Considerazioni in occasione della presentazione del libro “Mai più” di Anna Foa
Lunedì scorso, 1° giugno, alla libreria Cento Fiori di Finale Ligure c’ è stata la presentazione da parte della storica e saggista Anna Foa del suo ultimo libro Mai più.
Anch’esso, come il precedente, Il suicidio di Israele, volto ad affrontare l’annosa e drammatica questione israelo-palestinese.
Con la chiarezza che la contraddistingue e la profonda conoscenza dell’argomento che le deriva dall’essere ebrea e dall’essere stata docente universitaria di Storia Moderna, ha messo in evidenza le problematiche più scottanti della violenta controversia che si protrae da più di un secolo e di cui non solo non si vede la fine, ma che dal 7 ottobre ’23 si è anzi acuita all’ennesima potenza, assumendo forme e dinamiche imprevedibili e inaccettabili.
Tra esse non poteva non emergere la deriva razzista e segregazionista rappresentata con più evidenza da alcuni ministri del governo Netanyahu, in particolare nelle persone di Itamar Ben-Gvir e di Bezalel Smotrich.
Con più evidenza, appunto, ma non affatto esclusivamente.
Infatti la Foa ha in modo esplicito fatto notare che nonostante il tentativo messo in atto da varia stampa e da vari esponenti politici, per lo più filo-governativi e/o filo-israeliani, di addossare a ‘mo di parafulmine i crimini solo a loro di quanto Israele sta perpetrando, in realtà vi è una grossa fetta del governo, della Knesset e dell’opinione pubblica, percentualmente maggioritaria, che ad essi è favorevole, sicché non ci sarebbe da stupirsi se Netanyahu risultasse vincitore alle elezioni del 27 ottobre prossimo.
L’ analisi della saggista ha ovviamente anche riguardato gli insediamenti illegali; i pogrom dei coloni che sanno di godere dell’impunità e spadroneggiano, distruggono e uccidono sotto gli occhi compiacenti e complici, quando non collaboranti, dei soldati dell’IDF, formalmente presenti per difendere i villaggi aggrediti, ma in realtà spessissimo per impedire di difendersi a chi viene attaccato ( e come stupirsi quando il titolare del dicastero delle Finanze israeliano che ha pure la delega all’interno del dicastero della Difesa per competenze particolari sulla gestione civile della Cisgiordania, è Smotrich? ); l’appoggio finora inossidabile di Trump a Israele; la reintroduzione della pena di morte di fatto architettata solo per essere comminata ai palestinesi; le violazioni sistematiche delle leggi del Diritto Internazionale, come da inveterata consuetudine palesatasi agli occhi del mondo platealmente con il rapimento e il processo ad Adolf Eichmann ( della cui cattura si può certo essere contenti, ma che resta comunque all’interno di una mentalità per la quale con sei milioni di morti alle spalle, tutto è consentito, dal sequestro di case e campi all’arresto preventivo senza prove e senza esplicitare motivazioni, alla tortura, alla costruzione di muri e posizionamenti di barriere e check-point che frantumando il territorio frantumano l’identità ); e ancora altro per quanto lo ha permesso il tempo a disposizione.
Infatti una parte di esso doveva essere dedicata al dibattito col pubblico.
Limitandoci al primo intervento, chi poneva la domanda dopo avere in premessa ammesso che Israele dopo il 7 ottobre “è andato oltre”, ha chiesto se anche a lei, cioè a Anna Foa, la Relatrice Speciale delle Nazioni Unite sui Territori palestinesi occupati Francesca Albanese non risultasse particolarmente fastidiosa per quello che va sostenendo.
Domanda quanto mai opportuna, nel senso che ha dato modo alla Foa di affrontare il tema del genocidio, forse il più controverso di questa che solo per comodità espressiva si può chiamare guerra, ma che in realtà è un attacco indiscriminato, continuato e unilaterale contro un popolo inerme che oltretutto in questo momento dovrebbe usufruire di un Cessate il Fuoco formalizzato ma mai rispettato. Addirittura Netanyahu afferma, ormai senza più infingimenti, di volere come primo passo, magari seguito da altri nella stessa direzione, prendersi il 70% della Striscia.
Ebbene, dopo aver rimarcato che l’espressione “andar oltre” non riteneva fosse la più appropriata per definire una reazione che a fronte di 1200 morti ne ha provocato più di 70.000, ciò che ha risposto è stato di essere d’accordo con la Albanese di ritenere quello in corso un genocidio, ma di non condividere l’idea di quest’ultima secondo cui chi non lo considera tale sarebbe automaticamente un filo-sionista.
A tal proposito ha spiegato che prima di convincersi che Israele fosse uno Stato genocida anche lei ha avuto una fase di indecisione, che però si è dissolta quando ha sentito le testimonianze di organizzazioni umanitarie i cui componenti rischiano ogni giorno la vita come Medici senza Frontiere e B’Tselem, tanto per citarne una esterna e una interna ad Israele. Quello che queste organizzazioni hanno testimoniato dalla loro posizione di terzietà, è stato per lei determinante.
E d’altra parte se Israele davvero volesse dimostrare che l’accusa di genocidio è infondata, potrebbe aprire le porte di Gaza ai giornalisti. Ma se ne guarda bene…
Verrebbe fuori che il numero citato dalla Foa è per difetto, perché i morti che ha considerato sono quelli che sono stati contati.
Poi, tralasciando che forse sarebbe giusto considerare pure coloro che per le conseguenze di ferite, malattie non curate, fame, infezioni, sono destinati a morire, ci sono quelli sotto le macerie, che sono ancora da contare.
Così ai tanti altri obbrobri di questa vicenda si aggiunge come i giornalisti abbiano imparato a liberarsi del corpetto con la scritta PRESS ben riconoscibile stampigliata a grandi caratteri, perché hanno capito che non gli serve per non farsi ammazzare, ma per aiutare i cecchini dell’IDF ad ammazzarli meglio.
L’articolo dedicato al libro Mai più? di Anna Foa affronta un tema delicato e quanto mai attuale: il rapporto tra la memoria della Shoah e il suo utilizzo nel dibattito politico contemporaneo.
Per decenni il “Mai più” è stato considerato un monito universale contro ogni persecuzione, discriminazione e violenza. Oggi però assistiamo a una crescente polarizzazione che rischia di trasformare la memoria storica in uno strumento di appartenenza politica piuttosto che in un patrimonio condiviso dell’umanità.
Il merito dell’articolo è quello di ricordarci che la storia non dovrebbe mai diventare una religione civile intoccabile. Studiare il passato significa comprenderne la complessità, le contraddizioni e persino le zone d’ombra. Significa accettare il confronto tra interpretazioni diverse senza per questo mettere in discussione i fatti storici accertati.
In un’epoca dominata dagli slogan e dalle tifoserie ideologiche, il lavoro degli storici assume un’importanza ancora maggiore. Non per fornire verità assolute, ma per impedire che il passato venga piegato alle esigenze del presente.
La lezione più importante che emerge da queste considerazioni è forse proprio questa: la memoria non è un monumento immobile. È un esercizio continuo di consapevolezza. E il “Mai più” perde il suo significato se viene applicato soltanto ad alcune tragedie e non ad altre.