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FOGLI MOBILI
La rubrica di Gloria Bardi QUANDO LE CHIAVI NON APRONO PIU’
Così stiamo noi contemporanei, nel mondo della complessità.
Chiavi inservibili sono le fedi, le ideologie, le antropologie, le etiche, le varie anticipazioni e ricognizioni. Non funzionano più perché tutte quante sono costituite sulla semplicità, sul convinto discernimento tra il bene e il male.
Tutte sono sostanzialmente manichee.
Si tratta dei cosiddetti “ismi”, che hanno funzionato, quando hanno funzionato, come “facilitatori” di orientamento. Intendiamoci, anche il “revisionismo” lo è, in quanto indagine sottratta al rischio della scoperta e ideologicamente pilotata.
Ma è la facilità ad essere oggi disorientante.
Essa è in realtà falsa da sempre in quanto è il risultato di un’operazione di lettura della realtà, la facilitazione, ma solo oggi è falsa in assoluto. Prima si trattava di falsità come “parzialità”, segnata da “compatibilità” condizionata, oggi di falsità come rovesciamento e incompatibilità totale.
Prima non era del tutto vero ciò che ora è totalmente falso.
Il passato storico recente, con la guerra fredda, è stato il più manicheo in assoluto, forse perché sempre ciò che vacilla viene fagocitato. Ma se il conflitto USA-URSS ha rappresentato la cifra di quel mondo, del nostro lo è il conflitto arabo-palestinese o, più ancora, la guerra diffusa, deterritorializzata, globale, permanente.
Il problema sta nel fatto che noi continuiamo ad agitare quel mazzo di chiavi, senza renderci conto che riescono solo a chiudere.
Qualche anno fa un medico ricercatore mi fece pervenire tramite la figlia, mia alunna, una domanda, scritta su un foglietto: “la fecondazione assistita è di destra o di sinistra?”.
La provocazione era giustissima, dal momento che obbligava a squadernare le contraddizioni.
E’ vero che non si può essere semplicemente adattivi, ci mancherebbe, ma altrettanto vero che i radicalismi che vedo perseverare o nascere sono sempre retroriferiti. Conosco persone che sanno tutto di Trokskji e niente di Internet, ad esempio, e tuttavia credono di poter elaborare ricette di salvezza per il nostro futuro.
Quello che manca non è la memoria ma l’immaginazione.
Come diceva Nietzshe, nemmeno la memoria è un valore assoluto e in molti casi, proprio per fondare lo spazio della creatività, svolge un ruolo perfino il vituperato “oblio”.
La conoscenza stessa, che ha sempre proceduto astraendo e generalizzando,prova ora il disagio dell’astrazione e della generalizzazione. E la confusione maggiore viene dal fatto che continuiamo a usare le stesse parole, confezionate per altri scenari concettuali e morali: guerra, avvenire, natura…senza renderci conto che esse occultano più di quanto disvelino.
Che sono ambasciatrici di inganno.
C’è uno, uno soltanto dei nostri riferimenti che si stagli sull’ombra o che nell’ombra vada definitivamente ad affondare? Uno, uno solo che non abbia bisogno di distinguo e messa in situazione? Che possa costituire un punto fermo? L’individuo? La libertà? L’uguaglianza? La vita?
Esiste qualcosa che può sottrarre le nostre scelte all’incerto?
Esiste una, una sola delle nostre azioni di cui conosciamo per filo e per segno le conseguenze ecologiche?
Perfino il possessivo “nostro” puzza di stantio.
Agiamo e parliamo come se esistessero gli assoluti, come si ci fossero doveri e deontologie che non chiedano scelta e come se ci fossero scelte che non comportino costi umani anche pesanti.
Le tante anime pie che ci dicono: “la vita è il bene supremo”, sono poi in grado di dirci che cosa si debba intendere con la parola “vita”? Anche quella del clone lo è. Allora “vita naturale”. Ma alla vita naturale appartengono le proliferazioni tumorali e appartiene la gestazione degli anencefalici. Quando diciamo “viva la vita”, punto, ci rendiamo conto degli inferni di cui ci carichiamo la coscienza?
O forse ci accoccoliamo nel grembo di un qualche Dio mallevadore, che ci consente di farci un baffo delle conseguenze?
Un fatto è certo: da tempo mi confronto con sostenitori della laicità, refrattari ai divieti assoluti; ebbene, non vi ho mai colto disprezzo per la vita. Né alleggerimento morale.
Né io personalmente provo disprezzo per la vita, anche quella embrionale, e se la cosa fosse fattibile con beneficio comune davvero salverei il lupo la capra e il cavolo.
E crediamo. E continuiamo a credere che le eccezioni confermino la regola senza renderci conto che questo avviene solo nella mentalità dei questurini a cui non è data possibilità di entrare in crisi, ed è una gran fesseria.
L’eccezione impedisce in realtà, e secondo buon senso, l’imporsi della regola se non per prepotenza e semplificazione.
Così, l’omosessualità è l’eccezione che conferma la regola e che ne deve subire il modello?
Immagino le tante domande che potrebbero essermi rivolte qui, anche in riferimento ad altre parti di questo breve testo: nascono appunto dalla complessità, dalla necessità di distinguere, differenziare, gerarchizzare valori e anche, se è il caso, mutare le gerarchie dinanzi a diversi contesti.
Come dice Morin, occorre pervenire all’azione, consapevoli però che ogni azione è “scommessa”, sempre segnata dal rischio e dalla provvisorietà.
Non far finta che l’incertezza non esista, tale è la semplificazione, ma acquisire l’incertezza come condizione del nostro pensare e del nostro agire.
Occorre rassegnarsi ad affrontare il mondo con chiavistelli più che con chiavi, sentendoci più scassinatori che padroni di casa.
O forse bisogna decidersi una buona volta a lasciare aperte le porte, a produrre compenetrazione dei saperi, delle culture, contaminazione, polisemicità.
E a proposito di parole, noi continuiamo a chiamare universo quello che ai piani alti del sapere, mentre discettiamo di crocifissi e veli, si chiama ormai da tempo “pluriverso”.
Occorre finalmente comprendere che il mondo, questo nostro, così entropico come ce lo ritroviamo, ha bisogno più di immaginazione che di fede ma che l’immaginazione ha bisogno di spregiudicatezza e di rinuncia a tanti, spesso davvero tanto cari, muri di Berlino mentali.
Gloria Bardi
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