(per una storia del tabacco)
I primi Europei che osservarono gli indigeni fumare sembra fossero Rodrigo de Jerez e Luis de Torres, due marinai della prima crociera di Colombo; si dice anche che Jerez non solo guardò ma anche provò per primo e, “preso il vizio”, portò con sé in Ispagna del tabacco ma, quando lo si vide fumigare dal naso e dalla bocca, fu denunciato per stregoneria al Sant’Uffizio e si fece sette anni di galera. Cristoforo comunque il giorno stesso dello sbarco aveva già ricevuto in dono dagli Arawaks, che certo le ritenevano molto pregiate, alcune foglie secche dall’odore pungente, che poi aveva fatto gettar via perché non sapeva che farsene; evidentemente, erano foglie di tabacco, come racconta il conte Corti (Die trockene Trunkenheit. Ursprung, Kampft und Triumph des Rauches, 1930).
La pianta del tabacco secondo i paleobotanici comparve in America nel sesto millennio. Le genti mesoamericane cominciarono ad usarla all’inizio del I sec. a. C., forse in origine per motivi cultuali: pare che il sacerdote durante le cerimonie religiose inalasse il fumo e lo indirizzasse verso il sole e i quattro punti cardinali. E comunque, per lo meno fra i Pellirosse, la sacralità rimase. Racconta ad esempio un mito urone che in tempi assai lontani, quando il mondo era sterile e gli uomini morivano di fame, il Grande Spirito, impietosito, mandò a salvarli una Donna che percorse tutta la terra, e dovunque sostasse, se appoggiava al suolo la mano destra, ne scaturivano patate, se la sinistra, granturco, finché non fertilizzò tutte le regioni. Allora si sedette a riposarsi e, quando si alzò, dall’impronta del suo corpo nacque il tabacco. Poi la pianta si diffuse tra la popolazione in vari modi, fumata in mannelli o in pipe, fiutata, masticata e assunta tramite serviziali, probabilmente quando ci si accorse che aveva un effetto ipnotico, preservava dalla fame, dalla sete, dalla fatica e dal dolore ed euforizzava i consumatori. Alla fine del I sec. d. C. era già nota in tutto il continente; a Uacaxtun, in Guatemala, è stato ritrovato un coccio, anteriore all’XI sec., in cui è ritratto un uomo che fuma un rotolo di foglie legato con un laccio. Il termine maya per l’atto del fumare era sik’ar.
La parola tobaca nel linguaggio arawak significava in realtà una sorta di pipa a forma di ipsilon, nella quale venivano bruciate le foglie; la pianta si chiamava cohibá, cogiba o coviva. In Florida, come in Brasile, il tabacco era detto petun, che dovrebbe essere l’origine della parola pétuner, con cui nel regno di Luigi XIV i Francesi indicavano il fumare o annusar tabacco. Diverso etimo hanno le espressioni dialettali tabaccare(“correre via”, “far perdere la testa), tabacchino (lombardo, “prosseneta”), tabàc (romagnolo, “ragazzo”), tabaccu (siciliano, “Silenzio!”), da voci arabe entrate nell’uso nel Medioevo, probabilmente tabbah: “cuoco”, e/o tabbaq: “Inula viscosa”.
I Pellirosse fumavano soltanto la pipa, mentre il sigaro si diffuse nell’America centrale e di qui al sud. Nelle zone del Messico, del Perù e del bacino delle Amazzoni gl’indigeni annusavano le foglie sminuzzate e mescolate con polvere di semi di parica o di niopo. Il masticar tabacco deriva forse dall’abitudine indigena di masticare foglie, come ad esempio la coca. Molto più raro l’uso, tipico di alcune tribù sudamericane, di succhiare le foglie del tabacco o di berne il succo diluito in acqua.
In Europa, a parte il caso semileggendario di Jerez, furono le relazioni di Ramón Pané, che pare ne avesse portato in dono alcuni virgulti a Carlo V tramite Cortés, e di Oviedo, a far conoscere la pianta. Sahagun distinse la varietà commerciale dolce (Nicotiana tabacum) da quella forte (Nicotiana rustica). Le prime piantagioni del Nuovo Mondo sorsero a Santo Domingo nel 1531 e nel 1548 in Brasile. A Francisco Hernández si dovrebbe la prima coltivazione europea. È altresì nota la polemica tra il cappuccino André Thévet, che nel 1556 aveva personalmente portato dal Brasile alcuni germogli e li aveva coltivati nel suo giardino di Angoulême, e l’ambasciatore francese a Lisbona, Jean Nicot, che mandò alla corte la specie rustica nel 1560. Thévet, appellandosi a ragione al primato cronologico, avrebbe voluto che il tabacco fosse chiamato herbe angoulmoisine, ma non gli riuscì, perché non aveva dalla sua le entrature dell’avversario, dal cui nome vengono infatti il nome scientifico del genus ed il termine che indica il suo principio attivo, la nicotina. In Inghilterra il tabacco entrò attorno al 1565 grazie alla ciurma di John Hawkins e più tardi a Francis Drake, che iniziò al “vizio” Walter Raleigh: tutti ricordano la storia, non si sa quanto vera, del servo che, vistolo fumare, credette che andasse a fuoco e gli gettò addosso un secchio d’acqua.
Inizialmente il tabacco fu considerato una pianta ornamentale, ma col tempo, grazie soprattutto ai marinai che prendevano parte alle spedizioni nelle Indie occidentali e acquisivano l’abitudine di fumare, od a chi volesse apparire eccentrico in società, venne sorgendo una domanda crescente, cui non rimasero insensibili i commercianti e i navigatori. Parallelamente si sparse la voce che fumare servisse alla prevenzione della sifilide, ma le fortune mediche del tabacco si devono, almeno secondo la tradizione, al Nicot, che lo avrebbe suggerito a Caterina de’ Medici, afflitta da persistenti mal di testa. Quel che è certo è che Nicot nel 1560 scrisse al Gran Priore di Lorena, decantando le virtù cicatrizzanti della pianta, da lui stesso sperimentate, e promettendo che avrebbe spedito i semi per l’impianto di una piccola coltivazione. Pare dunque che fosse il priore, non Nicot, ad offrire il medicamento alla regina, tant’è vero che il tabacco fu noto anche come “erba dell’ambasciatore”, “erba del priore”, “erba caterinaria”, “erba (della) regina”. Non si sa se Caterina guarisse, ma si ha notizia che guarì il figlio, Francesco II, da certe ulcere fastidiose che lo tormentavano. Il successo fu confermato dalle prime piantagioni europee, in Bretagna, in Guascogna, in Alsazia e nelle Fiandre.
La diffusione in Italia avvenne tramite il nunzio apostolico Prospero Publicola di Santacroce, il quale, trovandosi a Lisbona, venne a sapere che un gran numero di malati si recavano al giardino dell’ambasciata francese per ricevere la cura. Si fece dare alcuni semi e, tornato a Roma, li piantò nei giardini del Vaticano. Il riscontro fu immediato, anche simbolicamente, perché il germoglio ha una forma che potrebbe ricordare una croce; di qui l’appellativo allora corrente, giocato anche sul nome del cardinale, di “erba di Santa Croce”, che fu poi il logo di Monital. A Firenze arrivò nel 1574: il vescovo Niccolò Tornabuoni, ambasciatore presso la corte parigina, spedì i semi allo zio Alfonso, che avviò la prima coltivazione toscana dell’“erba tornabuona”. Come si vede, la produzione italiana fu esclusiva del clero, onde i nomi di “erba santa”, “erba sacra”, “erba divina”, ma anche “erba piperina” (non si capisce bene se dalle caratteristiche della pianta o di chi ne deteneva il privilegio...), “buglossa antartica”.
MISERRIMUS