Cinema: Ave Cesare

RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO

Ave Cesare

RUBRICA DI CINEMA A CURA DI BIAGIO GIORDANO
Ave Cesare

 

Ave Cesare, di J. e E. Coen, con Scarlett Johansson, Emily Beecham, produzione Usa, genere commedia, durata 106 minuti.

Stati Uniti, 1951, Maccartismo operativo, caccia al comunista. 

Hollywood, la città mondiale del cinema ha qualche flessione nei guadagni, il successo di massa dell’automobile nel weekend ha allontanato diversi spettatori dalle sale, ma il numero dei cinema visti in auto, drive-in, sono in forte espansione, e lasciano ben sperare per il futuro della settima arte. 

 Il film. Da una parte: sceneggiatori in rivolta contro i ricchi produttori di film. Sfruttati, maltrattati, mal pagati, gli sceneggiatori, spesso scrittori di libri di successo, si ritengono i veri autori dei film che scrivono, più importanti quindi del regista, del direttore della fotografia, e del produttore, quest’ultimo secondo loro è infatti privo di ogni umanità, in quanto troppo industriale, ossia del tutto estraneo allo spirito sognante e poetico  che caratterizza il cinema: egli è vero caccia fuori  i soldi, ma solo per fare un investimento a resa sicura. 

 Gli sceneggiatori ribelli finiscono per sposare in segreto le tesi marxiste, e vedersi in gruppo, fuorilegge, per raccontarsi. Raccolgono soldi per i compagni sovietici, e si lasciano permeare nelle loro riunioni clandestine dal valore di verità e spiritualità contenuto nelle teorie sul capitale. Un personaggio, simile a Herbert Marcuse per sembianze e analisi politiche, appare sempre presente nelle riunioni di gruppo: è il loro profeta.

 Dall’altra: produttore cattolico tutto di un pezzo, serioso, manesco con i dipendenti,  ossessionato dal confessionale, gestisce con profitto i suoi investimenti, ritenendo essenziale per il successo dei suoi film non mostrare crepe nel mondo che racchiude il cielo degli dei donato dal cinema agli spettatori per i loro piaceri identificativi. Per non deludere occorre mantenere alta l’immagine valoriale ed etica dell’intero staff durante e dopo il lavoro sul set. Egli pretende dagli attori sobrietà, parsimonia nei desideri sessuali, rettitudine morale, riservatezza, rispetto per il prossimo, assenza di pensieri sovversivi dai risvolti pratici.

La mitologica fabbrica dei sogni che è Hollywood va custodita e protetta da ogni irruzione del reale, soprattutto quello rappresentato non dall’alter-ego dell’attore, che nel suo lavoro sta, un po’ paradossalmente, è presente nella recitazione stessa, ma da ciò che di più autentico e intelligente del suo pensiero penetra nei  luoghi pubblici diffondendosi.

Quando le idee degli sceneggiatori cominceranno a fare proseliti anche tra gli attori, non rimarrà al produttore che usare le maniere forti: schiaffeggiarli per farli ritornare in sé dopo la ubriacatura prodotta dall’ideologica sovversiva.

Film ironico, sarcastico, sprezzante, derisorio, satirico, su un mondo industriale, quello del cinema, molto particolare, che ricompone terapeuticamente il passato più mitologico dell’uomo ricco di magica spiritualità, con un  presente più ansioso nevrotizzato dalla scienza, dall’utile, dalla competizione. Grande regia e sceneggiatura.

          Biagio Giordano  

 

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