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UOMINI E BESTIE

8: Prospezioni dell’immaginario

 Equorum mirabilia

 

Settima parte

Il Circo Massimo

Corse di Cavalli nell’antichità. 2

 

 

L’edificio

 

L’esterno dell’edificio presentava tre piani, dei quali il primo almeno sicuramente porticato.

 

 

Su di essi lungo i lati maggiori e uno dei minori poggiava la cavea, ove s’allineavano i gradus o sedilia, separati dall’arena da un podium e suddivisi orizzontalmente da praecinctiones in tre zone, ognuna corrispondente ad un piano, e verticalmente in cunei, ognuno col suo vomitorium (il corridoio d’accesso); probabilmente i sedili dei due ordini superiori erano di legno, di pietra quelli del primo.

 

 

Il lato lungo nordorientale contiguo al Palatino ad un quarto dal fronte della partenza era interrotto dal pulvīnar, la tribuna imperiale, cui corrispondeva ai tre quarti del lato opposto un secondo corpo avanzato che per alcuni ospitava l’editor spectaculorum (il mecenate), da altri invece collocato nel suggestus, la tribuna sopra la porta pompae.

 

 

Il basso muraglione che correva lungo l’asse dell’arena interrompendosi parecchio prima di raggiungere i lati corti era la spina, terminata alle due estremità dalle metae, tre cilindri conici di legno rifatti in epoca imprecisabile di bronzo dorato (CASS. var. III 51, 7),

 

 

e ornata di molte sculture, tra cui: le ova, sette palle di marmo infilzate su di un’asta sospesa a due colonne, che venivano rovesciate una alla volta a mano a mano che i corsieri terminavano i giri di pista (la scelta viene secondo Tertulliano, spect. 8, dalla leggenda di Castore e Polluce, i due gemelli semidivini cui eran sacri i cavalli, partoriti da Leda in un uovo dopo esser stata posseduta da Zeus in forma di cigno); le delphinae, due colonne identiche alle precedenti, solo che sull’asse questa volta erano incernierati sette delfini, ovviamente in onore di Nettuno, dio del mare e del cavallo, che non si sa se venissero mossi anch’essi come le ova o servissero solo di decorazione;

 

 

 

i due obelischi già ricordati; inoltre statue, altari, edicole e altro ancora, sparsi pure per la cavea, tra i quali in particolare conosciamo l’esistenza, ma non la collocazione esatta, dell’ara della Venus Murcia e di Consus, le divinità originarie dei tempi di Romolo. In epoca tarda, comunque prima dei tempi di Tertulliano, si fece in modo che i delfini buttassero acqua dalla bocca nella spina, che si trasformò in una grande vasca e assunse il nome di euripus, prima destinato al canale di sicurezza intorno all’arena.

 

 

 

Il corno nordoccidentale, di nome oppidum, ospitava le carceres, dodici stalli di partenza disposti a mezzaluna per eguagliare i percorsi, fiancheggiati da due turres e divisi al centro in due gruppi di sei da una delle quattro entrate del Circo, la porta pompae, cosiddetta perché attraverso di essa passava il corteo d’inaugurazione dei giochi, le altre essendo la porta triumphalis sul lato corto opposto, la porta libitinensis da cui uscivano i cadaveri dei morti durante gli spettacoli, che non sappiamo dove fosse, e un’ultima di cui ignoriamo il nome, posto che lo avesse.

 

 

Le carceres erano celle voltate chiuse da cancelli lignei a due valve, inquadrati da Hermulae, i quali stranamente sembra si aprissero verso l’interno. Seguiva l’(h)arena, lo spazio fra le carceres e la alba linea (quest’ultima chiamata da Plinio, VIII 160, creta), ossia una riga bianca tracciata al suolo che segnava la partenza e l’arrivo, rispettivamente sulla corsia sudorientale e nordoccidentale all’altezza della prima meta. Il corno opposto dell’edificio era infine tondo come un semicerchio.

 

 

 MISERRIMUS