Ogni anno , il 2 giugno, si celebra sulle colline di San Bernardo nell’entroterra di Albenga, la festa della Pace.

FESTA DELLA PACE

Margherita Pira

 Ogni anno, il 2 giugno, si celebra sulle colline di San Bernardo nell’entroterra di Albenga, la festa della Pace.

E’ una bella cerimonia ed è giusto farla conoscere perché è legata a valori e ad esperienze che, lassù, mantengono tutta la loro autenticità e non scivolano mai nella facile retorica.

L’ Associazione “Fischia il vento”, che l’organizza, ha di proposito scelto il giorno della festa della Repubblica perché intende sottolineare i legami con l’anniversario del referendum e con la Resistenza che ne è stata la premessa.

“Fischia il vento”, come tutti sanno, è l’inizio dell’inno partigiano che è nato proprio qui, in queste vallate verdi del nostro entroterra. 

Ecco la storia. 

Felice Cascione, un giovanissimo medico imperiese, l’otto settembre del 1943 fa la sua scelta, limpida e sicura, contro il fascismo, contro i tedeschi, contro l’orrore e la disumanizzazione della guerra. Sceglie la Resistenza, sceglie la vita dura della montagna, sceglie di essere partigiano.

Con i compagni, lui imperiese, va sul pizzo d’Evigno. Ma il luogo non è sicuro; con le “scarpe rotte” il gruppo si sposta a levante e giunge nelle vallate dell’Albenganese.

Cascione, leader indiscusso, per tutti è “U megu”.

Ai partigiani manca però una divisa che li contraddistingua, ma è troppo cara; non se la possono permettere. Meglio una canzone: costa meno e, cantata in coro, crea un’identità collettiva.

Il partigiano Ivan, che è stato sul Don, ha con sé una chitarra. Intona, con nostalgia, una  canzone russa, “Katiuscia”. E’ bella, forte, ma dolce e struggente. Piace.

E’ fatta. Basta cambiare le parole.

Cascione, con i compagni, nelle sere di sosta trova i versi: “Fischia il vento, urla  la bufera. Scarpe rotte eppur bisogna andar a conquistare la bella primavera ( nell’edizione originale era rossa ) dove sorge il sol dell’avvenir…”

L’inno viene cantato per la prima volta la notte di Natale del ’43 a Curenna di Vendone davanti ai contadini stupiti che escono dalla messa.

I fatti incalzano. Bisogna spostarsi ancora.

Vengono presi due prigionieri.

I partigiani li vogliono uccidere. Cascione si oppone: “Come medico porto la vita, non la morte” Vengono salvati. Uno dei due fugge. Fa la spiata. I nemici salgono minacciosi.

Il gruppo riesce a ritirarsi, ma Cascione, nell’ansia della fuga, ha dimenticato la cartella con i documenti dove sono i nomi dei compagni.

Troppo pericoloso; porterebbe morte anche per i  civili. Torna.

 Il 27 gennaio del ’44 viene catturato e ucciso.

Felice Cascione, il più giovane comandante partigiano della Liguria, muore così. E noi lo ricordiamo. 

Tanto tempo dopo, quando la guerra è ormai lontana, sulle colline dell’Albenganese giunge un famoso scultore tedesco, Rainer Kriester. Si innamora di queste terre e stabilisce la sua residenza per una buona parte dell’anno, a Vendone.

Lì crea tante opere e si lega d’affetto con gli abitanti della zona.

Gli raccontano la storia, ormai divenuta mitica, di quel giovane partigiano.

Kriester è affascinato. Fa una cosa splendida: dona una sua opera, una stele, agli eredi di quel partigiano.

Lui tedesco vuole che questo comandante nemico abbia il dono di un uomo appartenente ad un popolo, una volta nemico.

E’ il dono della pace.

Da allora la stele di Kriester è la “Sentinella della pace” e attorno a lei il 2 giugno si celebra la festa della pace e di quei valori che si riconoscono in un messaggio di civiltà. 

Grazie, Felice Cascione, di tutti i 2 giugno che, da allora, ci hai regalato 

  Margherita Pira