FOGLI MOBILI

La rubrica di Gloria Bardi 

STORIE DI ORDINARIA CENSURA 

 Signora Bardi, che cosa si prova ad entrare nel consesso dei grandi oscurati, quello per intenderci che va da Bruno (Giordano) a Biagi (Enzo)?

- Siccome non sono autolesionista, avrei preferito incontrarli in crociera, sia Bruno che Enzo, ma mi accontento di frequentarli così. 

La metto in battuta per una sorta di contrappasso, che mi spinge a ironizzare su una storia che mi ha rattristata, anche per il modo infido con cui ha avuto luogo.

Dovete sapere che da anni mi occupo di teatro, scrivendo pièce che vengono rappresentate da una nutrita compagnia di persone, in taluni casi ricche di talento ed espressività.

Anni fa misi in scena uno spettacolo molto contaminato, dal titolo “Tema in classe sulla guerra”, che raccontava appunto la guerra e la raccontava in una trama discontinua e frammentaria, fatta di schegge narrative, coerenti con l’argomento. La raccontava a più voci, da più punti di vista e diverse prospettive geo-storiche. La raccontava secondo diversi linguaggi: dramma, canzone, danza, cinema, poesia ecc.

Quest’anno sono stata sollecitata da varie parti a riprendere il testo e l’ho fatto, apportando alcune integrazioni perché, ahimé, altre guerre si sono nel frattempo svolte (11 settembre, Iraq), altre prospettive affacciate (guerra diffusa, guerra preventiva, guerra di religione, terrorismo), altri conflitti generati e altri discorsi intrecciati (fondamentalismo, pacifismo, movimenti no-global etc.).

Mentre scrivevo, mi è venuta l’idea di qualcosa che potesse esprimere fino in fondo la disperazione in cui la guerra –quella vera- getta chi la subisce, qualcosa che potesse dare voce all’estremo, con la stessa forza del grido di Cristo al Padre sulla Croce: “perché mi hai abbandonato?”. Non sono infatti parole compatibili quelle che possono stagliarsi dalle macerie fumanti dove non resta che contare i cadaveri e i mutilati.  Ho pensato così a un Padre Nostro rovesciato, e l’ho scritto come potrete leggerlo al termine di questo sfogo, che vi ho  propinato per darvi idea dell’appetito di censura e delazione che ci sta ammorbando, anche a scapito di amicizia, affetto, stima e solidarietà. Un grave segno dei tempi, che credo vada considerato con attenzione.

E si consideri che se qualcuno degli amici-attori o dei committenti mi avesse manifestato il proprio disagio verso questo testo che pure amo molto, io sarei stata disposta a toglierlo, ovviamente non dall’opera ma dalla rappresentazione, in particolare l’avrei fatto per la versione destinata alle scuole. 

Insomma, il dirigente scolastico chi ci aveva chiesto di rappresentare la pièce ci ha chiamati e informati che la cosa non era più fattibile perché qualcuno si era preso la briga di parlargli, senza averne fatto cenno a me, di un Padre Nostro blasfemo; a catena un teatro locale, con cui avevamo avuto un contatto e buone prospettive di rappresentare lo spettacolo senza nulla chiedere e nulla dare, ci ha invece chiesto a nome dell’Amministrazione Comunale una cifra insostenibile per le finanze di una compagnia di dilettanti (1.200 euro).

Il mio impegno politico su posizioni poco addomesticabili credo che abbia fatto da sfondo.  

Il mio Padre Nostro vuole essere viceversa un grande atto di accusa e di amore per l’uomo e, in fondo, di rispetto verso il Dio silente, non quello della teodicea e del giustificazionismo ma piuttosto quello che ad Auschwitz, secondo la lettura di Jonas, ha abbandonato il mantello dell’onnipotenza, per mantenere lo sguardo della compassione. Mi rendo conto che si tratta di un testo che, come ha detto chi l’ha rifiutato, “è un pugno nello stomaco”: ma perché, mi chiedo, la guerra che cos’è? 

PADRE NOSTRO

(donna, lacera, il volto annerito, si muove tra macerie, filmato di guerra sullo sfondo) 

Padre di cui mi sfugge chi sia figlio, certo non io e certo non i miei, ma certo neanche gli altri,

che te ne stai lassù dove non ti raggiunge il lezzo della nostra paura,

come puoi compiacerti se qualcuno qui in terra santifica il tuo nome?

Come puoi lasciare che qualcuno ci agiti davanti le chiavi del tuo regno?

Qual è questa tua volontà che chiediamo sia fatta?

Forse risplende in cielo, certo è deserta in terra.

Quali stomaci hanno ingurgitato il pane quotidiano destinato ai fratelli?

E perché nel tuo nome qualcuno continua a esigere i millantati crediti?

E a renderci rapaci, avidi, disperati coi nostri debitori?

Magari c’avessi indotto in tentazione una seconda volta, a giocarci coi dadi il senso della storia preso troppo sul serio qui tra noi. Malati a vita di mortalità.

E dal male, è evidente, se sei degno di amore e se ci ami, che non è in tuo potere liberarci.

E non c’è “così sia” che possa chiudere questa ferita eternamente aperta.   

PS. se ci sono attori disposti a recitare nello spettacolo diseredato, si facciano avanti.

 Gloria Bardi

   www.gloriabardi.blogspot.com