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Questo martedì,  volendo continuare nel mio percorso autolesionista di savonese che vuol farsi del male al fegato, sono andata al consiglio comunale dedicato al progetto Margonara.
Con le mie brave pantofole, il costume tipico dei rivoluzionari locali
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Foglia di fico? Finita!

di Milena Debenedetti 


Milena De Benedetti

Un po’ come la torta di riso di ligure-cabarettistica memoria. Veramente ogni copertura pretestuale è caduta, ormai, rimangono solo le vergogne, rappresentate dal grattacielo della cui forma evocativa già si discusse a lungo.

 Questo martedì,  volendo continuare nel mio percorso autolesionista di savonese che vuol farsi del male al fegato, sono andata al consiglio comunale dedicato al progetto Margonara. Con le mie brave pantofole, il costume tipico dei rivoluzionari locali. 

 Parcheggiando la mia Rolls-Royce di abbiente in seconda fila in zona pedonale, ultima di una lunga serie, praticamente tutti i convenuti del pubblico. Una seccatura per l’autista aspettare così tanto. Queste riunioni dovrebbero durare di meno. Poi niente niente mi pretende gli straordinari!

La sala era gremita, come previsto. Per la maggior parte neofiti spaesati, si sa che noi ricchi straricchi non ci mescoliamo spesso al volgo; solo alcuni indigeni del posto erano in grado di non meravigliarsi per la bizzarria di usi e costumi. Anzi, davano istruzioni e tranquillizzavano gli esterrefatti astanti: “fanno sempre così!”

Difatti si inizia non dalla questione principale, dalla questione calda per cui tutti erano venuti, ma da due interpellanze a dir poco fondamentali. Una, sulle luminarie, ed è subito clima natalizio, anzi, vista la crisi e le disponibilità economiche comunali, dickensiano, da bimbi sparuti in tristi freddi tuguri stile Uncle Scrooge. Poi una storia che mica ho ben capito su una organizzazione di commercianti che protestava di non essere stata interpellata per un mercatino natalizio, ma forse non c’era il mercatino o non spettava al Comune o non era neanche quella volta lì.

Tant’è. Districati questi nodi cruciali, prima pausa. Con effetto “stanca pubblico”. Nominali dieci minuti, ma in un universo parallelo dal tempo dilatato. Il tutto inframmezzato da interminabili appelli di presenza dei consiglieri.

Si arriva finalmente alla vexata quaestio. Liquidata rapidamente con noncuranza l’obiezione della Regione, si va alla relazione dell’Assessore Di Tullio. Non ne ho memoria totale, non ho preso appunti e poi a volte lo sbalordimento ti ottunde pietosamente le cellule della memoria. Ma i flash rimasti in mente bastano.

Uno è di un continuo nominare parcheggi. Mi sono immaginata distese di macchine, più che di cemento, a coprire il mare. Parcheggi su parcheggi. Poi si è assicurato che il tutto rimaneva sotto il piano stradale, discretamente nascosto alla vista. Mi sono vista sulla passeggiata a guardare sotto, per accertarmene, ma la visione  si è trasformata immediatamente in un quadro di Escher, uno di quelli con le prospettive impossibili. Giramento di testa (e non solo). Si assicura comunque che i lavori verranno condotti senza disagi e intralcio per la circolazione. Atto di fede. Proseguiamo.  Altri ricordi sparsi: si esprimono un sacco di dubbi, sulla viabilità d’accesso, cui dovrebbe ovviare un piano separato, forse una delle tante Aurelie-cloni con caselli dedicati di cui ci gratificano ultimamente, su alcune lacune del progetto, sulla mancanza di un piano industriale con relative prospettive occupazionali. 


 Mancanza di un piano industriale?????Ma non è proprio su questo, in primo luogo, che dovrebbe basarsi il succo della pratica, il motivo, il primo motore, lo sviluppo economico del porticciolo, nautica approdi e cantieristica, di cui tutto il resto è corollario o al più conseguenza gradita o meno?

Comunque si assicura che il progetto appare O.K.  Atto di fede 2. Altro flash mnemonico: ad un certo punto l’Assessore nomina en-passant il famoso degrado. Come faccia a dirlo seriamente e convinto, con di fronte la cartolina della Madonnetta in bella vista sul camino, è un mistero. La perla: si è chiesto di aumentare lo spazio destinato alle barche oltre i 24 metri allo scopo di incrementare l’occupazione.
 La più  qualificata. Sul Bracciante I° della  Serbelloni Mazzanti.  Nonno Marx, e non solo lui, ma anche i padri del sindacato si rivolteranno più volte nelle loro ultime dimore.

Il pubblico è attonito. La faccenda del residenziale nella torre viene trattata, si precisa che non è vero che sia così facile togliere i vincoli e trasformare in residenziale ciò che non è previsto come tale, ma non si capisce a che titolo questo parlare. Prima di tutto, la torre non è meno aberrante se non ci sono abitazioni, ed è inutile assicurare che l’ultimo piano sarà pubblico. Capirai.

Poi, Albissola ha già fatto sapere ufficialmente che è affar suo decidere. Per cui… questo pretesto, questa piccola fogliolina su cui si è fatto polverone e a cui si sono appigliati alcuni consiglieri bypartisan, vola via come ridere.

Al momento di presentare gli emendamenti, il colpo di scena della mozione d’ordine della Turchi, sottolineata da giusti applausi, che rileva con prove inoppugnabili un vizio di forma iniziale: si diceva che nel tempo di esposizione del progetto non erano pervenute osservazioni, invece c’erano, e documentate, e l’Autorità Portuale non pareva averne tenuto conto. Poteva essere un’altra fogliolina, almeno: rimandare la pratica in conferenza dei servizi, dove peraltro gli stessi personaggi avrebbero potuto facilmente riapprovarla. E invece no: altri “dieci minuti” di interruzione da due ore.

 Nel pubblico mormorante, smarrito e , alla buon’ora, decimato, si fanno strada dubbi: ma allora, se approvano e discutono in altre stanze, e quando vengono qui di fronte a noi hanno già deciso, che è pubblica a fare, la seduta?

Il resto è noto dalle cronache,  e non lo ripeto più di tanto. Il no alla Turchi,  Rifondazione e la Turchi stessa che abbandonano l’aula e la votazione, il sì a un emendamento appiccicato del Sindaco che incerotta il tutto in un gioco di parole senza peraltro  sanare il vizio di base. Rimarco solo lo smarrimento, l’incredulità dei presenti.  Da lì in poi, al solo udire l’assurdità di alcuni interventi prima del voto, ho dovuto andarmene, e con me molti altri. Pertanto non mi pronuncio su ciò cui non ho assistito, sulle astensioni delle opposizioni che alla fine diventano voto favorevole trasversale, sull’unico astenuto e l’unico contrario.

Spero solo che gli elettori giudichino e non dimentichino, e che questo progetto insano possa comunque essere bloccato altrove.

 Tanto insano e indifendibile, che tutto, compresi i ritardi,  sembra essere stato fatto apposta per evitare la discussione stessa nel merito, dove potevano emergere le tante note stridenti. Se a volte si ha l’impressione che prima venga il sì ai privati e ai loro progetti, un consenso praticamente obbligatorio, e poi, semmai e in un secondo tempo, le giustificazioni posticce,  qui neppure queste paiono essere necessarie, a fronte di una cittadinanza sbigottita. Si va avanti e basta. Tacete, sudditi.

Un’ultima nota: mi sono sempre chiesta cosa pensino e se pensino  i consiglieri, nel segreto delle loro menti, come giudichino le loro responsabilità verso gli elettori, l’ambiente, la città, il futuro, i ragazzi. Con quale spirito decidano e votino su un progetto che, a detta dell’unico contrario, non rientrava nel programma elettorale di alcuna coalizione. Pertanto, non è assolutamente valido invocare la delega data dagli elettori agli eletti, in questo caso. A parte che democrazia diretta non è una parolaccia, a parte che delega non vuol dire cambiale in bianco, a maggior ragione qui, su una tale questione, con che coraggio si nega il referendum!

Mi è stato detto che loro pensano veramente che la maggior parte della città stia con loro e voglia il progetto. Stento a crederlo.

Io, giuro, dopo i primi tempi e i primi battibecchi ho scoperto che la maggior parte dei favorevoli avevano interessi diretti o indiretti in merito, tipo professionisti od operatori portuali. E tra l’altro diminuiscono a vista d’occhio e non si sentono più. Gli altri, i comuni cittadini, al massimo ignorano la portata, ma quando la scoprono, quando vedono i progetti esposti fieramente nelle sagre e nelle mostre, reagiscono con autentico disgusto.

E per favore, smettiamola con le etichette, tipo “ambientalisti”. Qui si parla di un movimento ampio e trasversale, destinato ad acquisire sempre più consensi, con le motivazioni più diverse, compresa la crisi in atto e l’assurdità di progetti di falso modernismo ormai sempre più inadeguati e anacronistici, che rischiano solo di trasformarsi in atroci boomerang.

 Pensateci, tutti voi politici. Fatevi, come si dice, due conti elettorali. Non ci sono più zoccoli duri, le informazioni corrono  e basta una scintilla per creare nuovi movimenti e nuove liste, specie in sede locale. Crogiolarvi in una falsa sicurezza non vi proteggerà dallo tsunami. Solo un numerino: circa 800 sono gli iscritti al gruppo  Facebook “ Salviamo la Madonnetta”. Tantissimi, per un gruppo locale, e destinati ad aumentare con la bile di questi giorni. Prevalentemente giovani, dato il mezzo. Volete che ciascuno di loro non abbia un due o tre parenti, diciamo, elettori collegati, da sensibilizzare? Quattro patetici ambientalisti? Ricordatevi dell’effetto domino. Facciamo due conti, e vediamo se si può trascurare impunemente tutto questo.

 Nonna Abelarda alias Milena Debenedetti