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EDIFICI: TOMBE DELL’ARCHITETTURA

 

di ANTONIA BRIUGLIA

 


Aaron Betsky

Non è la frase del solito pessimista, ma il pensiero di Aaron Betsky, direttore della Biennale di Architettura 2008, su un concetto veramente nuovo di visione del costruito e quindi dell’architettura.

Egli, infatti, sostiene che”l’architettura deve muoversi oltre l’edificio, se vuole sopravvivere” e nulla è più applicabile alla visione di alcuni edifici in costruzione a Savona.

 

CATTIVA ARCHITETTURA

 

 Chi ha avuto la possibilità di vedere la fotografia del Crescent, sul Secolo del 12 marzo, che ne mostrava tutto l’impatto dall’alto del Priamar, ha potuto riconoscere un esempio concreto di “cattiva architettura”.

Non è la riflessione o la denuncia su quanto di legittimo o d’illegittimo ci sia alla base dei progetti a Savona, già affrontata inutilmente e che lascerei fare ad altri; come non si tratta più di polemizzare, in una disquisizione senza uscita, sul concetto: grattacielo sì o grattacielo no.

Questi dibattiti li lascio fare ai grandi architetti sulle pagine di Panorama o di The Plan, dove nel difendere le loro idee progettuali come loro creature, pongono talvolta giustificazioni incomprensibili, ma, spesso, anche giuste motivazioni degne di essere ascoltate e dibattute.

 

A Savona, non possiamo permetterci un livello così alto di dibattito urbanistico-intellettuale, dobbiamo ritornare a parlare di vera necessità del costruire e di costruire così.

Eppure capita di leggere attoniti sui quotidiani (Secolo -12/3/08), che l’ex assessore alle attività produttive e all’urbanistica sottolinea con soddisfazione “che il Crescent sta volando  e che questo come gli altri progetti Bofill stanno cambiando in modo radicale il fronte mare della città.” E questo è pur vero! 

Mi riservo, comunque, di contestare fermamente il suo concetto di ”cementificazione” quando asserisce,(nello stesso articolo) infatti, che  sia tale solo quando si costruisce su aree verdi e non il contrario.

Mi permetto di obbiettare che un’ampia letteratura urbanistica si impone di riflettere sulle  cubature e le destinazioni d’uso dei contenitori già presenti nel tessuto urbano, considerato ragionevolmente saturo.

Si può parlare quindi, a pieno titolo, di “cementificazione” quando la densità abitativa stravolge tutte le regole contenute in leggi pianificatorie che, un tempo, avrebbero bloccato tali interventi come “speculativi” e contrari alle previsioni di standard abitativi.

 Insomma, i politici dimenticano volentieri le leggi urbanistiche che dovrebbero essere il loro pane, e non tengono minimamente conto che, al posto di capannoni dismessi, si può destinare l’area anche a un uso pubblico, se si vuole restituire veramente la città ai savonesi. Basterebbe imitare ciò che si fa in altre città Europee, specialmente nella tanto citata Barcellona dove, demolendo cattive architetture, si è restituito  al fronte mare  una visibilità persa da tempo.

 


    Crescent (foto SecoloXIX)

LE MANCATE NUOVE VISIONI

 

Andare oltre l’edificio si può, non è utopia, ma a Savona non si registra neanche il tentativo, da parte degli architetti, che ci impongono tutto e il contrario di tutto.

Non lo stile innovativo di New York, non il minimalismo giapponese, non il new style di Milano o l’estro messicano, ma neanche un nuovo intervento architettonico che innestandosi nel tessuto ottocentesco o medioevale, possa creare poli di eccellenza per la città del futuro.

Nessuna visione scenografica di luci o di giardini zen o polmoni di natura dai volti etnici o semplicemente mediterranei per questa città che, nel cercare se stessa, non ha saputo neanche applicare le nuove tendenze in campo architettonico in tema, soprattutto, di efficienza energetica.

Nessuna facciata sinergica, nei nuovi progetti, che produca e distribuisca energia dal punto di vista del benessere climatico dell’edificio, eppure di facciate se ne vedranno molte, ma nessuna che rispecchi quei dettami di bio-architettura che, in altri Paesi, si rispettano da decenni. Altro che utopie, a Savona si è già vecchi prima di nascere!

 

               I NUOVI GRANDI ARCHITETTI

 

Le nostre migliori e giovani menti, in campo architettonico, sono in giro per il mondo a raccogliere gli allori della loro genialità.

Lamentano che, in Italia, gli si tagli le ali e non si consenta loro di esprimersi al meglio, a causa di regolamenti e limitazioni obsolete.

A Savona, una pianificazione assente sembra avere consentito il superamento di limitazioni riguardanti la vivibilità urbana (vedi standard urbanistici, densità abitativa, destinazioni di zona) che comunque, in altri Paesi d’Europa non sembra si trascuri, visto le nuove direttive  prese, ad esempio, nell’urbanistica londinese. Per non fare altri esempi ormai ampiamente conosciuti.

 

E’ pur vero, però che edifici veramente straordinari come:

-         la nuova  sede della Società Gas Natural di Barcellona della Tagliabue,

-         il Museo della Scienza a Braconça in Portogallo della De Apollonia,

-         Le quattro torri di Saragozza di Calabrese, della Società Ferroviaria per la Stazione intermodale,

-         Il Museo di Arte Moderna a Cracovia di Nordi,

-         L’edificio - foglia a zero impatto ambientale a Shanghai di Zucchi, e potrei andare ancora avanti: hanno destinazioni d’uso qualificanti i tessuti urbani di quelle città. Non sono le solite residenze che sono imposte in una Savona ormai satura che, invece, avrebbe  bisogno di uno slancio maggiore anche da parte del potere economico.

Questo, invece di costruire le proprie sedi in edifici che potrebbero proporsi come esempi di architettura, ripiega nel ricavare i propri spazi nelle inutili torri costruite per i…. “ savonesi”.

Promuovere architettura, ottimizzare una città, averne una nuova, quanto migliore visione, vuol dire anche impiegare risorse, guardare il “meglio” per il futuro che non può essere, a Savona, solo: la semi-vuota Torre Bofill, il Crescent, l’ex-Astor, l’ex centrale di via Cimarosa o i palazzi di Via Cadorna (inesorabilmente tutte residenze) perché, per citare Betsky “l’architettura è intesa, oggi, come il modo di capire ciò che è necessario costruire e ciò che non lo è”.

Quale può essere, dunque, la ricetta?

 

Nuove abitazioni eco-efficienti a minor impatto ambientale ed edifici pubblici e privati coraggiosi nelle forme e collocati nel tessuto urbano in modo intelligente e soprattutto funzionale.

Questo potrebbe essere già un modo per andare veramente oltre gli edifici, perché non diventino tombe dell’architettura!!!!

 

                                               ANTONIA BRIUGLIA