Camionisti e insegnanti [Il Flessibile]
Ci sono un francese, uno spagnolo, un rumeno e un italiano.
Così avrebbe avuto inizio una barzelletta negli anni Settanta con la conclusione inevitabile che l’italiano ne sarebbe uscito vincente, scaltro e arguto com’era rappresentato un tempo.
Era il ritratto di un mondo che non esisteva allora e tanto meno esiste oggi, un mondo in cui i confini erano segnati e rispettati, un mondo nel quale si rideva con quel poco che si aveva.
Sei in autostrada.
Una lunga fila di camion sulla corsia di destra, francesi, polacchi, italiani, spagnoli, tutte le targhe europee.
C’è sempre uno di questi che, di punto in bianco, mette la freccia e con rapidità direttamente proporzionale alle dimensioni del mezzo si immette nella corsia centrale.
La velocità è infinitesimamente superiore a quella della prima corsia e dunque il camionista in sorpasso affianca allegramente i suoi simili per alcuni chilometri senza il minimo pensiero che forse, alle proprie spalle, qualche decina di altri veicoli siano intralciati.

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Con la tua vettura da tergo, se sei fortunato e non ci sono lavori in corso, fruisci della terza corsia per cui inserisci la freccia e scavalchi il gigantesco e ingombrante energumeno in cento, massimo duecento metri: un’accelerazione che succhia via mezzo serbatoio.
Non avrai mai la fortuna di vederlo negli occhi né lui avrà la possibilità di scorgere i tuoi, di occhi, iniettati di sangue e male parole ma l’obiettivo è raggiunto!
Il problema però sorge quando non vi è la terza corsia; e a quel punto ti metti dietro il camion, a debita distanza, e attendi quei lunghi minuti che occorrono allo stronzo per sorpassare i suoi simili e rientrare con l’eleganza di un lord inglese nella corsia di destra.
A scuola ho conosciuto alcuni colleghi che posseggono la medesima sensibilità del camionista di cui sopra.
Sequestrano i ragazzi in classe per ore intere parlandosi addosso o raccontando del nulla, avvalendosi solamente della propria stazza e della posizione che rivestono.
E guai allo studente che avesse l’ardire di obiettare.
Ecco, in autostrada mi sento come uno di quegli studenti, inascoltato e in attesa della conclusione di un sorpasso che – per molti di loro – sembra non arrivare mai.
