
Non sempre mi piace il Gramellini de “La Stampa” :costretto a scrivere ogni 24 ore, talvolta pattina via, fuor di bersaglio
Esercizi di lettura |
La sfogliatura dei giornali di primo mattino forse è soltanto un hobby residuo dalla grande stagione della “fede” politica, quando sembrava che bastasse capire, conoscere, spiegare e spiegarsi le male azioni per dissolvere il costume che le creava. ”Il mondo, se lo conosci, lo cambi!” O, forse, un tenace esercizio a cibo che non sia precotto, a un mondo che non abbia can pastore e pecore, ma individui.
Non sempre mi piace il Gramellini de “La Stampa”: costretto a scrivere ogni 24 ore, talvolta pattina via, fuor di bersaglio. Ma mercoledì mi ha fulminato con un discorso che mai avrei voluto sentire, perché mi nega come pochi altri, ma che, intanto, ”arriva” e, dopo averlo sì riconosciuto figlio di una “saggezza” incartapecorita e polverosa, è bene ricevere ed integrare.
Argomento solito di questi giorni, prima che decada come le ricorrenze ai supermercati, giovani allo stadio (e fuori). Gramellini dice che, aboliti le guerre mondiali, l’imperio dei sottufficiali alla naja e gli esami di scuola (l’ultimo, quello che si chiamava di “maturità” ed è richiesto dalla Costituzione, l’ha capriolato la Moratti e forza Fioroni per rimetterlo almeno un poco in qualche sesto!) il giovane vive e paga una malintesa libertà, non certo di inserirsi, ma di negare il tessuto sociale esistente. Negano il “così riposato, così bello / viver di cittadini” (Dante) come peste conformista (compresa la scuola, visto che si sbeffeggiano e pestano i prof!), non da mutare, ma da scaraventare via in toto e, così facendo, compiono quella specie di milizia a cui ci pareva bene averli sottratti.
Sotto la retorica delle guerre….niente! Come adesso! Si fa tanto per fare; col muoversi aggressivo ci si riscalda dal freddo.
E se un poco fosse così, anche? Proviamo ad accettare per assurdo e capiremo che:
a) il calcio non c’entra per nulla. C’entra subito dopo, per opera scaltra e delinquente di chi approfitta per venderlo, il casino che non ce l’ha col calcio, ma che trova lo stadio come palestra attrezzata per sentirsi branco. Giocatori che salutano, impuniti, nel gesto fascista o che recitano veri psicodrammi concitati e volgari sul terreno, loro sì che sono detonatori. Ma guai a chi dice di farli smettere!
b) come non c’entrano per nulla muri con scritte che avrebbero bisogno di traduzione, carrozzerie d’auto, arredo urbano, treni ed autobus decorati, sottopassi sporcati ancora di più se arricchiti di disegni e di copie d’autore eseguiti da scuole
c) non c’entra davvero la diarrea retorica con cui si sottolineano, ben sicuri al qua del foglio di giornale o del teleschermo, questi episodi. Come se non bastassero le immagini e, se proprio si vuole commento, bastino i rumori e le urla che le accompagnano. Senza prediche, salotti per chiacchera o “porte”!
d) “polizia fascista” è del ’68, anche se si addice benissimo per i settori deviati che combinarono non tanto il G8, quanto la scuola Diaz! Il poliziotto non sarà più il rude proletario che Pasolini (ma come si torna sempre a fare i conti con lui!) rinfacciava ai giovani-bene col Mini cooper di Valle Giulia, ma nemmeno il trucibaldo scelbotto delle piazze anni ’50: una per tutte, Reggio Emilia! Non è neppure il teppista convertito per comodità al potere di “Arancia meccanica”! E’ un lavoratore, spesso professionista, indispensabile al buon regolamento della nostra società. Lavoratore a contratto, certo; perfettibile, ma coerente coi bisogni sociali e dialetticamente sindacalizzato. Assunto a simbolo del potere causa la divisa, è diventato bersaglio agli stadi, fuori degli stadi e non soltanto in occasioni sportive. Così; alla cieca: come sparare ai luna park di una volta nelle pipe di gesso!
e) Certo che, nei casini, ci sarà lo zampino di “forza nuova” Ma non più di tanto! C’è, per fortuna, ancora una bella differenza tra i fischi a Prodi e i disordini criminali di Catania. Se poi si scopre che il custode dello stadio è un ultra già diffidato e che è stato assunto dal sindaco Bianco che si vantò di spuntarla sulla candidatura a sindaco di Claudio Fava, ce n’è di rogna da grattare!
Per concludere, quindi,
prendiamoci le nostre colpe, di noi predicatori attardati che parliamo un linguaggio pieno di scorie retoriche, che abbiamo allontanato i giovani dalla società (la politica è “sporca”!) dalla cultura (nostro fiore all’occhiello è il degrado della scuola, sempre ultima nei bisogni e nelle attese!) dal lavoro e dal dialogare, dal parlare. Ormai le generazioni parlano per reciproci ultrasuoni che si sfuggono, e neppure tanto per volerlo: maledettismo giovane e paternalismo maturo, con relativa scomunica.
Abbiamo fatto come quella nonna della fiaba che regalava i giocattoli meravigliosi ai nipoti,ma,prima che li toccassero, li rinchiudeva a chiave nell’armadio, perché si potevano sciupare: meglio averli da grandi!
Del resto, che il nostro linguaggio è stanco, è vecchio, è sfiorito e che il nostro apparato concettuale rischia pertanto di farsi asfittico ce ne accorgiamo ogni giorno, faticando per capire un gergo politico avvitato su di sé come un aereo che precipita e constatando quanta retorica secca impedisce il fluire di giornate come quella della memoria o il 25 aprile: peggio che mai, il 2 giugno!
Se vogliamo davvero togliere i giovani,merce viva,agli affaristi del calcio che ne fanno uso provocatorio, reimpariamo, con umiltà, a parlare fuor di proverbi e, soprattutto, fuori dell’ipocrisia che ci fa sentire sepolcri imbiancati che, beffardi, giudicano, stanno ben fuori degli schizzi di sangue e sentenziano: “L’avevo detto…” “Ai miei tempi…”
Così non si va da nessuna parte!
Sergio Giuliani