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Di chi è l’acqua? 

Acqua pubblica? Ci metto la firma.” Questo il titolo di un incontro tenuto ieri a Finale Ligure su iniziativa del Comitato Promotore Nazionale per la campagna di raccolta firme per una legge che sancisca la ripubblicizzazione del servizio idrico o ne impedisca la privatizzazione...LEGGI

Chi ha letto miei interventi precedenti, sa quanto questo sia un tema sul quale ho battuto e ribattuto, vista la sua fondamentale importanza per tutta l’umanità.

Traccerò allora i punti salienti del discorso tenuto dal relatore Marco Bersani (nessuna parentela col più noto neoliberal DS).

Innanzitutto, distinguiamo tra beni comuni naturali e beni comuni sociali.

I primi, secondo la tradizione greco-antica, sono i quattro elementi fondamentali: acqua, aria, terra, fuoco. Mentre acqua ed aria mantengono il nome elementare, quello attualizzato per terra è territorio, e quello per fuoco è energia. Nessuno di questi elementi dovrebbe mai essere privatizzato, con l’eccezione del territorio, ma solo per quanto riguarda la proprietà della terra per il proprio sostentamento e la casa per la propria abitazione. La proprietà degli altri tre dovrebbe rimanere pubblica, comprese le materie prime energetiche (petrolio, carbone, uranio, forza idroelettrica). Oggi si parla di “impronta ecologica” (ecologic footprint) per definire il carico sull’ambiente di ciascun essere umano, proprio in termini di quanta parte dei beni comuni naturali gli sono necessari per un’esistenza piacevole e dignitosa. Oltre quella soglia, che decresce con l’aumento della popolazione, si entra nella penuria.

I beni comuni sociali sono diritti acquisiti dall’uomo nella sua evoluzione civile a partire dallo stato tribale. Oggi, essi sono riconducibili alla salute, all’educazione, alle libertà laiche e di fede, alla mobilità, al riconoscimento dei diritti animali e dell’ambiente in genere, compresi beni immateriali quali l’estetica urbana e del paesaggio. Tutte questi beni sono, in pratica, diritti a godere di libertà personali private, concesse ai singoli, purchè non inficino le pari libertà degli altri.

E’ chiaro che questi principi di equità vengono calpestati quando, come avviene da secoli a ritmo crescente, una parte minoritaria della popolazione globale dilata il proprio footprint a spese del resto dell’umanità.

Su un piano inferiore e subordinato ai beni summenzionati stanno i metodi di produzione di beni materiali, di natura facoltativa, ma preferibilmente privata, in quanto mirati, legittimamente, al profitto e alla competizione in base al miglioramento di qualità e prezzi. Queste attività debbono essere regolate tenendo presente la priorità da riservarsi ai beni comuni naturali e sociali. Le persone preposte alla fruizione pubblica dei beni comuni materiali e sociali devono avere un codice comportamentale volto a privilegiare il benessere della società nel suo insieme; codice ben diverso da quello delle attività private, volte a realizzare un profitto, in sé legittimo, ma che potrebbe risultare in contrasto col benessere collettivo.

Chi si candida ad essere eletto amministratore pubblico non deve poi comportarsi come l’amministratore delegato di una società privata, ma deve ergersi anzi ad ostacolo, nella sua qualità di garante del bene pubblico, di mire private che calpestano i diritti fondamentali dei cittadini; quali quelle, appunto, ad avere accesso arbitrario e indiscriminato ai beni comuni. Se ad es. un sindaco si attiva per cedere a privati la proprietà e la conduzione di un bene inderogabilmente pubblico, nel caso in questione, l’acqua, ebbene, che si dimetta e faccia domanda presso un’azienda privata: in Comune non c’è spazio per lui. Se i ministri di una coalizione che si tinge di sinistra spingono per liberalizzazioni a tappe forzate, si candidino alla dirigenza di qualche multinazionale, ma non tradiscano i cittadini facendosi eleggere con un berretto in testa per poi sostituirlo col suo contrario.

Contrariamente a quanto sosteneva Adam Smith, uno dei padri del liberismo economico, sommando l’utile dei singoli, non sempre si ottiene come totale la ricchezza (wealth) delle comunità. E tanto meno è vera l’affermazione di Mandeville che dai vizi privati discenda una pubblica virtù.

Bersani ha ribadito quanto, da almeno due decenni (io farei almeno tre), si insista sul concetto che “privato è bello”, canonizzando così il capitalismo dopo la rovinosa caduta dei regimi di stampo sovietico. Ho già avuto modo in precedenza di sottolineare quanto sia settario questo modo di vedere il male soltanto nel comunismo e tutto il bene nel capitalismo, constatando le innegabili pecche del primo e chiudendo gli occhi sui suoi possibili vantaggi sociali; mentre, di converso, si tende a vedere solo il bello del liberismo, chiudendo gli occhi sui suoi disastri, sociali ed ambientali.

Il liberismo, considerando beni quali aria ed acqua, anziché di proprietà pubblica, disponibili a quanti se ne approprino per il prorpio utile privato, ha finito col renderli beni rari e quindi costosi, da proporre poi liberamente sul mercato. I poveracci nello smog e con l’acqua razionata e a pagamento, i “vip” in aree esclusive, immerse nel verde, recintate e videoprotette, con aria balsamica, fontane e cascatelle.

Bersani ha poi osservato come l’acqua sia un bene di cui, a differenza di altri, nessuno, nemmeno l’ultimo diseredato del pianeta, può fare a meno. Pertanto, riuscire a privatizzarla significa tenere in pugno non solo i soldi dei ricchi, ma anche gli spiccioli dei più miseri; i quali, se anche disporranno di un solo dollaro, non potranno che destinarlo a soddisfare il loro bisogno vitale di bere e, forse, di lavarsi. Si può sopravvivere anche senza petrolio, tirando avanti, come in tempi di guerra, con espedienti e ristrettezze; ma non si può assolutamente, nonché vivere, neppure sopravvivere senz’acqua.

Non possiamo quindi che plaudere a questa raccolta di firme nazionale per la promulgazione di una legge che decreti l’inalienabilità del diritto all’acqua, o per meglio dire, ad un minimo di acqua pro capite, per i propri bisogni primari, alzando però le tariffe (pubbliche) al di sopra di tale soglia, onde non incoraggiare sprechi ed usi impropri.

Si tenga ben presente che l’acqua, anche se a prima vista puà sembrare un bene rinnovabile, come l’energia solare, eolica, delle biomasse, ecc., sta perdendo questa sua qualità, a causa dei cambiamenti climatici in corso. Se, infatti, le riserve di acqua nei ghiacciai non fanno che ridursi, le falde freatiche potranno ricaricarsi soltanto con l’acqua piovana. Ma se neve e pioggia sono diventate fenomeni sempre meno frequenti, mentre i nostri consumi, anziché ridursi, continuano a crescere, il risultato sarà ad es. una pianura padana in progressiva desertificazione, come sta già marcatamente accadendo ad es. in Australia, dove la siccità prolungata ha portato il deserto dove prima erano i campi coltivati, con la disperazione e spesso il suicidio di migliaia di contadini.

La penuria di neve e la ritirata dei ghiacciai alpini finirà col rendere dei monumenti inutili, pura archeologia industriale, le varie centrali idroelettriche, col forzato ricorso a centrali termoelettriche, che accentueranno l’effetto serra.

Insomma, la situazione è davvero drammatica, e le temperature primaverili di questo supposto inverno non fanno che contraddire quanti ancora si baloccano nel dubbio che questo clima anomalo non sia dovuto alle attività umane, bensì a motivi astronomici. Il che indurrebbe a non fare assolutamente nulla, visto che non possiamo certo influire sull’orbita o sull’inclinazione terrestre, né sulle radiazioni solari. Una cosa comunque è certa: l’uomo produce gas ad effetto serra; e anche qualora questo effetto fosse in concorso con effetti analoghi dovuti a cause astronomiche, è nostro dovere, addirittura a maggior ragione, cercare di incidere sulle cause umane, visto che su quelle astronomiche, nonostante i nostri deliri di onnipotenza, non possiamo minimamente agire.

Con questa fosca propsettiva dinanzi a noi (pensiamo soltanto a quale estate ci aspetta, dopo un “inverno” di questa natura, con terra e acque marine che procedono tiepide verso l’arsura estiva), i nostri governanti sono in conclave nella reggia di Caserta a discettare di sistema elettorale, crescita e sviluppo (ossia maggiori consumi, quando noi ambientalisti raccomandiamo invece da anni una decrescita guidata), ovvero se l’accresciuto gettito fiscale sia merito di questa maggioranza o della precedente, ovvero ancora come opprimerci con multe maggiorate per infrazioni stradali: ignobile pretesto per mettere sempre di più le mani tinte di “pubblico” nelle tasche dei cittadini, invece di metterle in quelle di chi vuole privatizzarci i beni comuni. Tutto questo dopo un decreto Bersani (quello famoso) teso a privatizzare e liberalizzare ogni attività, decretando in sostanza la legge della giungla competitiva, e dopo una Finanziaria tesa a perseguitare proprio i soggetti liberalizzati: in particolare i lavoratori autonomi, che tali sono per necessità, assai più che per scelta. Il paradosso è questo: se mettono ogni bene in mano privata, la quale ce li farà pagare a peso d’oro, perché continuare ad alzare le tasse, o addirittura perché tassarci, aggiungendo gabelle pubbliche a prezzi di mercato? Per lo stesso criterio per cui si paga un canone per la TV pubblica e poi vi si lascia accesso alla pubblicità.

Ma, aggiungo io, come possono convivere due anime così contrarie: da un lato la frenesia liberalizzatrice, che vorrebbe ridurre tutto a privato; dall’altra il mantenimento di privilegi scandalosi come quelli di manager pubblici e dei soggetti politici che perorano il privato ma se ne restano comodamente nel pubblico, sottratti ad ogni legge di mercato e ad ogni giudizio di merito, che, in un contesto privato e liberista, ossia quello che vogliono imporre agli “altri”, li avrebbe fatti licenziare con disdoro e damnatio memoriae. Fanno le pulci agli autonomi, sguinzagliando controllori fiscali per ogni dove, quando si legge di stipendi e buonuscite che un autonomo non vede in tre vite, dopo carriere rovinose per la collettività, chiamata paradossalmente a pagarle in beffa al danno che ne ha ricevuto.

Certo che non vogliamo questo genere di pubblico; certo che non vogliamo manager pubblici o pubblici amministratori che preparano la strada alla privatizzazione delle stesse aziende che dirigono o dei beni pubblici che sono preposti a governare. Vogliamo invece che nel privato ci vadano loro, se tanto lo amano, e lascino alla guida del pubblico uomini che hanno a cuore la ciceroniana res publica. Insomma, che al privato si accomodino pure i vari Bersani, D’Alema, Prodi e Rutelli, mano nella mano con Berlusconi e simili, che dal privato provengono; e che ci tornino pure. 

Marco G. Pellifroni                                        Finale Ligure, 12/01/2006