TRUCIOLI SAVONESI
spazio di riflessione per Savona e dintorni

  

 

QUALCOSA CHE NON VA C’E …

LA NOSTRA INDIFFERENZA!!!

 

Ogni giorno è facile imbattersi in problemi, più o meno gravi, che toccano il nostro quotidiano. Succede nelle nostre città, quando disservizi e mancanze rendono la nostra vita difficile, anche per aspetti che potrebbero non esserlo. Succede nel Paese quando la crisi economica, quella che gli annunci governativi vorrebbero risolta, tocca in modo talvolta tragica numerose famiglie.

Durante le vacanze natalizie, negli annunci dei telegiornali di Stato in perfetta sintonia col Governo, si falsificava odiosamente una situazione del Paese che, di fatto, non corrisponde alla realtà.

Allora piuttosto che l’elenco di veline colte a trascorrere le vacanze su quella o l’altra località sciistica, si potevano avere notizie di politici  impossibilitati di stendersi al sole dei Caraibi perché sfortunatamente perseguitati dalla pioggia.

Elenchi di cibi che gli italiani compravano per i Cenoni, abbigliamenti appropriati per l’evenienza, i regali più di moda e poi, in fondo alla notizia che elencava i luoghi dove gli italiani avrebbero trascorso il Capodanno, anche quella, solo accennata, che alcuni lo avrebbero trascorso in fabbrica.

Una nuova moda! Alcune famiglie di Termini Imerese o di Pomigliano d’Arco organizzavano il loro veglione lì, come dire in alternativa a quello organizzato da Marta Marzotto a Cervinia o da Berlusconi ad Arcore.

Le battaglie contro la nuova e dilagante disoccupazione diventavano un fatto di folklore!!!

La vergognosa falsificazione delle tragedie di capifamiglia che perdono il lavoro e si aggrappano a tutto per difenderlo, di industriali che pensano a salvare l’economia di Obama sacrificando le realtà industriali italiane che sono state un cambio di cultura nel Sud e frutto di sovvenzioni statali per chi si ergeva a “salvatore della patria” per costruirle, sono diventate l’ignobile routine nell’informazione di Stato.

Neanche il Sindacato riesce a rigettare questa mistificazione con proteste forti, pubbliche, incisive e atte a uscire da questo processo inaccettabile.

Troppo intenti insieme alle forze politiche di opposizione a riunirsi, discutere, contrattare e valutare attentamente la convenienza di questa o di quella strategia politica, stanno definendo in modo sempre più marcato, lo scollamento con la società reale, quella che abita fuori dai palazzi e cerca di sbarcare il lunario.

Si punta a rimanere in sella, per le prossime elezioni, a fare o disfare alleanze e il sistema di informazione facilita bene questo gioco, con le mancate verità e quando questo sistema viene infranto da un Santoro, da Travaglio o da una Gabanelli di turno, allora cominciano le invettive contro questo o quel nemico dello Stato.

La corsa a presenziare alle trasmissioni di denuncia per ribattere al precario di turno, dandogli magari qualche lezione di vita, sono ormai un’assuefazione tutta italiana.

 

L’ULTIMA INDIFFERENZA.

Le notizie di questi giorni sui fatti di Rosarno aprono, infine, un’altra ferita di cui tutti erano vergognosamente al corrente.

Roba vecchia nel Sud d’Italia dove, nel 2009, la Direzione Investigativa Antimafia avviava un'inchiesta sul lavoro agricolo nella Piana di Gioia Tauro, arrestava tre imprenditori calabresi e due "mediatori" bulgari con l’accusa di estorsione e riduzione in schiavitù, denunciando pubblicamente le condizioni di lavoro nella Piana.

Si sapeva, da tempo, che extracomunitari privi di permesso di soggiorno, erano impiegati in lavori agricoli, anche sotto la pioggia, per nove - dieci ore al giorno.  Picchiati con pugni e calci se rallentavano il ritmo di raccolta degli agrumi e obbligati ad accettare un bassissimo salario giornaliero, pena la denuncia come clandestino.

La giustificazione degli arrestati? “Ci pagano poco le arance al chilo!” Negando che la chiave del sistema locale sono proprio loro con la trasformazione, il trasporto  e l’indotto locale che si arricchisce proprio sul lavoro degli extracomunitari ridotti in schiavitù.

A Rosarno la mafia, dagli anni ’70, parte dalle campagne e arriva nei mercati, padrona di tutti i passaggi intermedi, fino ad arrivare nei mercati e controllare anche il prezzo al consumo.

Così oggi, in questa nostra Italia, nelle stesse terre dove pochi decenni fa gli agricoltori conducevano lotte sindacali di massa per vedere riconosciuti diritti elementari, lavorano uomini ridotti in schiavitù sotto il silenzio di tutti, impauriti da continue violenze e sopraffazioni.

Omicidi, violenze personali, e intimidazioni sono cronaca di un territorio diventato “terra di nessuno”.

Tutte vicende che non solo non hanno suscitato indignazione, moti di piazza, cortei spontanei, perché gli italiani a queste cose ci sono abituati, ma anche definite da politici e Ministri di turno frutto di sacche di delinquenza clandestina.

Si discute sulla Bossi-Fini, mentre gli africani vengono deportati (con loro grande sollievo) da un inferno d’illegalità, di cui tutti erano a conoscenza, dove la clandestinità era funzionale a un sistema e non solo quello della ndrangheta.

Noi italiani, però, dobbiamo riflettere, su quanto è avvenuto in questi ultimi giorni. Non possiamo reclamare una società equa e non violenta e rimanere impassibili e indifferenti. Dobbiano almeno una volta essere coerenti e se non siamo capaci di organizzare vere manifestazioni di piazza che ci facciano sentire parte di una civiltà degna di essere definita tale, possiamo ribellarci con la DESISTENZA, ovvero con gesto positivi che in effetti non ci costa nulla fare ma che sarebbero efficaci.

Cominciamo a non comprare più frutta e verdura proveniente da quell’area!

                                                          ANTONIA BRIUGLIA