Metamorfosi. 1.

Le origini ataviche dei racconti di metamorfosi (dal gr. μεταμρφωσις, in lat. transformatio), diffusi in tutte le culture, sono ignote: potrebbero venire da un culto, o da primitive fedi animistiche. Per di più, in ambito greco e latino l’analisi è complicata dal fatto che i miti ci sono noti soprattutto attraverso rielaborazioni letterarie. 

Da un punto di vista tipologico si possono suggerire due classificazioni.

1.     Metamorfosi temporanee di dèi (ad es. di Giove durante le sue avventure amorose), per incantesimo, per imbrogli con scambio di persone, ecc.

2.     Metamorfosi permanenti d’uomini in animali ( o più raramente viceversa, ad es. i Mirmidoni dalle formiche), piante, pietre, acque, specifiche occorrenze territoriali, ecc. 

Pur se in forme allusive ed in spazi ridotti il primo tipo compare già in Omero, si pensi alla storia di Circe (Od. X 238 sqq., su cui Plut. parall min.) e di Proteo (ibid. IV 355 sqq.); anche l’impietramento, di un serpente (Il. II 319 sqq.) e della nave dei Feaci (Od. XIII 163 sqq.), rientra nelle manifestazioni di potenza di un dio. In rapide allusioni o nel corso di una similitudine s’incontra però anche il secondo, che diverrà dominante nell’età ellenistica, ed ecco infatti la mutazione punitiva di Niobe (Il. XXIV 610 sqq.) e di Aedone (Od. XIX 518 sqq.).

La Teogonia e le Opere e i giorni esiodei non registrano alcuna metamorfosi, molte invece dovevano leggersi nelle Eee e nelle opere pseudepigrafe.

Uno spazio significativo destinano all’argomento anche i tre tragici.

Però, come già si diceva, la maggior diffusione si deve all’età ellenistica, che manifestò uno speciale interesse per l’argomento. Nicandro negli τεροιομενα descrisse trasformazioni d’esseri umani in animali, piante ed oggetti inanimati. Beo nell’ ρνιθογονα (forse messa in verso latino da Emilio Macro) si limitò ai cambiamenti d’uomini in uccelli. Ma queste opere son perdute; a noi restano integre le vaste Metamorfosi ovidiane, che raccolgono circa duecentocinquanta storie, prevalentemente del secondo tipo, e costituirono per la letteratura e per l’arte europea un serbatoio inesauribile di motivi. Anche il mitografo Antonino Liberale ci tramanda un catalogo di metamorfosi, tratte sostanzialmente da Nicandro e da Beo. Infine Apuleio descrive nel suo romanzo la trasformazione temporanea, non “ovidiana”, di un uomo in asino. 

Per quanto riguarda l’interpretazione, di solito non è possibile stabilire se il poeta abbia tratto il mito di cui parla da una fonte orale, o scritta ma per noi perduta, oppure se lo abbia inventato lui stesso, dato che si tratta di una forma narrativa molto feconda, come vedremo in séguito.

Nella maggior parte dei racconti dell’età ellenistica ed oltre si possono individuare alcune strutture dieghetiche ricorrenti.

1.     Il processo avviene sempre per intervento degli dèi, che in tal modo puniscono o compensano il trasformato, anche se talvolta, in caso di mutazioni ambivalenti, non è possibile stabilirne la colpa e lo scopo.

2.     La metamorfosi propriamente detta è ultimativa, ossia non si dà alcuna possibilità di ritrasformazione, e il mutato resta per sempre quale emergenza specifica nel mondo visibile, anche se permane una determinata continuità fra la veste precedente e quella attuale.

3.     La metamorfosi offre la possibilità d’infrangere l’ordine naturale, nel senso che i mutati , pur dovendo pagare il prezzo della perdita della forma umana e dell’identità, possono in un certo modo continuare così a coltivare il loro inesausto dolore o la loro inesausta passione amorosa (ad es., rispettivamente, Niobe e Ceice ed Alcione), oppure possono sottrarsi ad una situazione insostenibile (Dafne). Sotto questo aspetto, la metamorfosi appare come una sorta di stato intermedio fra la morte e la vita.

Si può dire in conclusione che presso Ovidio, in esito ad una tendenza delle raccolte alessandrine, il genere diviene una sorta di cosmologia poetica che abbraccia tutto il mondo visibile, offrendo all’Autore l’opportunità di descrivere eccezionali abnormità psichiche e deformità fisiche.

MISERRIMUS