Cancellazioni

Che cos’è un Cessate il Fuoco? Una tregua. E cos’è una tregua lo sappiamo tutti. Ma Toufic Bou Mehri, il guardiano francescano del convento di sant’Antonio della città libanese di Tiro, non ne è più tanto sicuro, perché ha il forte sospetto che per gli israeliani abbia un altro significato da quello comunemente inteso, come si desume da quanto dice a “La Stampa” del 10 giugno 2026:
Come si traduce la parola tregua in ebraico? Forse non capisco cosa vuol dire, forse significa che l’altro non mi colpisce ma io per scuse e diritti di difesa posso continuare a bombardare dove mi pare. Dicono che gli attacchi al Sud sono un messaggio per l’Iran. Per mandare un messaggio a loro cacciano decine di migliaia di persone dalle loro case.
E in effetti sembra che il governo israeliano la parola “tregua” se la traduca a modo suo, in barba a grammatica e vocabolario; e che anzi la stravolga a proprio uso e consumo se agli abitanti di Tiro è stato intimato di lasciare sùbito la città, senza dare indicazioni su quanto tempo avessero per raccogliere le proprie cose e organizzare la famiglia ad abbandonare una casa che probabilmente non avrebbero più rivisto. O che avrebbero rivisto occupata da disperati che comunque decidono di rischiare e restare, o saccheggiata dai soliti immancabili sciacalli.
Ma è una prassi consolidata per Israele. Tanto sa che nel mondo si leverà qualche protesta ma poi, nella convulsione generale in cui le nefandezze del giorno dopo oscurano quelle del giorno prima, tutto gli verrà sostanzialmente condonato e avrà perciò spazio per continuare a fare qualsiasi cosa nell’impunità.
Basterà che offra qualche giustificazione di facciata, anche francamente risibile ( anzi, tanto meglio se risibile, perché sarà un modo per dire che si sente così intoccabile che può permettersi di prendere in giro il mondo ), da suggerire a quei paesi che ne hanno bisogno per dare una generica risposta a quei loro cittadini costernati su come si possa chiedere a 100.000 persone di andarsene in massa, innescando una logistica dell’esodo dagli effetti inimmaginabili: famiglie senza mezzi di trasporto che si trascinano a bordo strada, carrozzine a rotelle che fanno lo slalom tra le file di auto, genitori costretti a portare in braccio i figli, magari affidandone qualcuno a quelli un poco più grandi, mezzi della Croce Rossa e della Mezzaluna Rossa stracarichi e, per gli allettati e i malati gravi, barelle portate a mano da chi comunque deve trovare il modo di salvare il salvabile delle masserizie e, soprattutto, dei documenti.
Perché, ecco, il rischio forse più grande dopo quello di perdere la vita, è proprio quello di perdere l’identità. Di ritrovarsi senza un nome, una storia, una proprietà, una relazione di parentela anche la più stretta, per cui in futuro sarà tutto da dimostrare che la moglie è la moglie, i figli sono i figli, i genitori sono i genitori. Incombe insomma l’espropriazione del proprio diritto di far parte di una società. Che non si sa quale sarà, se e quanto continuerà ad essere organizzata statualmente, e se quello Stato che magari sarà lo stesso, o simile o completamente altro dall’ attuale, pretenderà che si dimostri chi sei, e non avrà forse né tanto tempo né tanta capacità di riconoscerti burocraticamente.
Oppure addirittura avrà interesse a non farlo, come accade per i palestinesi cui Israele chiede, nel bailamme che essi devono sopportare tra evacuazioni, macerie, sfollamenti continui, che vedono mettere a disposizione dei coloni quelle abitazioni e terre da sempre loro e dei loro padri ma i cui documenti di proprietà, mappe catastali, atti notarili, non posseggono o non trovano più.
O magari troverebbero se solo avessero i mezzi per scavare tra i detriti, cemento, ricordi, di quella che un giorno era stata la loro casa.
L’articolo offre uno spunto che va oltre la cronaca internazionale e tocca un fenomeno sempre più diffuso nelle società occidentali: la tendenza a cancellare, rimuovere o riscrivere ciò che disturba la narrazione dominante.
Il termine “cancellazione” richiama immediatamente la cosiddetta cancel culture, ma il problema è più ampio. Oggi sembra che ogni epoca abbia bisogno di eliminare simboli, idee, libri, monumenti o persino persone che non si adattano più alla sensibilità del momento. Invece di comprendere la storia, si tenta spesso di correggerla.
La storia, però, è fatta anche di errori, contraddizioni e pagine scomode. Cancellarle non significa comprenderle meglio. Significa semplicemente rischiare di dimenticarle. E una società che dimentica il proprio passato finisce spesso per ripeterne gli errori.
L’articolo invita implicitamente a riflettere su un aspetto che riguarda tutti gli schieramenti politici. Ognuno, quando è al potere culturalmente, tende a voler cancellare qualcosa: una statua, un nome di strada, un libro, una voce dissidente, una memoria collettiva. Cambiano gli obiettivi, ma il meccanismo resta lo stesso.
Anche in Italia assistiamo spesso a questo fenomeno. Si discutono targhe, monumenti, intitolazioni, anniversari e ricorrenze come se il problema fosse eliminare il ricordo anziché contestualizzarlo. È una scorciatoia che evita il confronto e sostituisce il dibattito con la rimozione.
Secondo me la vera forza di una democrazia non dovrebbe essere la capacità di cancellare ciò che dà fastidio, ma quella di conviverci, studiarlo e criticarlo apertamente. Le idee sbagliate si combattono con altre idee, non con la gomma da cancellare.
Il rischio denunciato dal giornalista è che la cancellazione diventi una forma moderna di censura soft: non si proibisce formalmente nulla, ma si rende socialmente inaccettabile discutere certi temi o esprimere certe opinioni. In fondo, la domanda che resta sul tavolo è semplice: una società più libera è quella che cancella il passato o quella che ha il coraggio di affrontarlo, anche quando è scomodo? Perché la memoria può essere discussa, criticata e reinterpretata, ma quando viene cancellata lascia dietro di sé soltanto un vuoto. E i vuoti, prima o poi, qualcuno li riempie sempre.
Bla bla bla