C’è stato un tempo in cui le professioni avevano nomi semplici, poi è arrivata la grande invasione dell’inglese aziendale

C’è stato un tempo – non lontanissimo – in cui le professioni avevano nomi semplici.
C’era il ragioniere, il venditore, il consulente, il pubblicitario. Uno leggeva il biglietto da visita e capiva subito di cosa si occupasse quella persona.

Poi è arrivata la grande invasione dell’inglese aziendale.

All’improvviso il consulente non è più consulente: è diventato Marketing Advisor.
Il venditore non vende più: è un Sales Manager.
Chi risponde ai clienti è un Customer Success Specialist.
E quello che una volta mandava qualche email pubblicitaria oggi si presenta come Lead Generation Strategist.

Il fenomeno ha qualcosa di affascinante e allo stesso tempo di comico.

Prendiamo ad esempio la figura del Marketing Advisor – consulenze marketing, formazione CRM/BDC, strategie digitali.
A leggere il titolo sembra quasi che questa persona passi le giornate a progettare missioni su Marte insieme alla NASA.

Poi vai a vedere cosa fa davvero.

Parla con aziende che vogliono più clienti, controlla se il sito funziona, organizza qualche pubblicità online e spiega ai dipendenti come richiamare i clienti che hanno lasciato il numero sul sito.

Tradotto in italiano semplice: aiuta le aziende a vendere di più.

Nulla di male, anzi. È un lavoro utile.
Ma il modo in cui viene raccontato spesso sembra uscito da una sceneggiatura della Silicon Valley.

In fondo è un po’ come è successo nella scuola italiana quando il bidello è diventato “collaboratore scolastico”.
Il corridoio è sempre lo stesso, la scopa pure. Cambia il nome sul cartellino, non il lavoro.

Negli ultimi anni il marketing digitale ha creato una vera e propria giungla di titoli professionali. Alcuni sono quasi poetici.

C’è il Growth Hacker, che dovrebbe far crescere le aziende con tecniche quasi segrete.
Il Funnel Architect, che costruisce “imbuti” digitali per portare i clienti fino alla carta di credito.
Il Brand Evangelist, che suona più come un predicatore che come un pubblicitario.

E così il linguaggio del lavoro si è trasformato in una sorta di inglese creativo, dove ogni mestiere sembra più sofisticato di quello che è.

Naturalmente non è un fenomeno solo italiano. In tutto il mondo il business ama i titoli altisonanti: un po’ per darsi importanza, un po’ per sembrare più moderni, un po’ perché l’inglese fa sempre un certo effetto.

Alla fine però, sotto gli strati di parole straniere, la realtà rimane sorprendentemente semplice.

Le aziende vogliono vendere.
I clienti vogliono comprare solo se sono convinti.
E qualcuno deve trovare il modo di far incontrare le due cose.

Che lo si chiami consulente marketing o digital strategy advisor, il mestiere resta sempre lo stesso.

Solo che, detto in inglese, sembra molto più complicato.

U.L.

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