TRUCIOLI SAVONESI
spazio di riflessione per Savona e dintorni

UOMINI E BESTIE

8: Prospezioni dell’immaginario

Gli elefanti

Seconda parte 

 

Continuando l’elenco delle sciocchezze che gli Antichi ripetevano dell’elefante: è pari o meglio degli uomini nei comportamenti e nei sentimenti.

 

Ho saputo [Da Giuba] che in Antiochia di Siria esisteva un elefante addomesticato che quando si recava al pascolo vedeva sempre con piacere una ghirlandaia, le si accostava e le puliva il volto colla proboscide. Ella a sua volta a guisa d’esca amorosa gli porgeva una corona intrecciata con fiori di stagione, ed ogni giorno era cómpito dell’elefante accettarla e di lei offrirla. Tempo dopo la donna morí e l’elefante, privato di quella consuetudine, non vedendo piú la ragazza ch’era oggetto del suo desiderio, al pari di un amante che avesse perduto l’amata s’inselvatichí e, pur essendo stato sino ad allora mitissimo, fu preso da una smania incontrollabile, come quegli esseri umani che sono travolti da un eccessivo dolore e diventano folli. 44 Gli elefanti adorano il Sole nascente levando la proboscide come un braccio contro i suoi raggi, per questo sono cari al dio: ce ne sia testimone autorevole Tolomeo Filopatore(*). Dopo aver sconfitto Antioco coll’aiuto del Sole, per celebrare le feste della vittoria e ingraziarsi il dio non solo fece grandiosi sacrifici, ma dedicò anche quali vittime quattro elefanti di enormi dimensioni, credendo in tal modo di rendere omaggio alla divinità. Fu però turbato da un sogno in cui il Sole lo minacciava per aver ordinato quell’inconsueta e assurda offerta. Pieno di timore fece allora fondere quattro elefanti di bronzo e li consacrò al dio al posto di quelli che aveva immolati, per placarlo e renderlo favorevole. Effettivamente gli elefanti adorano gli dei, mentre noi uomini siamo in dubbio se esistano e, qualora esistano, se si occupino di noi

(Ael. nat. an. VII 43-44).

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(*) Tolomeo IV Filopatore, r. 221-204, il 23 giugno del 217 pose fine alla Quarta guerra siriaca infliggendo ad Antioco III una rovinosa sconfitta nella battaglia di Rafia (POL. V 81 sqq.). I festeggiamenti della vittoria sono ricordati nella stele trilingue di Pithom (SEG VIII 467 e 504a). Dove abbia pescato Eliano la “testimonianza” di Tolomeo non si saprebbe dire, ci risulta che scrivesse soltanto una tragedia.

 

Abbiamo già parlato delle qualità degli elefanti ed ora ne parleremo di nuovo. A dirla nella maniera piú esatta, sono cosí continenti nel loro tenor di vita perché hanno ricevuto in dote la temperanza. Infatti non s’accostano alla femmina per congiungersi con lei con violenza né con lussuria, ma come coloro che hanno bisogno di una discendenza e vogliono far figli per evitare che si esaurisca la loro stirpe e per lasciare il loro germe. Una sola volta nella vita il loro pensiero si volge alle cose d’amore, quando anche la femmina si sottomette, poi dopo che ciascuno ha ingravidato la sua compagna non la conosce piú nel tempo a venire. Non si congiungono impunemente e sotto gli occhi di tutti ma in segreto, facendosi schermo di un folto d’alberi o di una selva fitta o di una profonda spelonca, che offrano loro ampia possibilità di nascondersi. Ho già detto prima che sono giusti [ad es. VII 15], e pure che sono valorosi [ad es. VI 1], in questo capitolo è stata dimostrata anche la loro continenza. Chi ha tempo di voler scoprire il loro odio per il vizio, presti orecchio ed ascolti. Un domatore, che possedeva un elefante domestico, era maritato con una donna un po’ avanti negli anni ma ricca. S’innamorò di un’altra donna e, malvagio qual era, volendo trasferirle le proprietà della moglie, strangolò quest’ultima e la sotterrò vicino alla greppia dell’elefante, poi sposò l’altra. Però l’elefante strinse colla proboscide la novella sposa e la condusse dov’era la defunta, poi disseppellí colle zanne e mise a nudo il cadavere, comunicando coi semplici fatti ciò che non poteva far capire colle parole e rivelando alla donna la vera natura del suo sposo, tant’odio nutriva per il vizio

(ibid. VIII 17).

 

L’elefante è il piú grande degli animali ed anche il piú vicino alla sensibilità degli uomini, perché comprende la lingua del suo paese d’origine [Ael. nat. an. IV 24], obbedisce ai comandi, ricorda quanto ha imparato nell’esecuzione dei compiti, è capace d’amare e di provare gioia se compie un’impresa gloriosa, e per di piú possiede doti rare anche fra gli uomini quali l’onestà, la prudenza, la giustizia, persino il timore religioso degli astri ed il senso del culto verso il Sole [supra] e la Luna

(Plin. Sen. VIII 1).

 

Inoltre ha qualità profetiche [infra]. Una menzione particolare merita la “teoria”, diffusa da Giuba (PLIN. SEN. VIII 7) e ripresa da Pausania (V 12, 2) e da Oppiano (cyn. II 489 sqq.), che le zanne siano in realtà corna che nascono dalla testa, scendono sotto pelle e poi spuntano dalla mascella (!).

 

Sono consapevoli che l’unica parte del loro corpo ricercata dai cacciatori è costituita dalle zanne, che Giuba considera corna, Erodoto invece [III 97], di lui molto piú antico, e la comune consuetudine a maggior ragione denti. Perciò se le perdono in séguito ad un incidente o per la vecchiaia, le seppelliscono [infra]. Solo dalle zanne si ricava l’avorio, infatti il resto del corpo è sorretto da un’impalcatura d’ossa eguale a quella degli altri animali. A questo proposito, recentemente per mancanza d’avorio s’è cominciato a lavorare anche l’osso tagliato in laminette, infatti ormai raramente si trovano zanne di grosse dimensioni, a parte quelle provenienti dall’India, perché qui da noi la mania del lusso le ha fatte scomparire

(PLIN. SEN. VIII 7).

 

In séguito [dopo l’orice] dobbiamo prendere in considerazione l’elefante e parlare di lui in quanto animale cornuto, com’è nostro proposito. Infatti le due estensioni che sporgono dalle mascelle dell’elefante e somigliano a denti aguzzi diretti verso l’alto, da molti che seguono un’opinione inesatta e s’allontanano da quella vera furono considerate e chiamate denti, ma a noi piace pensare che siano piuttosto corna: proprio delle corna è infatti il piegarsi naturalmente verso l’alto, se invece una protuberanza fosse inclinata e curva verso il basso questo sarebbe un chiaro segno che è un dente. Le corna degli elefanti spuntano dalla testa, donde attraverso le tempie sotto pelle s’innestano nella mascella per poi liberarsene uscendo fuori, cosicché danno a molti la falsa impressione d’esser dei denti. V’è anche un’altra prova palese della nostra affermazione: mai un artigiano che scolpisce il corno o fabbrica archi trovò un dente d’animale selvatico che cedesse alle sue intenzioni e docilmente si mostrasse disposto a farsi lavorare; al contrario, se qualcuno tenta di ridurlo alla forma di un arco, esso non si fà vincere per nulla né lo permette e si spezza e si frantuma qualora costui usi la forza, rendendone vana la fatica. Ciò al contrario non càpita mai quando si tratta il corno, anzi esso obbedisce alle mani degli artieri che ne traggono oggetti raffinati e utili a loro piacere, e lo stesso con quelle che altri considerano denti, noi invece corna dell’elefante: l’abilità degl’intagliatori d’avorio le prende in consegna ed essi le appiattiscono, le curvano, le aguzzano, danno insomma loro qualunque forma. 28 Le dimensioni di codesti animali sono enormi, piú d’ogni altro sulla terra: alla vista d’uno di essi si sarebbe tentati di dire ch’è la sommità d’un monte o un nembo immane che preannuncia agli uomini tempesta. La testa è possente e assai grossa rispetto alle orecchie, che appaiono alquanto piccole, incavate e lisce [evidentemente la fonte di Oppiano descriveva solo gli elefanti indiani], gli occhi son grandi se paragonati a quelli degli altri animali, ma minori di quanto richiederebbe la smisurata mole corporea. Dallo spazio fra gli occhi procede un naso allungato, sottile e flessibile, che di solito vien chiamato proboscide. L’elefante la usa come un braccio e gli serve a far tutto ciò che vuole. Quanto alle zampe, non hanno tutte la stessa misura, perché quelle davanti sono superiori in altezza e piú elevate di quelle dietro [cfr. Ael. nat. an. IV 31; ovviamente è una sciocchezza]. La pelle del corpo è rugosa e robustissima, tanto che resiste persino al “ferro che tutto doma [OPP. cyn. II 529, da HOM. Il. VI 474 e Od. IX 373]”. La fiera ha un carattere assai aggressivo e incontrollabile ed un animo selvaggio oltre misura e furioso finché vive nell’ombra delle foreste, ma quando, frequentandoli, si abitua agli esseri umani, la sua natura muta da iraconda a mite e disponibile, si sottopone al giogo ed accetta il morso alla bocca, porta persino sul dorso i bambini, che gli danno ordini e lo fanno andare di qua e di là dove pare a loro, facendosi seguire con un semplice cenno della mano da un tal mastodonte; però, quando menava una vita silvestre cercando il cibo sui monti e faceva del folto dei boschi la sua dimora, non agiva in modo cosí servile e sottomesso e indegno della forza del suo gran corpo, bensí spesso cozzando contro gli alberi piú massicci li rovesciava dalle radici e li abbatteva al suolo. A volte si sente dire che gli elefanti emettono dalla bocca un suono, una sorta di brontolio inarticolato, udibile e comprensibile solo agl’iniziati, ossia ai loro domatori e addestratori. Mi è stata riferita anche un’altra qualità straordinaria dell’elefante, e cioè che ha capacità profetiche e sa in anticipo quando sia per giungere la morte, e come fra gli uccelli i cigni, presentendo la fine, intonano un canto funebre [PLAT. Phaed. 84e], cosí anche tra le fiere gli elefanti, percependo l’accostarsi della morte, compongono ed eseguono quasi un lamento sepolcrale. E questo è quanto intorno agli elefanti.

(EUTECN.? par. OPP. cyn. 27-8 = II 489 sqq).

 

E visto che si è parlato di zanne, ecco un’altra favola bella.

 

Gli esperti che c’informano sulle zanne dell’elefante sostengono di solito che quelle della femmina sono piú pregiate. Gli esemplari della Mauritania normalmente le perdono ogni dieci anni (come i cervi le corna, solo che queste ultime cadono ogni anno): quando son presi dal desiderio irresistibile di cambiarle, scelgono di preferenza un terreno pianeggiante ed irriguo e ve le conficcano accosciandosi, poi spingono tanto finché non se ne liberano immergendole completamente nel suolo, infine pestando delicatamente colle zampe appianano il posto che conserva la loro proprietà. Dalla terra, estremamente fertile, spunta ben presto l’erba, che cancella alla vista di quelli che passano per di là i segni dell’accaduto. Ma quanti vanno in cerca di questi tesori nascosti, avendo acquisito una certa conoscenza delle astuzie degli elefanti girano con degli otri di pelle di capra pieni d’acqua e li disseminano ora qui ora là, poi aspettano. Uno dorme e l’altro veglia bevendo un po’ di vino, e forse in qualche caso mentre tracanna un calice canticchia fra sé richiamando alla mente colla melodia la sua innamorata; neppure mi stupirei se uno che ha quale compagno della ricerca un bel giovane tentasse di sedurlo, perché i Mori sono avvenenti, grandi e d’aspetto virile, amano le attività della caccia e suscitano il desiderio di molti in quanto appaiono già cosí cresciuti pur essendo ancora fanciulli. Comunque, se le zanne sono sepolte nelle vicinanze per un incantesimo misterioso e stupefacente assorbono l’acqua degli otri e li svuotano; in tal caso gli uomini scassano il terreno con badili e zappe e s’impadroniscono di quello che cercavano fiutandolo, si direbbe, anche se non hanno cani. Se invece gli otri restano pieni nei luoghi dov’erano stati posti, i cercatori di zanne se ne vanno e danno inizio ad un’altra caccia usando sempre nel modo che ho detto quali strumenti di ricerca gli otri e l’acqua.

(Ael. nat. an. XIV 5).

 

Platone (Crit. 114e) lo collocò nell’Atlantide, ma il primo che lo descrisse in forma scientifica, pur con parecchi errori dovuti alla mancanza dell’osservazione diretta, fu come sempre Aristotele (hist. an. 540a20 sqq., 546b7 sqq., 578a17 sqq.: accoppiamento; 596a3 sqq.: nutrimento; 605a23 sqq.: malattie; 610a15 sqq.: carattere e cattura; 630b18 sqq.: intelligenza, tempo di vita, abitudini; Plinio, nat hist. VIII 1-34, a parte alcuni dettagli segue fedelmente l’originale greco). Una gran quantità di notizie, alcune vere, molte insensate, vennero dagli Alessandrografi (in particolare Nearco e Onesicrito), perché ovviamente quella fu la prima occasione che i Greci entrarono in contatto diretto e prolungato cogli animali, e dai loro continuatori, tra cui Megastene, che fu ambasciatore di Seleuco I alla corte di Candragupta Maurya in Pataliputra(**) dal 302 e compose gli Indiká (un’epitome in DIOD. SIC. II 35; FGrH 715 JACOBY), Agatarchide Cnidio (IIa, De mari Erythraeo, escerpito da Fozio, in GGM I, p. 111 sqq. MUELLER) e Arriano. Nel Iex a. C. ne scrisse con troppa fantasia, come s’è visto, il re Giuba di Mauretania (FGrH 275 JACOBY), ch’è la fonte principale di Plinio e di Eliano, sotto gli Antonini Galeno, che praticò la cardiotomia di un esemplare (De anatomicis administrationibus, II 569 sqq. K), Areteo di Cappadocia nel De causis et signis acutorum morborum (CMG II HUDE 1958), Amintiano (Perì elephántōn: FGrH 150 JACOBY e RADICKE FGrH(C) 1072), in epoca bizantina Manuele File (XIII/XIV sec.), il quale compose un lungo poema da Eliano (Expositio de elephante, Poetae Bucolici et Didactici p. 49 sqq. DÜBNER-LEHRS).

 

 

MISERRIMUS