Campo Minato

Campo minato
Oltre la Vipera: Sanremo 2026 e l’arte di moltiplicare le trappole. Da Can Yaman al Tesoro di Eros, ogni scelta è un rompicapo. E in tempi di mala tempora currunt, il Festival diventa una lezione di strategia del disastro.

Vipera Bofors

C’era una volta un oggetto misterioso e affilato, la “Vipera”, l’attrezzo dei guastatori, la sonda che permetteva di tastare il terreno palmo a palmo, di individuare il pericolo prima che questo esplodesse. Nella complessa liturgia della modernità, la metafora della Vipera Bofors – quel bastone da sminamento che richiedeva pazienza, perizia e un contatto diretto con il terreno – è stata a lungo l’unica speranza per attraversare il campo minato del vivere sociale, e in particolare quel microcosmo iperbolico che è il Festival di Sanremo. Oggi, davanti al programma della 76ª edizione, dobbiamo amaramente constatare che non basta più. La superficie del campo è cambiata: non è più terra e detriti, ma un’intricata matassa di cavi innescati, un plastico di trappole sovrapposte dove ogni passo, per quanto cauto, sembra destinato a far saltare l’intero perimetro. Il prisma che scegliamo per analizzare questa edizione è dunque un monito: la complessità è tale che la vecchia, cara, artigianale Vipera è obsoleta. Benvenuti nel nuovo, iperconnesso e implosivo campo minato di Sanremo 2026.

Prendiamo il programma e osserviamo la prima, aparentemente innocua, cartuccia. Prima serata: conduzione Conti-Pausini con il co-conduttore Can Yaman. Ecco la prima mina a frammentazione. Non un attore qualsiasi, ma il protagonista di Sandokan, la nuova serie Rai. La logica della promozione incrociata è antica come la televisione, ma qui il congegno è sofisticato. Da un lato, si cerca il bacino di pubblico femminile e internazionale del divo turco. Dall’altro, si “vendono” i nuovi prodotti della fiction di Stato, in un cortocircuito auto-promozionale che trasforma il Festival da vetrina della musica a enorme contenitore-dispensa del palinsesto aziendale. La causa è la crisi di ascolti e identità della Rai, che cerca nel traino del Festival un moltiplicatore di forza per le sue scommesse future. L’effetto? La delegittimazione della gara: la musica diventa contorno, intermezzo tra un’occhiolino del bel tenebroso e l’omaggio al prodotto interno.

La seconda serata non è da meno. Il co-conduttore è Achille Lauro, affiancato da Pilar Fogliati e Lillo. Sembra una squadra eclettica. In realtà, è un tritolo a orologeria. Lauro, reduce da decine di vite artistiche, è il simbolo dell’artista che usa Sanremo come performance totale, dove il testo è solo un pretesto per l’immagine. Accanto a lui, l’attrice e il comico. La mina qui è la confusione dei ruoli e la scomparsa del “cantante”. Se nella prima serata si vendeva un prodotto seriale, nella seconda si mette in scena un varietà che ha smarrito il suo centro. La causa è la televisione che, non potendo competere con i linguaggi frammentati dei social, cerca di diventare essa stessa frammento, caos organizzato. L’effetto è che le 15 canzoni in gara diventano un sottofondo sonoro per il carnevale mediatico.

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Proseguiamo nel nostro pericoloso percorso. Terza serata: superospiti Eros Ramazzotti e Alicia Keys. A prima vista, una garanzia di qualità e internazionalità. Ma anche qui, il detonatore è nascosto. Eros Ramazzotti è un monumento della musica italiana, Alicia Keys una superstar globale. Tuttavia, l’accoppiata sa di “operazione nostalgia” incrociata. Eros per il pubblico italiano che cerca certezze, Alicia per dare un crisma di coolness internazionale a una serata che, guarda caso, vede in gara l’altra metà dei Big. È una mina a doppio scoppio: la prima carica è l’effetto “vedo e rivivo”, la seconda è la certificazione che il pop italico, per essere legittimato, ha ancora bisogno dell’imprimatur americano. La causa è un’industria musicale sempre più timorosa, che punta sui grandi nomi consolidati (Ramazzotti, Tiziano Ferro, Bocelli) come fossero casematte inespugnabili. L’effetto è una geografia musicale schizofrenica, che guarda all’estero per sopravvivere ma si aggrappa ai suoi feticci passati per non morire.

La quarta serata delle cover è forse il tratto di campo più minato. È apparso un commento sarcastico: “ecco tutti i duetti della quarta serata”. Ma non è la festa della musica che si fa comunione. È il trionfo del “featuring” come unica forma di esistenza possibile. Un cantante non basta mai a sé stesso, deve essere affiancato, sorretto, legittimato da un altro, possibilmente di genere o generazione diversa, in un accoppiamento che spesso sa più di operazione di marketing che di reale feeling artistico. È la mina della relazione fittizia, dell’alchimia costruita a tavolino. La causa è la fine dell’idea di autore a favore di quella di “contenuto virale”. L’effetto è che la canzone, anche un capolavoro, diventa il pretesto per il “momento”, per lo spezzone da condividere.

Eros Ramazzotti. Alicia Keys, Boccelli

Infine, la quinta serata, con il super ospite Andrea Bocelli e i Pooh in piazza a festeggiare i 60 anni. Il cerchio si chiude. La finale, il momento della verità, della proclamazione, è incorniciata da due eventi che parlano di longevità e classicità. Bocelli è il cantante lirico che ha sfondato i confini, i Pooh sono la storia della musica leggera. Sembra un abbraccio rassicurante. In realtà è la mina più potente: la neutralizzazione del presente. In una edizione che cerca faticosamente di raccontare la musica italiana di oggi, il momento apicale è blindato da due pilastri del “già stato”. La causa è la paura dell’effimero. Se il vincitore di quest’anno potrebbe essere dimenticato domani, Bocelli e i Pooh garantiscono una solidità, una memoria condivisa che il Festival, ormai privo di coraggio, cerca di elemosinare. L’effetto è un messaggio nichilista: il futuro non conta, la gara è solo un rito di passaggio per entrare in un pantheon che, ironia della sorte, è già affollato e saldamente chiuso.

Ecco, quindi, che il nostro prisma regge alla prova. In un’epoca di mala tempora currunt – di tempi cattivi che corrono, tra crisi economica, instabilità geopolitica e frammentazione sociale – il Festival di Sanremo non è più (e forse non lo è mai stato) una semplice gara canora. È un gigantesco campo minato dove ogni scelta, dalla presenza del divo straniero al duetto della domenica, nasconde una trappola. Una trappola identitaria, commerciale, generazionale. La Vipera Bofors, la paziente analisi del singolo caso, non basta più perché le mine non sono più singole e interrate, ma sono collegate tra loro in una rete esplosiva. Ogni artista è un nodo di un sistema che lo trascende: Can Yaman è il traino della fiction Rai, Tiziano Ferro è l’operazione nostalgia della Universal, Irina Shayk è l’estetizzazione social, Achille Lauro è il tramite con le nuove generazioni. Tutto è concatenato. Camminare in questo campo significa accettare che, qualsiasi passo si faccia, l’esplosione è garantita. E allora l’unica domanda, forse, non è più se esploderà, ma quale pezzo di festival e di idea di musica ne uscirà per primo disintegrato.

Antonio Rossello       CENTRO XXV APRILE

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