TRUCIOLI SAVONESI
spazio di riflessione per Savona e dintorni
FOGLI MOBILI
La rubrica di Gloria Bardi
AAA Astensionista cercasi.
Il coinvolgimento dei vertici Diesse nella faccenda UNIPOL non credo vada letto necessariamente secondo l’alternativa innocentismo e colpevolismo, che prevede in realtà almeno tre posizioni: “lo hanno fatto”, “non lo hanno fatto”, “lo hanno fatto, embé?”. L’ultima posizione si può anche esprimere così: lo hanno fatto ma la cosa non costituisce una colpa.
Per quanto mi riguarda, ad esempio, confesso di essermi astenuta dall’informarmi sui dettagli e quindi dall’avere una posizione riconducibile a uno di quei termini.
Diciamo che non mi meraviglierei di nulla.
Diciamo che ho ormai un rifiuto per questo genere di cose.
Diciamo anche che ho un’opinione a prescindere.
E mi spiego, cercando di non cadere nel semplicismo di bandiera (anche perché non ce l’ho, la bandiera):
risale ormai alla notte dei tempi elettorali il j’accuse di Nanni Moretti il regista (ei fu?), che in realtà più che un j’accuse fu un je désespère; sì, insomma, quando disse che con i soliti noti la sinistra non sarebbe andata da nessuna parte, che occorreva un rinnovamento capace di far rinascere la passione politica colpita a morte da anni di assuefazione e apparato.
Chi c’era allora su quel palco, a raccogliere col sorriso inchiavato dal disappunto quello che in tanti, privi di palco, andavano ripetendo un po’ ovunque?
Solito raglio che non arriva al cielo dell’olimpica disattenzione.
Chi c’era e chi c’è?
Tra l’allora e l’ora ci sono stati entusiasmi, treni partecipativi, girotondi, manifestazioni di piazza, bandiere arcobaleno.
C’è stato un paradiso democratico (o un inferno, secondo i punti di vista) che pare oggi ridotto alla risacca di una dichiarazione ogni tanto di Pancho Pardi, quello stesso a cui Moretti aveva dato l’investitura di nuovo leader della sinistra, o di Nando Dalla Chiesa o…
Ogni tanto qualcuno annuncia il ritorno di piazza San Giovanni, ma in fondo non ci crede nemmeno lui.
Certi miracoli di entusiasmo difficilmente concedono il bis.
Perché nessuno nega che di entusiasmo del pensiero si trattasse, nulla di strutturato e quindi nulla di duraturo ma guai a sottostimarne il valore, a non raccoglierne lo slancio, a non trasformarne il pensiero in buona pedagogia politica, a non leggervi la richiesta indilazionabile di un cambiamento.
Quindi guai.
Il presidente Diesse non ha mai nascosto il proprio sovrano disprezzo verso “una certa piazza” e tuttora dimostra di considerarne lo svuotamento una propria personale vittoria.
Insomma, viene da pensare a un dispaccio militare: “san Giovanni deserta, l’ordine è ristabilito”.
Primavere terminate, ritorno al solito autunno: tatticismo, trasformismo, cerchiobottismo, professionismo, gerontismo, maschilismo, grigismo, grigismo, grigismo. Fiumi, anzi cascate, anzi valanghe di “se” e di “ma”: nulla ne risulta al riparo, dal sovraffollamento delle carceri alla fecondazione.
A questo punto, Unipol.
Il problema non sta nell’alternativa tra “fatto” o “non fatto” ma nella sfiducia.
La classe politica che siamo chiamati a subire è la stessa di quel vecchio palco ma non per questo gli elettori se ne sono innamorati, e ha nella negatività di Berlusconi il proprio unico punto di forza e di consenso. Sarà Berlusconi, si spera, a perdere una gara senza vincitori.
Insomma, il nostro voto sarà un voto “debole”, un indicatore negativo più che un “SI’” a qualcosa o qualcuno.
Quanto alle primarie, resto dell’opinione che ho espresso in uno scritto di qualche tempo fa: un meccanismo inficiato da logiche elettorali e quindi poco significante.
Ecco la madre di tutte le questioni, al di là della “differenza della sinistra” che pure c’è (e proprio perché c’è): la sfiducia.
Ci si è accontentati del consenso minimo, evitando di entusiasmare, e il minimo è sempre a rischio.
Del resto, se non ci fosse sfiducia e diffusa antipatia (solo gli stolti la sottovalutano oggi) perché mai si tirerebbe continuamente in ballo la barca di D’Alema, come se un tizio con un discreto stipendio non potesse avere una barca a vela in comproprietà! Immaginiamo quindi quando, anziché di strambate, si tratta di banche e Consorterie! Il problema non è la barca ma D’Alema. E’ lui ad essere, volere o no, un’icona negativa a cui nulla viene perdonato, anzi.
E non si tratta solo di lui: che dire del camaleontico Rutelli? E dell’algido Fassino?
Ma davvero questi signori pensano di essere indispensabili, là dove sono, alle sorti d’Italia?
O il mondo del calcio, che non perdona mai il mister rovinoso, si dimostra più responsabilizzante di quello della politica?
E la cosa che mi preoccupa è che tante persone della mia parte preannunciano ancora una volta l’astensione: mi chiedo se, oltre a mettersi sulla via di Damasco, Bertinotti compreso (ma ci interessa?), per accaparrarsi i soliti voti moderati, i nostri politici abbiano fatto un minimo sforzo per dare numero, volto e pensiero agli astenuti.
Perché è lì che si misura un fallimento: nel deficit democratico prodotto.
E gli astenuti, nella maggior parte dei casi, non sono affatto dei qualunquisti che scelgono il mare ma dei radicali, nauseati da un sistema che non li rappresenta. Insomma, sono quelli che non se lo tappano, il naso.
Quelli che avranno sì svuotato piazza San Giovanni, ma anche le cabine elettorali.
I politici contano i voti, gioiscono se i loro sono di più e se non sono di più cercano di pescare la volta dopo nel pozzo del “nemico”.
Perché invece non cercano un recupero dove un politico dovrebbe voler recuperare, per la felicità della polis stessa?
Alla fine delle scorse regionali avevo intenzione di fare una serie di interviste ad astenuti che ne rivelassero sesso, età, professione e motivazioni: volevo far capire che non c’era poi troppo da cantare vittoria, che c’era ancora molto da fare per consolidare i risultati, e ricordo che Marco Ravera mi diede la disponibilità sulla rivista di Rifondazione ma io non fui abbastanza volenterosa.
Credo però che bisogna riprendere da lì e per questo ho lanciato a Trucioli l’idea di un sondaggio,
ma spero che, al di là del cliccare sulle caselle, qualcuno che ha scelto o che sceglierà l’astensione voglia scrivere le proprie ragioni, che ritengo degne di essere considerate.
Credo che bisogna riprendere da lì perché la vittoria, se potrà esservi, sia davvero vittoria e non la solita, al solito umiliante, conta di chi si accontenta.
Gloria Bardi