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Integralisti e
infiltrati - 2
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Gli integralisti sono molto, molto simili agli infiltrati, la differenza sta solo nel livello di buona fede. E manovrarli, per i malintenzionati, è facilissimo, sia per la loro rapidità a “esplodere”, sia per la similitudine di comportamenti che causa subito comunanza. Da cui il polverone, in cui è difficile districarsi. Vediamo le caratteristiche dell’integralista-tipo, quasi sempre vagante nei movimenti e in certi partiti, una specie di stadio involutivo dell’idealista: prima di tutto, frustrato da anni di battaglie spesso ardue, isolate, monotematiche, donchisciottesche, è incattivito e chiaramente paranoico. Un gioco da ragazzi distogliere la sua attenzione verso nuovi e presunti nemici. |
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E’ diffidente. E’ alla ricerca di una sorta di purezza ultraterrena da Parsifal. Nessuno è mai all’altezza delle sue aspettative. Nessuno è mai abbastanza esente da dubbi o compromessi che ne macchino l’integrità. Non è escluso che a volte dubiti anche di se stesso, portando il suo rigore agli estremi. Il compromesso, in effetti, è la sua bestia nera. Disprezza gli accomodanti, i ragionevoli, la diplomazia, le mezze misure. E’ l’ anti-Machiavelli per eccellenza: verso la rovina globale, vuoi economica, vuoi civile, vuoi ambientale, ma a testa alta, fieri di non aver ceduto un millimetro. Inoltre, i suoi obiettivi sono sempre fondamentali, le sue battaglie più importanti. Chi non la pensa come lui o non si adopera abbastanza, magari avendo altre priorità, non è mai scusato, anzi: diventa immediatamente un potenziale traditore, che ha certo ragioni oscure per agire così, segrete comunanze col “nemico”. A volte ha difficoltà nell’accodarsi a iniziative altrui, persino se le condivide. Difficile farlo collaborare a lungo con altri gruppi. In mancanza d’altro, magari di fronte all’evidenza che si tratta di temi da lui/lei ampiamente perseguiti fino a quel momento, troverà da ridire sul metodo, sull’occasione, sull’organizzazione. Premetto che mi sento discretamente tetragona anch’io, piuttosto rigida sulle idee di base. Preferirò sempre come riferimento un Sandro Pertini, con tutte le sue spigolosità, ad altri personaggi più duttili. Però, ecco, forse il confine con l’ottusità e l’autolesionismo, bisognerebbe cercare di non varcarlo. Non è una colpa, non è una menomazione, non è disonestà, cercare di interagire e venire incontro alle persone, anche di idee diverse, in nome di risultati e convivenza civile, e nella limpidezza di azioni e intenti, pur rimanendo saldissimi sui principi che contano. |
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Altra curiosa e peculiare caratteristica del talebano: l’enfasi della pagliuzza. Quando si scopre, o si crede di scoprire, una pecca, una piccola macchia, nell’integrità di chi ci è vicino, questa si trasforma immediatamente in colpa grave, da essere perseguita con tutti i rigori del caso, affrontata come un aperto tradimento, con una indignazione e un clamore ben superiore a quello che si rivolge alle “travi” dei nemici. E’ propenso, tra l’altro, a credere immediatamente, ciecamente all’accusa, senza curarsi di prove a discarico, quasi soddisfatto, provando forse un segreto trionfo nell’aver trovato finalmente la conferma ai propri eterni sospetti su tutti.
La politica dell’insinuazione, della calunnia a tutto spiano, praticata da tanti media più o meno infami, non avrebbe così tanto successo se questo non fosse un atteggiamento diffuso. E gli infiltrati ne approfittano bellamente, vestendo di volta in volta i panni sibilanti di Jago nell’Otello, o quelli della falsa obiettività di un Marc’Antonio nell’ode in morte di Cesare, o quelli più moderni dei nostri tanti, untuosi campioni di talk show, maestri di nuovi media e vecchie retoriche. |
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Il tutto in rete, sui forum, con clamore, o semplicemente bisbigliando nelle orecchie e nei momenti giusti quella piccola, accennata insinuazione…lasciando un seme, per così dire. Poco importa quando l’insinuante lo si conosce da poco, mentre magari con il sospettato si è avuta più lunga frequentazione, l’occasione di valutarlo dai comportamenti… Niente da fare. Anzi. Il talebano non bada a queste sottigliezze, il suo esame è sempre sul presente. Tanto più che il bravo calunniatore si appiglia a dettagli veri, o credibili, o a sospetti preesistenti, non importa quanto fondati, o a comportamenti simili di altre persone in circostanze analoghe. Molto si muove dietro le quinte, dietro le spalle, così che il minacciato non percepisce se non quando è ormai tardi. Paradossalmente, più è innocente, più è ingenuo e lontano dai sospetti, più tardi comprenderà e peggio potrà difendersi. Ogni suo tentativo di giustificazione apparirà goffo, tardivo, peggiorerà le cose. E se tace, dignitosamente o per sprezzo delle accuse, è conferma automatica di colpevolezza. Ed ecco che anche altri amici inizieranno a sospettare, a dubitare… e il cerchio dell’insicurezza e della confusione si allarga. Il polverone è servito. L’obiettivo si allontana. Esattamente come si riproponeva l’infiltrato. E il guaio ulteriore è che, probabilmente, l’esperienza non insegnerà alcunché, altri analoghi attacchi futuri avranno buone probabilità di successo. Ma allora è tutto inutile, si può far niente? Sì che si può: sorveglianza attiva, nell’identificare i nuovi arrivati troppo attivi, troppo criticoni, troppo indagatori, troppo presenzialisti ed entusiasti, a volte troppo espansivi. Tutte qualità non necessariamente negative, di per sé, ma da valutare nel contesto, per constatare che non vi sia qualcosa di sospetto dietro l’atteggiamento. Documentare, documentare tutto, e conservare le documentazioni, delle proprie e altrui azioni. Non è raro che l’infiltrato, per quanto abile, si contraddica su una questione nel giro di breve tempo. Bisogna poterglielo dimostrare. Tenere le mail, sorvegliare che non si cancellino messaggi dai forum. Essere costantemente leali e chiari nelle proprie azioni ed opinioni, sia le persone fra loro, sia il gruppo verso l’esterno. Collaborativi e aperti. Così ci si difende meglio dalle accuse, con la trasparenza, ed è più difficile per i malintenzionati isolare i singoli. Alla lunga, con pazienza e fermezza, la verità emerge. Tanto più che le accuse sono spesso modellate sulla mentalità contorta di chi le formula. Più se ne è distanti, più l’attacco si rivela goffo. Essere duttili e collaborativi, ma mai arrendevoli: uno dei peggiori sbagli che si possa fare, quando si subiscono assalti, è la sdegnosa ritirata sull’Aventino. Tanto dignitosa, frutto della comprensibile nausea di chi non è abituato a colpi bassi e si rifiuta di agire su quel piano, ma che lascia campo libero al peggio, che non aspetta altro per impadronirsi di tutte le “spoglie” rimaste. Quando si è in ballo, volenti o nolenti, si balla, senza fare gli schizzinosi e senza arrendersi precocemente. Altrimenti, come dire, se non si è pronti al gioco duro è meglio non giocare. Il che non vuol dire impantanarsi in lunghe polemiche sterili con i soliti deliberati troll: questa è altra cosa, è una trappola che bisogna imparare a evitare. Don’t feed the troll, non dar loro da mangiare, è buona regola della rete. Saper distinguere, fra polemiche utili o no, è saggezza. E gli integralisti, mi chiederete? Che volete che vi dica, allargo le braccia: chi ce li ha, se li tiene, cercando di valorizzare i loro indubbi pregi e tenere a bada i pericolosi difetti (tra l’altro, valorizzare ciascun individuo per le differenze, per il meglio che può dare, dovrebbe essere compito ed effetto di un gruppo efficiente). Insomma, per un gruppo cercare di lavorare bene, con passione, onestà, concentrazione sugli obiettivi è il miglior antidoto possibile, l’unica difesa che conti. Che gratifica i partecipanti e permette, chissà, di scavalcare gli ostacoli e alla lunga ottenere i risultati.
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