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STANISLAW LEM
Sono in debito con Stanislaw Lem, un autore le cui opere
sono attuali oggi come quando furono scritte. Lo sono da quando mi fu
commissionato una decina di anni fa un articolo su di lui mai pubblicato e
dormiente da allora in un cassetto per la prematura dipartita della rivista
richiedente. È giunta l’ora di porvi rimedio e cancellare il debito. A molti dei lettori di Trucioli probabilmente il suo nome
non dirà nulla. Eppure si tratta di un grande scrittore, candidato per ben due
volte al premio nobel dal suo paese natale, la Polonia, che gli ha peraltro
conferito anche il massimo riconoscimento letterario dello stato polacco.
Candidature ovviamente ignorate, perché Stanislaw Lem ha un difettuccio, quello
di essere stato un autore di fantascienza quando la fantascienza è ancor oggi
ritenuta da troppa parte della paludata critica letteraria una semplice
letteratura di genere, non meritevole di considerazione. Un errore grave, perché
se oggi purtroppo il suddetto genere è probabilmente ridotto a mero
intrattenimento, azione e avventura in ambiente esotico per puri scopi
commerciali privi di qualsivoglia spessore letterario, nel passato ha anche
saputo svolgere una sua funzione sociale, filosofica e precognitiva, non
disgiunta almeno in alcune occasioni da risultati artistici. Ma su questo punto
potremmo eventualmente approfondire meglio in futuro. Torniamo invece all’autore
del giorno, grande scrittore la cui opera ha peraltro realizzato le tre suddette
funzioni con esiti brillanti. Prima di approdare alla letteratura il polacco Stanislaw
Lem, nato a Leopoli, oggi in Ucraina, nel 1921 e mancato lo scorso anno a
Cracovia, si laureò in medicina ne1946, ampliando in seguito il proprio campo di
interessi anche alla fisica, alla biologia e alla cibernetica. Alla narrativa si
avvicinò agli inizi degli anni ’50, debuttando nel 1951con il suo primo romanzo
di fantascienza, “Il pianeta morto”, storia allegorica con riferimenti critici
alla società capitalistica d’una Terra futura priva di classi alle prese con il
mistero della distruzione della civiltà venusiana. Da allora alla narrativa vi
si dedicò per i successivi 35 anni, pubblicando più di venti scritti tra romanzi
e antologie di racconti, a cui vanno aggiunti numerosi saggi. I temi filosofici che si rincorrono più o meno in tutte le
sue opere sono quelli dell’incomunicabilità e dell’incomprensibilità della
realtà che ci circonda. Ad esempio in “Pianeta Eden” (1959), romanzo scarno e
affascinante ma meno facile da leggere di suoi altri a causa dello scarso appeal
avventuroso, una nave spaziale umana atterra, a causa di un incidente, su un
pianeta abitato da una razza intelligente e tecnologizzata. L’equipaggio tenta
di conoscere e studiare gli usi e i costumi dei suoi abitanti ma tutto si
dimostra vano, perché le abitudini e le stesse manifestazioni tecnologiche degli
abitanti di Eden risulteranno del tutto incomprensibili: “…E credi che io ci capisca qualcosa?! – Sbottò
l’ingegnere – È il frutto della mente di un pazzo (…) o di più pazzi. Una
civiltà di alienati ecco cos’è questo maledetto Eden! (…) a che cosa possano
servire non lo so. Si tratta però di un pezzo e non di un meccanismo completo.
Ma questo pezzo, così come è venuto fuori da questo mulino impazzito, mi sembra
assurdo.” E gli stessi tentativi di comunicare direttamente con la
popolazione riescono solo per verificare quanto sia abissale la distanza che
separa le due civiltà e scegliere alla fine di abbandonare il pianeta senza
ulteriori ricerche. Una rinuncia derivante dall’impotenza: “Penso che dovremmo andarcene. – Disse finalmente
l’ingegnere. (…) Ogni intervento, fatto sia pure con uno scopo nobile e
disinteressato, ogni nostro tentativo del genere finirebbe con tutta probabilità
come la nostra spedizione odierna, con l’uso dell’annichilatore. Naturalmente
troveremmo sempre delle giustificazioni in nome della legittima difesa, e così
via, ma invece di aiuto porteremo la rovina.” Senza bisogno di andare lontano nel cosmo, è facile
verificare come noi esseri umani ci dimostriamo sovente incapaci di comprenderci
l’un l’altro. Basta appartenere a società diverse o perfino alla medesima
società ma a differenti generazioni, come l’autore esemplifica in “Ritorno
dall’universo” (1961), dove i protagonisti della narrazione, al termine di un
viaggio durato dieci anni soggettivi dal sistema stellare di Fomalhaut,
ritornano, nel rispetto della teoria della relatività, su una Terra futura a
loro di ben 127 anni, per trovarvi una società estranea e incomprensibile quanto
avrebbe potuto esserlo una marziana. “La guardavo, in silenzio. Non era che la lingua fosse
molto cambiata. Solo che non capivo nulla. Nulla. Erano loro che erano cambiati.
(…) Come sei strano! Proprio come se non fossi neanche… s’interruppe –
un essere umano?” Oggi la nostra società capitalistico consumistica e quella
islamica, fondamentalista e no, sono venute a confronto diretto a causa
dell’immigrazione, degli interessi economici e della paura che tracima nell’odio
e nel terrorismo. Sono società le cui popolazioni hanno mentalità assai diverse.
Viste in tale ottica allora le argomentazioni di Pianeta Eden e di Ritorno
dall’universo non sembrano più semplici favole fantascientifiche, non credete?
Forse quando Occidente e Islam impareranno a comprendersi riusciranno anche a
far cadere i motivi di contrasto. Il romanzo generalmente indicato come suo massimo
capolavoro è “Solaris” (1961), opera bellissima, onirica, profonda e complessa,
assai impegnativa, che non poco deve alla psicanalisi. Dalla vicenda sono stati
tratti due film, quello del 1972 dal titolo omonimo del regista sovietico Andrej
Tarkovskij, basilare ma purtroppo tagliato e sconciato nell’edizione italiana, e
il più recente remake hollywoodiano con George Clooney protagonista, riuscito a
metà. Il Solaris del titolo è un immenso oceano vivente
protoplasmatico, che ricopre l’intera superficie di un lontano pianeta. Si
tratta di un metafisico oceano intelligente, autore di ammalianti quanto
enigmatiche manifestazioni e capace di risvegliare i fantasmi dell’inconscio.
Solaris è di fatto un ambiguo “dio bambino” dagli scopi imperscrutabili. Kelvin, personaggio principale di una storia il cui
autentico protagonista è Solaris stesso, è uno scienziato giunto su una base
spaziale in orbita intorno al pianeta, per studiare questo essere senziente con
cui da secoli si tenta invano di trovare anche solo una maniera per comunicare.
Ma non sarà piuttosto l’oceano vivente a studiare gli esseri umani che cadono
nelle sue grinfie? Kelvin nasconde nei recessi del suo intimo un terribile
rimorso, quello di aver spinto al suicidio, dieci anni prima, la sua compagna
Harey. Un mattino sarà proprio la defunta partner ad apparire nella base,
apparentemente rediviva ma in realtà ricreata chissà come dall’oceano senziente
e convinta essa (o ella?) stessa di essere autentica. Un riflesso dell’io emerso
a torturare e stimolare la mente dello studioso. E così come accade a Kelvin,
ciascuno degli scienziati presenti nella base deve vedersela con il proprio
demone personale, incapace di capire non solo la realtà che lo circonda ma anche
la sua stessa psiche. Un altro tema suo tipico e correlato ai precedenti è quello
dello sviluppo tecnologico e del rischio che corre l’umanità di non comprendere
più la tecnologia con la quale convive, facendosene così sfuggire di mano il
controllo. Argomento come si vede altrettanto attuale, estrinsecato al meglio in
“L’invincibile” (1964), opera incisiva e avvincente.
L’incrociatore Invincibile viene inviato sul pianeta Regis
III alla ricerca della nave gemella Condor, misteriosamente scomparsa. Dopo
varie peripezie, il potente e iper armato equipaggio s’imbatterà in un
agghiacciante e inumano nemico, la “nube nera”, microscopici servomeccanismi
capaci di raggrupparsi in immensi sciami assassini di milioni di individui in
simbiosi. All’interno della biosfera di Regis III si è sviluppata un’incredibile
modificazione dei prodotti meccanici, una “necroevoluzione o evoluzione della
materia morta” come la definisce Gianfranco De Turris nell’introduzione al libro
sull’oscar Mondadori nro 1639. Tra i sofisticati automi e
servomeccanismi elettronici, dotati della capacità di autoriprodursi, superstiti
di un’antica spedizione aliena, si è scatenata una vera e propria evoluzione
darwinistica, che ha portato al dominio dei robot più adatti, per così dire,
alla sopravvivenza, soppiantando non solo le altre forme meccaniche, ma anche
l’intera vita animale e vegetale di terraferma del pianeta e parte di quella
marina. Si tratta della cosiddetta “Meccanizzazione evolutiva”, che riguarda
però, si badi bene, sistemi solo apparentemente intelligenti, ma che in realtà
agiscono nella maniera descritta solo a causa dell’istinto prodottosi sulla base
del programma originale: adattabilità all’ambiente e una sorta di ancestrale
memoria di gruppo. Lo sciame rappresenta l’assoluta alienità e
incomprensibilità, tanto che la mente umana, non riuscendo a comprenderne il
senso, non recepisce di trovarsi di fronte a qualcosa di artificiale, morto, e
dunque non senziente: “Tutti dicono loro, pensò Rohan, come se si trattasse
davvero di esseri vivi e ragionanti. (…) Abbiamo come avversari i prodotti di
una evoluzione non biologica (…) non possiamo porre il problema in termini di
vendetta o di rivincita per la sorte del Condor e del suo equipaggio. Sarebbe
come battere il mare con le verghe perché ha inghiottito una nave.” Non vi ricorda forse tutto ciò l’inarrestabile sviluppo dei
computer, della robotica e dell’elettronica e la ricerca condotta da decenni
sull’intelligenza artificiale, con le continue polemiche tra studiosi della IA e
loro avversatori? Sebbene “L’invincibile” non preconizzi la nascita di autentica
intelligenza meccanica, tuttavia ricorda ad esempio le preoccupanti teorie del
noto ricercatore Hans Moravec, fondatore dell’Istituto di robotica della
Carnegie Mellon University, convinto che al più tardi entro il 2050 i robot
supereranno l’intelligenza umana e potranno cominciare un loro cammino
evolutivo. Essi sostituiranno del tutto l’uomo in ogni sua attività e
impareranno a riprodursi, sfruttando ogni possibile materia prima per costruire
nuovi esseri non biologici sempre più intelligenti e creando immense colonie
autonome. A quel punto gli esseri umani, obsoleti e inutili, saranno condannati
all’estinzione.
Oltre a quelli citati vi sono numerosi altri frutti
meritevoli di essere colti dall’albero dei prodotti del geniale polacco. Lem,
infatti, ha continuato a scrivere fino a quando ha ritenuto di avere qualcosa di
significativo da dire, auto pensionandosi prima di trasformare la sua arte in
routine. Anche i suoi scritti più recenti dunque, come ad esempio “Pace al
mondo” (1984), che riprende in parte i temi de L’Invincibile e l’ultimo,
intitolato “Il pianeta del silenzio” (1987), sono giudicati dalla critica lavori
di buona qualità. Purtroppo molte sue pubblicazioni non sono reperibilissime, ma
vale la pena d’impegnarsi a trovarle, prima di tutto perché di notevole spessore
letterario e piacevole lettura e poi perché fanno meditare, allargano la mente e
arricchiscono lo spirito. Massimo Bianco.
O DELL’INCOMUNICABILITA’