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Ma chi glielo dice, chi glielo fa capire, a tutti questi difensori del retro progresso modello anni ’70, a questi entusiasti accodati alla moda del piccolo potere locale, che non è più da conservatori, da retrogradi, guardare all’ambiente, ma anzi, è la tendenza del futuro?
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Questo proverbio da
me appena coniato (e di cui non intendo richiedere il
copyright) arriva al termine di una serie di riflessioni,
suggerite dal dibattito di questi giorni.
Insomma…lasciamo perdere… poi ci sto male…mi
rovino il fegato…sta diventando una mania…Rischio di ripetermi…
No, non posso farne a meno, non resisto, è qualcosa di ossessivo-compulsivo: devo parlare ancora di Margonara e affini!
A leggere e ascoltare, ci si chiede spesso se la logica non sia andata in esilio altrove. E il bello è che sono proprio gli oppositori, a sentirsi accusati di essere degli irrazionali, degli emotivi, dei conservatori.
Sull’ultimo punto tornerò poi. Intanto comincio con due semplici considerazioni: se il progetto del porticciolo fosse davvero così tranquillo e positivo, così roseo e vantaggioso, così unico e inattaccabile, di tale palese e indiscutibile beneficio per la cittadinanza tutta, come alcuni vorrebbero farci credere, non avrebbero dovuto presentarlo prima e meglio, in modo chiaro, aperto e inequivocabile, metterlo orgogliosamente e pubblicamente a disposizione, trasparente in ogni dettaglio, invece di nascondersi dietro affermazioni più o meno propagandistiche, grancasse mediatiche, mezze frasi e mezze verità, visioni e opinioni parziali? E non l’avrebbe potuto redigere un qualunque architetto nostrano, e a costi senz’altro inferiori? Che senso ha, invece, chiamare a suggellarlo il “grande nome” (prima Bofil, ora Fuksas), se non quello di trincerarsi dietro questo baluardo, mettere a tacere e in soggezione i contrari, all’occorrenza tappare loro la bocca, dare una patina di prestigio, una firma alle speculazioni per fare digerire l’indigeribile? Tant’è vero che proprio ora, di fronte alle difficoltà, prima il sindaco è volato nello studio romano del grande luminare, e ora l’hanno fatto venire qui, di persona, a dare una lezione agli oscurantisti e mettere tutti in riga. Sembravano tanti bambini che dicono” quelli sono butti e cattivi, tu che sei grande fagli la bua”. L’impressione è proprio quella di aver voluto inscenare una sceneggiata in grande stile. Uno spettacolo penoso.
E lui è venuto, onusto dei suoi titoli e incarichi, sprezzante dei giornalisti, ha illustrato e presentato, colpito e affascinato, e, secondo copione, come prima di lui Bofil, ha sparso a piene mani disprezzo sui vari ecomostri di Savona, come se questo ci togliesse il diritto di criticare le sue creazioni. Ahimè, sul fatto che con tutte le schifezze che abbiamo subito dovremmo solo stare zitti, non si può dargli torto: ma non è mai troppo tardi per cambiare, e cioè per non aggiungere altre “masse” inutili, e i vecchi orrori non ne giustificano di nuovi. Tra l’altro, l’ecomostro secondo lui sarebbe l’ospedale. Cioè l’unico, tra tanti edifici obbrobriosi e inutili, che almeno ha una grande utilità pubblica e sociale: se proprio si deve deturpare una collina, che almeno sia per consentire un attimo di sollievo e una vista piacevole a tanti poveri malati.
Intendiamoci, non ce l’ho con l’architetto: lui fa il suo mestiere, che è quello di progettare edifici imponenti in contesti adeguati. E’ il contesto, appunto, su cui c’è da discutere.
Il provincialismo senza speranza di Savona è venuto fuori alla grande, nel dibattito di questi giorni, anche in rete. Ora, passi la difesa del progetto in chi ha interessi, diretti e indiretti: politici e loro cortigiani, imprenditori vari, specie del settore marittimo, persone che a vario titolo pensano di trarne vantaggio, e così via. Passino le forzature, l’enfasi propagandistica, i difetti e punti deboli sottaciuti, le illusioni spacciate per realtà. In fondo di tutto questo, purtroppo, si nutre la vita pubblica.
Ma i molti semplici cittadini che, come me e come tanti altri, avrebbero tutto da perdere a veder sottrarre tante risorse a idee migliori, per destinarle a un impiego miope e scellerato del territorio, al vantaggio evidente di pochi, come possono farsi abbagliare dal discutibile prestigio di un’apparenza faraonica, farsi difensori della speculazione, al punto da rifiutare qualsiasi discussione su problemi e dettagli? Questo dato non mancherà mai di stupirmi in negativo, come mi stupisce sempre il rifiuto di pensare con la propria testa e la soggezione al potere, qualunque esso sia. Proviamo lo stesso ad analizzare il loro modo di pensare. Dando per scontato, naturalmente, che si tratti di persone in buona fede.
Tanto per cominciare, sono infastiditi dalle critiche. Più uno difende la sua posizione, spiega, porta argomenti, più si irrigidiscono per partito preso, a mo’ di bastian contrari. Sono prevenuti verso alcune sigle politiche, ma anche verso gli ambientalisti in generale, persino le associazioni più quotate e internazionali, come il WWF: tutti visti come rompiscatole nemici del progresso.
Non importa quanto si spieghino i motivi, si trovino argomenti logici, si portino prove: non li prendono minimamente in considerazione. Continuano a ripetere la loro litania di due o tre frasi fatte, oppure si aggrappano al primo punto debole, magari solo un errorino formale nel discorso, per screditare e ignorare tutto il resto.
E vediamole, allora, queste frasi fatte.
Gli esteti cementofili: “ A me il progetto piace.” “A me fa piacere comunque che si costruisca”. Va be’, allora se la pensate così, se non avete proprio la cultura di rispetto del territorio, dell’ambiente, c’è poco da ragionare. Si spera solo che siate minoranza.
I censori modernisti: “Non vi va bene niente, e allora lasciamo tutto com’è, in preda al degrado”. Come se non esistessero alternative, fra abbandono (tra l’altro, non casuale) e colate di cemento.
Gli insofferenti: “Siete capaci solo di criticare a spada tratta, per partito preso” Ma se uno gli dice che non è così, e gli spiega, e ragiona, e fa controproposte, non ti ascoltano nemmeno.
I sospettosi: “State difendendo gli interessi di pochi. “ Sì, avete letto bene, gli interessi di pochi sarebbero quelli di chi vuole ancora poter usare quella spiaggia. Sarebbero questi gli egoisti, gli insensibili, pronti a frenare il progresso in cambio di un bagnetto, a manipolare addirittura Internet in loro favore! Ci sarebbe da rotolarsi per terra dal ridere, tanto è grottesco tutto ciò. Delle posidonie, tra l’altro, poverine, non frega niente a nessuno.
Gli ottimisti: “Savona ha bisogno di rilancio, e quest’opera darà prestigio alla città, sarà un’attrazione per i turisti.” Affermazione da delirio, da credere nelle favole. Primo, si dà per scontato (cosa non affatto vera) che tutte le infrastrutture necessarie per questo eventuale flusso di turisti siano finanziate e realizzate; secondo, non si può conciliare vocazione turistica e portuale e carbonifera e centrali a combustibili fossili: non per una piccola cittadina, almeno; terzo, un edificio di per sé non è un’attrazione turistica. Nessuno va a vedere la torre di Pisa perché è una torre, o per motivi estetici, ma per il suo valore e per il contesto ambientale, storico e culturale in cui è immersa. Un mezzo grattacielo piantato lì non significa niente, da solo. Neppure se c’è un albergo e un auditorium e una piscina e altre cose che starebbero molto, ma molto meglio in un tessuto urbano omogeneo e pronto ad accoglierle, soprattutto recuperando edifici e strutture già esistenti.
I qualunquisti: se qualcuno cerca di allargare il dibattito, di portarlo su temi e consapevolezze più generali, l’inquinamento, l’ambiente, la necessità di sviluppo sostenibile, le cifre assurde della cementificazione… uff, che noia, siamo fuori tema, è demagogia, sono cose di cui si devono occupare altri.
Ma l’aspetto più sconcertante è quello del partito del presunto realismo, di una malintesa concretezza: posto che non si ottiene niente per niente, dobbiamo allora accettare “il male minore”. Questa rinuncia in partenza a costruirsi un futuro è frustrante e assurda: non si può progettare senza innovazione, a partire dal piattume e dal banale, tarparsi le ali subito. Come se un pittore potesse solo copiare vecchi quadri, o uno scrittore riscrivere cose passate. E’ lecito e giusto, invece, almeno nei piani a lunga scadenza, partire volando alto, con fantasia, slancio, entusiasmo e coraggio, cercando di andare oltre, di prevedere evoluzioni e possibilità, di intuire, sperare e immaginare. Facendosi poi, semmai, riportare sulla Terra lentamente e in un secondo tempo, rinunciando, a malincuore, agli aspetti che a una verifica sono irrealizzabili, per tenere solo ciò che risulta fattibile… questo è pianificare, non darsi la zappa sui piedi in partenza, solo perché quella zappa non diventi un trattore!
Ma chi glielo dice, chi glielo fa capire, a tutti questi difensori del retro progresso modello anni ’70, a questi entusiasti accodati alla moda del piccolo potere locale, che non è più da conservatori, da retrogradi, guardare all’ambiente, ma anzi, è la tendenza del futuro? Che la vera sfida, il vero progresso, quello che solo può salvarci da un degrado ambientale e di civiltà, sta nel costruire fin d’ora modelli nuovi di industria, di energia, di turismo, di mobilità, di uso del territorio, anziché rimanere disperatamente ancorati ai rimasugli del vecchio e inquinato e irrecuperabile sistema? E chi prima arriva in questo, meglio starà in futuro, mentre più tardi sarà difficilissimo tornare indietro e recuperare il tempo perduto e le risorse sprecate?
Io, veramente, non so più come dirlo, e come farmi capire. Ci provi qualcun altro, se vuole.