fare da paciere e “collante”, non solo di queste due potenze rivali, ma di tutti i Ducati e le Repubbliche che costellavano l’Italia, spesso in guerra fra loro, con l’aggiunta dei gloriosi Cavalieri di Malta. Il risultato dei suoi sforzi fu la Lega Santa, con toni echeggianti quelli delle passate Crociate e il sempiterno nemico: l’Islam.

La mappa rende conto dell’enorme estensione dell’Impero ottomano alla vigilia della battaglia di Lepanto, così come Solimano il Magnifico lo consegnò al figlio Selim II, il quale voleva aggiungervi il suo contributo: niente meno che la Repubblica Veneta e l’Italia stessa
La Lega Santa mise in mare una poderosa flotta al cui comando fu designato don Giovanni d’Austria, figlio illegittimo di Carlo V e fratellastro di Filippo II. Nonostante la sua giovane età (24 anni), aveva già dimostrato notevoli doti di guerriero e capacità aggregative: rappresentava il classico cavaliere rinascimentale. Accanto a lui il settantacinquenne veneziano Sebastiano Venier, con una vita spesa a fronteggiare la minaccia turca sui mari.
La flotta si riunì a Messina, per poi salpare verso la Grecia, con tappa intermedia a Corfù. Risposero all’appello 206 galee, sei galeazze veneziane e 28.000 soldati, più migliaia di marinai e rematori (la forza motrice sussidiaria a quella del vento, composta da galeotti e schiavi). La flotta nemica era composta da 278 galee, trentamila giannizzeri, oltre a marinai e schiavi ai remi. Il rapporto di forze non era quindi troppo squilibrato, pur col vantaggio numerico della flotta turca, al comando di Ali Pascià, veterano di 50 battaglie, tutte vinte.

L’ Arsenale di Venezia, visitato da Dante già nel 1300 e da lui paragonato all’inferno in Terra. “Quale nell’arzanà de’ Viniziani bolle l’inverno la tenace pece… Io vedea lei, ma non vedea in essa ma’ che le bolle che il bollor levava e gonfiar tutta, e risieder compressa”. Inferno, Canto XXI
L’asso nella manica della flotta cristiana erano le galeazze veneziane, frutto della secolare esperienza marittima della Serenissima. Costruite a partire da pesanti navi da carico nell’Arsenale di Venezia, la più grande fabbrica navale esistente, con un soverchiante numero di cannoni pesanti, gittata 500 metri (contro i 200 standard delle galee), ossia un’arma decisiva negli scontri iniziali, capace di affondare le navi rivali con tutto il loro carico di armi e di uomini. Lato debole, la loro stazza, quasi doppia delle galee, e la conseguente lentezza e scarsa manovrabilità.

Gli archibugieri spagnoli, aggiunti ad uomini dotati di sole armi bianche, contribuirono non poco a far pendere le sorti della battaglia verso la flotta cristiana. Con l’ultimo colpo decisivo sul viso di Ali Pascià, che pose fine allo scontro
Le tattiche con cui si affrontarono le navi nel 1571 non erano molto diverse da quelle in uso mille anni prima, o addirittura nella Roma imperiale.

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Le prue delle navi montavano già allora un rostro di bronzo capace di danneggiare o affondare le navi nemiche grazie alla velocità raggiunta dai vogatori. Poi i soldati saltavano sulla nave colpita per dare inizio ad una cruenta lotta corpo a corpo. La stessa tecnica descritta dallo storico Procopio nel 550. La differenza, quel memorabile giorno del 1571, fu attribuibile proprio alle galeazze, un vero inferno di fuoco di artiglieria pesante, nonché all’impiego di un nutrito numero di archibugieri. Dopo duemila anni, Lepanto segnò la fine delle tecniche navali affidate a rapide e leggere galee per passare la palla (è il caso di dirlo!) ai grandi galeoni, dove l’artiglieria pesante e a distanza, grazie alla accresciuta gittata dei cannoni, nonché la variegata gamma dei fucili, avrebbero preso il sopravvento anche nei secoli a venire.
L’Ammiraglio generale dell’intera flotta don Giovanni d’Austria e l’Ammiraglio della flotta veneziana Sebastiano Venier, già citati, furono affiancati da Marcantonio Colonna, Ammiraglio della flotta pontificia, mentre l’ala sinistra e destra dello schieramento, cruciali per evitare l’accerchiamento, furono affidati all’esperienza del veneziano Agostino Barbarigo e al genovese Gianandrea Doria (nipote del leggendario Andrea Doria).

Alba del 17 ottobre 1571. Ecco come apparve lo sbarramento delle navi ottomane alla flotta cristiana
Lasciata Corfù, la flotta veleggia verso la Grecia alla ricerca della flotta ottomana, finché, all’alba del 17 0ttobre, le vedette finalmente l’avvistano: una compatta barriera di vele e bandiere ottomane sventolanti in cima agli alberi maestri. Il giovane Ammiraglio in capo della flotta cristiana, don Giovanni d’Austria, nonostante l’avversità degli altri suoi pari grado, molto più anziani e ricchi di una vita sui mari, dispone che il primo incontro sia lasciato alle galeazze, che precederanno il resto della flotta in totale solitudine, in attesa dell’attacco.
Ali Pascià crede si tratti di navi cariche di armi e munizioni e lancia un nutrito numero di galee all’attacco, sottostimando la capacità offensiva delle galeazze e pregustando un facile sbaragliamento e successivo bottino. Il risultato non tarda ad avverarsi, con decine di galee subito affondate, a distanza, senza arrembaggi reciproci.
La flotta cristiana aveva vinto il primo round; ma la vittoria era tutt’altro che in tasca. L’avversario, pur con parecchie galee danneggiate, prosegue furiosamente il combattimento, col cannoneggiamento reciproco che impegna tutte le galee e, soprattutto, le galeazze. C’è però un fattore che nessuno aveva previsto: la direzione del fumo dei cannoni. Inizialmente, era sfavorevole ai cristiani, accecandoli e rendendo poco precisi i loro tiri. A un tratto, il vento soffiò in direzione contraria, favorendo i cristiani e accecando i musulmani: un segnale visto come intervento divino nelle cronache che seguirono. La situazione si ribaltò e dopo un certo tempo don Giovanni d’Austria decise di puntare direttamente con la prua rostrata contro la galea di Ali Pascià.

L’iniziativa di Don Giovanni d’Austria di avventarsi direttamente col rostro contro un fianco della galea di Ali Pascià concluse rapidamente le sorti della battaglia, dopo un feroce e sanguinoso arrembaggio e corpo a corpo
Le due navi divennero un corpo unico ed iniziò l’arrembaggio. Don Giovanni venne sfiorato al viso da una freccia; ma ben peggior sorte toccò ad Ali Pascià, colpito in pieno viso da un archibugio spagnolo, conclamando nella pratica il provvidenziale uso di armi a distanza, senza le quali nessuno avrebbe potuto superare la cerchia difensiva del comandante turco. Morto sul colpo, la sua testa seguì il destino toccato a Famagosta a Marcantonio Bragadin: issata in alto sul sartiame e mostrata come trofeo alla flotta ottomana, che entrò subito in agitazione e cominciò a ritirarsi.

Don Giovanni d’Austria, Ammiraglio generale delle flotte cristiane coalizzate sotto il vessillo della Lega Santa. Nonostante la sua giovanissima età e la breve esperienza sul campo, la vittoria fu dovuta in gran parte al suo intuito e innato talento militare
La vittoria aveva arriso alla Lega Santa, sottolineando ancora una volta che guerre e battaglie sono appese a tre fattori, inscindibili: genio militare, tecnologia e fortuna. La battaglia di Lepanto, in più, aveva concluso duemila anni di arrembaggi e corpo a corpo, dando la precedenza assoluta al fuoco a distanza. Una tendenza che si consolidò nei secoli successivi, fino ai nostri giorni, con la fine dei combattimenti in trincea e dei successivi scontri frontali, che contrassegnarono ancora la Prima Guerra Mondiale, a favore di bombardamenti aerei, massicciamente usati dagli americani nella Seconda Guerra Mondiale, e, più recentemente, con l’impiego a profusione di missili e droni su distanze fino a pochi anni fa inimmaginabili. Uno sviluppo che ha però trasformato gli agglomerati urbani in altrettanti bersagli, con il coinvolgimento delle popolazioni civili nei teatri di guerra e la distruzione fisica di città e centri di produzione bellica e civile.

Veduta dell’assedio di Rodi, antecedente all’assedio di Famagosta. Si noti la presenza di fitte serie di remi, che, oltre a richiedere uno spazio apposito per i rematori, costituiscono un notevole impaccio di manovra, raddoppiando circa la larghezza delle galee
Un’ultima, non marginale, annotazione. Lepanto pose la parola fine alle galee, con la loro evoluzione a galeoni. Fu anche la fine del loro sinonimo con galere, luoghi di supplizio per le squadre di rematori obbligati con la frusta a vogare senza interruzione alla cadenza voluta dal negriero, in quanto anche un solo remo non in sintonia con tutti gli altri avrebbe scompigliato il regolare procedere della nave. La vittoria della Lega Santa comportò anche la liberazione di 15.000 schiavi cristiani incatenati ai remi delle galee turche (tra loro anche Miguel de Cervantes, futuro autore del Don Chisciotte della Mancia). Da allora in poi la marcia delle navi sarebbe dipesa esclusivamente dalla maestria marinara nella cattura veliera dei venti e le battaglie dalla potenza di fuoco dell’artiglieria. Finché anche il vento cessò di fungere da propellente navale per cedere il passo ai grandi motori marittimi.
Marco Giacinto Pellifroni 13 settembre 2026
[continua]
[Nota. Il presente articolo ha richiesto più spazio di quanto da me preventivato. Ne seguirà quindi un terzo, sulla battaglia di Vienna e miei commenti conclusivi]