Chi non vuole la pace
Passano i mesi e, ahimè, gli anni e diventa sempre più evidente che un accordo di pace in Ucraina è impossibile perché non lo vogliono né Zelensky né i suoi burattinai europei. Un’evidenza che è nei fatti, discende dalle stesse ragioni del conflitto ed è corroborata dall’altrettanto evidente intenzione di Putin di chiudere la vicenda.

Che la Russia non abbia alcun interesse a continuare la guerra lo dimostrano due circostanze. In primo luogo la pressione militare che non si traduce in un attacco finale ad un esercito esausto che non sarebbe in grado di reggerlo nemmeno un minuto ma si limita ad una lenta inesorabile avanzata; i nostri media e i nostri politici la imputano di volta in volta ad una debolezza strutturale delle forze russe – come fa la Kallas – o all’eroica resistenza dell’esercito ucraino. Non sto a insistere sull’inconsistenza di entrambe le tesi e sulla cattiva fede di chi le sostiene per non riconoscere l’ovvietà: Mosca ha raggiunto il suo obbiettivo, che era e rimane quelli di garantire la sicurezza delle repubbliche del Donbass russofono. Un obbiettivo a ben vedere non solo legittimo ma minimalista, se si pensa all’intollerabile trattamento riservato dal governo di Kiev alla minoranza russa in tutto il Paese: imposizione forzata della lingua ucraina e proibizione di quella russa (l’Austria, la Germania e l’Ue starebbero a guardare se noi impedissimo l’uso del tedesco in Alto Adige?) e la persecuzione della Chiesa ortodossa dipendente dal patriarcato moscovita.
Tutto da parte di un Paese che non ha mai fatto i conti col suo passato nazista e col fattivo contributo all’Olocausto. E vengo all’altra ragione che spiega perché Putin non intende annientare l’Ucraina, Dopo il golpe di piazza Maidan e l’insediamento del comico costruito dall’amministrazione Biden la maggioranza che si riconosceva in Janukovic si è dissolta e l’avanzata verso Kiev dell’esercito che avrebbe dovuto rinfrancarla e mobilitarla lo ha dimostrato: la Cia e i gruppi neonazisti avevano fatto un buon lavoro. Putin ne ha preso atto e ha rinunciato a marciare sulla capitale; il sostegno alla minoranza russa e la denazificazione avrebbero richiesto l’assoggettamento di Kievmanu militari, e per Putin sarebbe stato un pessimo affare. Infatti la federazione russa si sarebbe accollata la zavorra ucraina e la spina nel fianco di un’opposizione che ricorre sistematicamente al terrorismo. Nella classifica dei Paesi più poveri l’Ucraina occupava stabilmente i primi posti e non credo che questi quattro anni di guerra le abbiano giovato così come non sono serviti a ripulire le sue istituzioni dall’endemica corruzione ma l’hanno aggravata: un corpo infetto, insomma che Putin lascia volentieri alle cure dell’Unione europea. Quello che il Cremlino non tollera è che l’Ucraina diventi una base Nato, stop. E anche questo obbiettivo è ormai acquisito.

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Poi c’è la questione surreale dell’armamento nucleare. Quando l’Ucraina era parte dell’Urss Mosca aveva stoccato una parte del suo arsenale atomico in territorio ucraino, come continuano a fare gli americani che per ragioni strategiche hanno disseminato di testate nucleari i loro vassalli della Nato, Italia compresa. Vorrei vedere, se qualcuno di quei vassalli uscito con un colpo d’ala da quella sciagurata alleanza avrebbe l’impudenza di considerare sue quelle testate. Che sarebbero oltretutto inutilizzabili perché il loro armamento dipende da Washington come quelle che stazionavano in Ucraina da Mosca. Eppure c’è qualche opinionista – ignaro della loro inutilizzabilità – che considera un errore dei governi ucraini l’aver restituito quello che non era proprietà dell’Ucraina: se non l’avessero fatto, dicono, l’Ucraina poteva essere la terza potenza atomica del continente (Russia esclusa). Come mettere una pistola carica in mano a un mentecatto.
Ma di mentecatti in Europa ce ne sono eccome, a cominciare dai leader degli staterelli baltici. Mentecatti o mascalzoni che incoraggiano il loro burattino a non mollare illudendolo che quando non avrà più carne da mandare al macello interverrà a salvarlo l’esercito europeo. Perché lo fanno e perché Zelensky sta al gioco? Il questuante ucraino al quale la nostra Meloni ha giurato eterno amore è terrorizzato dalla prospettiva della pace. A guerra finita lo aspetta la resa dei conti e non credo che i suoi complici in patria gli consentirebbero di svignarsela con la borsa. Schiacciato fra l’establishment nazista che l’ha sostenuto ma non è disposto ad accettare la resa e una nazione a cui dovrebbe spiegare in nome di cosa è stato compromesso il suo futuro, Zelensky non ha scampo nonostante gli sforzi degli europei che fanno di tutto per presentarlo come un eroe nazionale, un David redivivo che difende tutti noi dal Golia russo senza che ci sia dato di sapere cosa ne pensano i diretti interessati. I telegiornali continuano senza il minimo ritegno a mostrarci un popolo che combatte per la propria libertà, patrioti che sacrificano la loro vita anche per noi (lo dice senza arrossire la Meloni per giustificare l’invio di armi e il sostegno economico a Kiev).
In realtà agli ucraini del Donbass russo non importa niente e per questo niente intere generazioni sono state annientate. Chi ha potuto si è riversato in Europa e negli Stati Uniti, chi è rimasto ha cercato in tutti i modi di sfuggire alla caccia dei reclutatori, si è finto malato, ha pagato per non essere spedito al fronte. I fanatici nostalgici della croce uncinata, massacratori del loro connazionali, peggiori degli originali nei confronti della popolazione civile nel Donbass prima della sua liberazione e nel Kursk provvisoriamente occupato, dove hanno bruciato chiese, saccheggiato abitazioni, stuprato donne, ucciso vecchi e bambini inermi hanno oscurato l’immagine della gente comune, privata di ogni alternativa politica e alla quale non solo il regime di casa loro ma tutta la stampa europea ha tolto la voce. Ma a guerra finita saranno ancora in grado Zelensky e la sua cricca di metterla a tacere? e se i milioni di ucraini che assistono da lontano comodamente seduti alla carneficina dovessero tornare alle loro case e riprendersi i loro beni come sarà la convivenza fra loro e quelli che i mezzi per scappare non li avevano e hanno perso amici, fratelli, figli, genitori?
Insomma il dopoguerra non promette nulla di buono per Zelensky, per i profittatori del regime, i politici, i vertici militari, che hanno tutto l’interesse a una guerra senza fine. L’ex comico si aggrappa al sogno di una guerra mondiale, sabota in tutti i modi i negoziati, prega che Putin muoia e cerca l’aiuto degli inglesi per assassinarlo. Tanto dovrebbe bastare ai burattinai europei e americani per scaricarlo. Invece no. A quei burattinai, inglesi e tedeschi in testa, fa comodo per motivi diversi ma convergenti mantenere alta la tensione, creare un clima e un’economia di guerra, intimorire l’opinione pubblica, abbattere quello che finora era il tabù della guerra atomica. Fa comodo agli inglesi che non riescono a rassegnarsi al ruolo di potenza trascurabile, fa comodo ai tedeschi che con la crisi dell’auto rischiano di sprofondare e fa comodo a tutto il sistema di governance europeo. Faceva comodo ai dem americani ma a ben vedere torna utile, al di là delle apparenze, anche a Trump, un po’ perché gli consente di continuare a pavoneggiarsi nel suo ruolo di arbitro di una partita interminabile e un po’ perché in buona sostanza cambiano lo stile e la punteggiatura ma il copione dell’imperialismo americano rimane lo stesso.
Trump, che è tutt’altro che uno sbruffone sprovveduto e incoerente come vorrebbe quella sezione dei dem americani che è diventata l’Europa (Meloni, che gioca almeno due parti in commedia è un – brutto – caso a sé), ha capito che può tranquillamente prendere a calci Zelensky, essere amico di Putin, disimpegnarsi dal conflitto ma incoraggiare l’Europa a continuare a buttare benzina sul fuoco; in questo modo l’Europa si esaurisce, sparisce dal tavolo delle potenze mondiali, alimenta l’industria bellica americana ed è costretta a comprare gas e greggio dagli Stati Uniti. Cosa può volere di più? Gli inglesi stanno sprofondando in una irreversibile crisi identitaria: una sorta di Nemesi che punisce il loro colonialismo imperiale, e se il loro potenziale economico e finanziario è tuttora fra i principali a livello globale il trend negativo destinato ad aumentare, mentre le istituzioni stanno attraversando una crisi che non promette nulla di buono e il governo laburista sta annaspando col fiato sul collo di una destra popolare difficilmente addomesticabile (come quella italiana) . Starmer si gioca tutto col bellicismo, punta sull’industria e la tecnologia militari, collabora attivamente col terrorismo ucraino ed evoca lo spettro della guerra mondiale. Peggio di lui l’uomo d’affari che ha preso il posto che fu di Adenauer e della Merkel, che si è messo in testa di fare, o meglio rifare, della Germania una grande potenza militare e ora, con una singolare inversione di ruoli, si trova a fare i conti col più forte partito populista d’Europa che si oppone al riarmo in funzione ucraina e antirussa. Un partito col quale Vannacci ha avuto l’accortezza di accordarsi nel parlamento europeo, lasciando senza rimpianti il gruppo molliccio e ambiguo di cui fa parte la Lega. Insomma per Starmer e per Merz la guerra in Ucraina è un affare sia per le rispettive economie sia soprattutto per la loro tenuta politica e entrambi hanno tutto l’interesse che prosegua all’infinito. Macron condivide con loro la debolezza politica e anche lui ha bisogno di un distrattore che sia anche occasione per occupare la scena internazionale ma i vantaggi economici e industriali derivanti dalla fornitura di armi e tecnologia a Kiev non compensano l’ostilità della grande maggioranza dell’opinione pubblica francese, tanto più che l’economia francese è molto differenziata e non dipende dalla forza trainante dell’industria bellica. Anche la Francia trae notevoli vantaggi dalla prosecuzione della guerra ma è più attrezzata di fronte alla prospettiva della pace: da qui le sortite imprevedibili del presidente, impegnato a ritagliarsi un ruolo personale all’interno dell’Ue e della Nato e pronto ad affiancare Trump nel ruolo di mediatore.
E l’Italia? L’Italia dall’abbraccio fra Meloni e Zelelnsky, dal bellicismo di Crosetto e della Picierno, dal matrimonio fra centrodestra e Pd in funzione antirussa celebrato da Calenda ha solo da perdere. I modesti guadagni di Leonardo o Fincantieri non sfiorano nemmeno una produzione industriale stagnante e un Pil che non riesce a garantire salari in linea con quelli dell’Europa che conta. A noi toccano solo i costi del sostegno all’Ucraina senza alcun beneficio. Ci siamo giocati l’amicizia con la Russia, contro la quale vomitano veleno Mattarella, la maggioranza e tutto l’arco costituzionale, dimentichi che non esiste, non è mai esistito, alcun motivo di competizione o rivalità con l’impero russo, con l’Urss o l’odierna federazione russa. Il Piemonte partecipò alla guerra di Crimea solo per darsi un tono internazionale, l’Italia fascista attaccò proditoriamente e senza ragione l’Unione sovietica solo per non lasciare che Hitler fosse l’unico beneficiario di quella che pareva una sicura vittoria; ora per compiacere i vertici Nato e i falsi sodali dell’Ue votiamo le sanzioni, plaudiamo alla esclusione della Russia dalle olimpiadi invernali e ci rammarichiamo che non si faccia altrettanto per le paraolimpiadi, trasmettiamo dai nostri telegiornali solo propaganda ucraina, cacciamo gli artisti russi e svuotiamo i nostri arsenali perché vengano usati contro i russi. E non si leva una sola voce che smascheri la volontà di trasformare l’Ucraina in un cimitero pur di non arrivare alla pace, che dica forte e chiaro che il ritornello della pace “giusta” che rimbalza da destra, al centro, a sinistra significa solo volere che la guerra continui fino all’ultimo ucraino. Masochismo? No davvero: se il Paese ne esce malconcio, l’impennata dei costi dell’energia si riflette sul carrello della spesa, se i legami storici e culturali con la Russia si spezzano per la Meloni non è un problema: la sua faccia sulla copertina di Time val bene la rovina dell’Italia.
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