BASTA CIALTRONI AL GOVERNO!

In Italia sopravvive una maggioranza, perlopiù silenziosa, per aver perso la voce, ossia la visibilità e la speranza di ascolto. È la maggioranza che soffre. Eppure, non si direbbe, a guardare le strade piene di auto, i ristoranti delle grandi città coi posti da prenotare, le navi da crociera che si moltiplicano e via di questo passo.

Tre navi da crociera nel porto di Savona. Il loro numero e la capienza in continua crescita possono dare l’impressione di un benessere sempre più diffuso; ma cozza coi numeri impietosi di una povertà non più solo strisciante, fatta di bollette e inflazione che rubano soldi dalle tasche di tutti.

Anche a Kiev, mi si dice, nonostante la guerra al fronte e droni e missili che piovono qua e là, la vita procede normalmente. A dimostrazione che ciò che si vede non rispecchia davvero ciò che si nasconde o che accade solo poco più in là, nella speranza di schivare le prossime bombe in arrivo. Spes ultima dea.
Le bombe (quelle russe, paventate a Bruxelles) qui non ci sono, e credo siano pura invenzione, per giustificare la profusione di miliardi spesi per armare l’Ucraina, propagandata come l’eroica barriera a difesa dell’Europa dall’Orso Russo. Miliardi sottratti ad un’Italia in cui non è permesso vivere senza l’oppressione di leggi fatte su misura di chi ha i soldi per reggerne il peso, a scapito di tutti gli altri. Ossia della suddetta maggioranza silenziosa, anzi imbavagliata.
In Italia convivono due realtà, separate da un vallo crescente: su un versante quella reale, nel cui perimetro sopravvive chi lavora sotto terzi o in proprio; e su un altro, quella surreale, che presume la capacità di ottemperare a regole sempre più iugulatorie, vuoi per osservarle che per pagare il fio se si è costretti a trasgredirle.
Quanti si sono fatti le ossa durante gli anni di un’Italia più tollerante e vicina ai problemi della gente, hanno potuto arrivare sin qui attingendo a quanto rimastogli in tasca, tra guadagni propri e lasciti testamentari. Un gruzzoletto al quale è stato giocoforza attingere durante le grandi abbuffate privatizzatrici che, a partire dal 1992, ci hanno via via disossati, facendo scivolare la bassa e media borghesia lungo il piano inclinato verso l’incapienza.

Gli anni ’80, quando le parole libertà e tolleranza avevano un senso, e ci bastava poco per sentirci felici. Chi li ha vissuti, guarda ai nostri anni con l’amarezza che si prova riandando a ciò che è perduto per sempre. Quegli anni furono lo spartiacque tra un mondo godibile ed uno ostile, anzi disumano   

Si dice, a ragione, che i vantaggi conseguiti dai lavoratori nel trentennio postbellico, siano poi stati via via rosicchiati dalla rimonta del capitale e dalla parallela crescita della finanza a dispetto dell’economia, coi capitalisti che preferivano gonfiare i propri emolumenti e le cedole degli azionisti, a detrimento dei salari e stipendi di coloro che avevano concorso a rendere profittevoli quelle stesse aziende col loro lavoro, in un rapporto di redditi sempre più estremizzati a vantaggio dei “piani alti”.
C’è stata però un’altra, e meno riconosciuta, causa del declino della classe lavoratrice, che non compare nelle rivendicazioni dei vari sindacati. Si tratta, come già accennato, del crescente ammasso di oneri e sanzioni che gravano sui comuni cittadini, amplificati dal gigantismo burocratico che, mentre penalizza ogni innovazione, sottrae risorse al mantenimento di un tenore di vita sempre più gramo e demotivante.

Quando i bei principi scendono dalle grandi aziende al piccolo cabotaggio perdono il contatto con tutti quanti lavorano solo per galleggiare, gravati da regole e tributi che valgono quanto se non più di un salariato, e un’assunzione in piena regola diventa un lusso insostenibile. Si parla di precarietà dal lato della persona assunta, dimenticando che spesso il suo magro compenso supera addirittura quello del titolare

L’elenco degli esempi è quanto mai frustrante. In campo lavorativo merita ricordare che la spina dorsale d’Italia è costituita dai piccoli imprenditori, la cui attività è ostacolata da una miriade di adempimenti onerosi che punteggiano ogni mese dell’anno.

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Oltre ad un nutrito gravame di tasse, si aggiungono i contributi obbligatori Inps, i cui minimi sono spesso insostenibili rispetto a incassi spesso lontani dalla remuneratività. Per non parlare dei costi dei dipendenti: un lusso che pesa più del doppio di quanto agli stessi entra in tasca. Costi talmente esorbitanti da costringere al lavoro nero per sopravvivere; il quale, se scoperto, genera multe rovinose, quando dovrebbe essere ben chiaro al legislatore che si tratta di evasione di necessità, concordata col lavoratore, che rischia di diventare in molti casi l’accusatore diretto dell’ex titolare presso l’Ispettorato del Lavoro, concorrendo così alla sua rovina economica. Un riflesso, in peggio, di quanto si verifica nei territori di mafia, dove al lavoratore si prospetta come unica via d’uscita l’arruolarsi nei clan alle stesse condizioni di sotto salario; ma almeno sotto la copertura dei picciotti. In entrambi i casi si sente Mattarella, dagli agi del Quirinale, tuonare contro lo sfruttamento dei lavoratori. Dimenticando, nel primo caso, che sono lavoratori sia i titolari che i subalterni ad accordarsi sottobanco per salvare il lavoro di entrambi. Si fa presto a sciorinare leggi che non possono essere rispettate se non a rischio chiusura e disoccupazione.
Al di fuori del circolo lavorativo, c’è poi l’immensa platea delle multe che perseguitano ogni cittadino al minimo sgarro. E sempre più sproporzionate alla colpa, fatte apposta per rimpinguare le casse di qualche Comune dai bilanci disastrati, in sostituzione dei mancati versamenti statali. Che se poi uno non riesce a far fronte alla pioggia di intimazioni, viene perseguitato a vita, con una pervicacia esacerbata dal raffronto coi guadagni dei comminatori del groviglio di leggi che trasformano i cittadini in sudditi pagatori.

Ha senso che una Ferrari paghi per una multa stradale, o come pedaggio autostradale, quanto una 500 o una vecchia Panda, o peggio ancora un motorino? Dov’è finito il principio della contribuzione secondo il proprio reddito?
L’Italia negli ultimi anni è diventata il paradiso delle società di ricupero crediti, con alcuni dei quali puoi almeno trattare una riduzione; a differenza di quelli semi-statali, che neppure concedono una rateazione. E le rateazioni sono un’alternativa obbligata, ma spietata: se tardi qualche giorno una rata, l’intero ammontare, senza più agevolazioni, ti frana addosso e devi ricominciare tutto daccapo.

Ho smesso di pagare € 800 per dormire.
Debiti? Certo, e ci metto in prima fila gli affitti, che sono il debito più cospicuo di quanti non possono comprarsi una casa. Nella puntata di stasera, venerdì 24 maggio, sento dalla Gruber ripetere il mantra che le tasse le pagano per l’84% dipendenti e pensionati. Non li sfiora il dubbio che non le pagano soprattutto quanti sono già strozzati da miriadi di altre spese ineludibili per tirare a campare. Né li sfiora che le tasse sono così alte perché il plotone di politici ed altri privilegiati pubblici fanno la parte del leone

Si dirà, il legislatore, “mosso a compassione” per l’accertamento di tutte queste ingiustizie e sperequazioni, ha varato nel 2012 una legge, poi adeguata nel 2023, detta molto appropriatamente “anti suicidi”, che più farraginosa e inattuabile non poteva essere, per i costi iniziali burocratici (a chi è alla canna del gas!). E infatti è rimasta lettera morta.
Di recente, uno Stato apparentemente sollecito verso l’opprimente situazione generale, ha promosso una nuova rottamazione, quinquies, per quanti non sono riusciti ad ottemperare alla ridda di pretese del fisco. Non un condono, beninteso, anche se tale viene definito dalle solite sinistre. Un vero condono fu quello, rimasto senza emuli, promosso da Berlusconi e Tremonti nel 2001, definito “tombale”, in quanto con una modesta percentuale del debito, meno del 20%, appianavi la tua posizione debitoria. Ma neppure allora venivano incluse le multe stradali, che, allora come oggi, procedono come schiacciasassi, lievitando secondo un iter usurario, fino a moltiplicarsi esponenzialmente. Lo Stato vuole così rimediare ai mancati versamenti ai Comuni, esortandoli ad arrangiarsi coi cittadini, non importa se ricorrendo a metodi che, ben più della sicurezza stradale, puntano a far cassa.

Con una pregiudiziale nei rapporti con l’estero: e cioè il conseguimento prioritario dell’interesse nazionale, senza inseguire ideologie ad esso contrarie, come siamo costretti a vedere, impotenti, nel caso delle sanzioni contro la Russia, giunte al 20° pacchetto, contemporaneamente al prestito di € 90 miliardi concesso in questi giorni all’Ucraina (con la sofferta approvazione dell’Ungheria, dopo l’uscita di scena di Orbàn), in quanto nazione aggredita, lasciandone invece esente Israele, incuranti del genocidio perpetrato a Gaza, in Libano e in Cisgiordania. Sarebbe nell’interesse nazionale vietare l’uso del gas e petrolio russi, mentre prosegue l’accordo commerciale e la fornitura di armi ad Israele, miccia incendiaria dell’intero Medio Oriente e scevra di sanzioni?

L’intero mondo è soggetto a guerre e instabilità per le pretese egemoniche ed espansionistiche di Israele, cui il territorio assegnatoli nel 1948 come risarcimento morale per la Shoà, risulta via via troppo stretto

 Questo atteggiamento così sbilanciato, contrario alla logica più elementare e lesivo degli interessi italiani, porta a presumere che, tanto a Bruxelles quanto in Italia, chi è preposto a prendere decisioni così impattanti a livello sia economico che morale, sia soggetto a ricatto, come ventilato da qualcuno. Sono dunque tutti ricattati i nostri governanti? Da quali occulti poteri? Complottismo? Potrebbe anche sembrare tale, se non fosse avvalorato dai fatti, che ho cercato di evidenziare, per difetto, in questo sommario.

Loro ridono per il regalo UE di € 90 miliardi nel pozzo nero ucraino. Europei ed italiani invece piangono perché sono soldi sottratti ai loro servizi pubblici essenziali. Un plauso alla pazienza di Putin, che non ha finora inviato missili o droni verso l’Europa, che arma i suoi nemici. Finora s’è fermato agli insulti di un commentatore televisivo alla nostra “turista di Stato”. Saranno sufficienti?

Eventuali commenti saranno graditi.

Marco Giacinto Pellifroni  26 aprile 2026

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One thought on “BASTA CIALTRONI AL GOVERNO!”

  1. Un testo così non si limita a esprimere un’opinione: è uno sfogo ragionato, costruito con una forza narrativa che raramente si legge nel dibattito pubblico di oggi. L’autore ha il merito di tenere insieme esperienza quotidiana e visione generale, passando con naturalezza dalla vita concreta dei cittadini – tra tasse, burocrazia e fatica a fine mese – alle grandi scelte politiche nazionali e internazionali.
    Colpisce soprattutto la capacità di smascherare le contraddizioni: l’apparente benessere che convive con una povertà crescente, le regole pensate “dall’alto” che schiacciano chi sta “in basso”, il divario sempre più evidente tra chi governa e chi subisce. Non è solo denuncia, ma anche memoria storica e consapevolezza di come siamo arrivati fin qui.
    Si può essere d’accordo o meno con alcune conclusioni, ma una cosa è certa: chi ha scritto queste righe osserva, collega, e soprattutto ha ancora il coraggio – ormai raro – di dire quello che molti pensano e pochi mettono nero su bianco.
    Gianluca

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