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UOMINI E BESTIE

8: Prospezioni dell’immaginario

 

I Giganti

 

DECIMA Parte 

  

Dopo che fu ritrovato il sito dell’antica Pergamo, gli scavi riportarono alla luce il grande altare di Zeus (su cui PAUS. V 13, 8), eretto sotto Eumene II (r. 197-160/59) per celebrare le vittorie del padre, Attalo I. I pannelli che ornavano il dado dell’edificio, reimpiegati in epoca medievale nelle mura di fortificazione del borgo, furono in parte ricuperati, anche se mutili, ed ora si trovano a Berlino, nel Pergamon Museum, in cui è ricostruito in scala reale il fianco ovest dell’ara, sul quale è montato un terzo dei rilievi originali.

Nell’inverno fra il 1864 ed il ’65 Carl Human (1839-96), un geniale ingegnere, cartografo ed archeologo dilettante tedesco che costruiva strade in Turchia, raggiunse la costa dell’Eolia e da Dikeli si spostò a Bergama, l’antica Pergamum, occupata da coloni greci nell’VIIIa, capitale della provincia romana d’Asia, menzionata in ap. II 12 sqq., nella Misia, lungo la valle del Caico, centodieci chilometri a nord di Smirne e trenta dalle coste egee.

 

Eine Stunde bevor man die Stadt erreicht, die hohe Akropolis von Pergamon in der Ferne breit und majestätisch vor mir lag [...] daneben rauchte der Kalkofen, in den jeder Marmorblock [..] zerkleinert wanderte [...] Das war also übrig geblieben von dem stolzen uneinnehmbaren Herrschersitz der Attaliden!” (questo e quanto segue da DIETRICH NUMMERT, Pergamon wurde seine Passion: Der Ingenieur Carl Humann (1839–1896), in “Berlinische Monatsschrift” Heft 2, 1999).

 

Ciò non per tanto egli non si perse d’animo, fece delle campionature personali, da cui ricuperò due frammenti del fregio spediti a Berlino già nel 1871, ottenne che si ponesse termine ai saccheggi ed avviò colle autorità turche e coll’establishment culturale germanico un logorante contenzioso per i permessi ed i finanziamenti di scavo, che si concluse felicemente il 1878, quando il 9 settembre fu aperto il cantiere. I risultati furono strabilianti: "Wir haben nicht ein Dutzend Reliefs, wir haben eine ganze Kunstepoche [...] gefunden [...]". E un anno dopo scriveva che “waren vom großen Fries 94 und vom kleineren Telephosfries [...] 35 Platten geborgen, dazu zahlreiche Statuen, Büsten, rund 130 Inschriften, etwa 100 Friesbruchstücke sowie zahlreiche Kleinfunde”. La seconda campagna terminò nel 1881 e nel 1886 la terza. Ma il problema vero era un altro: “Nun zur Hauptsache! Wie kommt alles nach Berlin?”. Ci arrivò imballato in casse lignee su tregge trainate da buoi sino alla costa, ove tre cannoniere della regia marina, imbarcatolo, se lo portarono in Germania. Ormai si poteva sfidare il British, la società guglielmina era in delirio, Humann fu dichiarato doctor honoris causa dall’università di Greifswald e nel 1884 divenne direttore del Museo di Berlino con sede a Smirne. Dopo la sua morte gli scavi furono condotti da Carl Schuchardt e da Alexander Conze sino alla fine del secolo (A. CONZE-C. SCHUCHARDT, Die Arbeiten zu Pergamon 1886-1898, “Mitteilungen des Kaiserlich Deutschen Instituts. Athenische Abteilung”, Vol. XXIV, 1899, pp. 148-151), poi da Wilhelm Dörpfeld (dal 1900 al 1913) e da Theodor Wiegand (dal 1927 al 1938). Il fregio fu collocato il 1901 nel Pergamon Museum dell’Antikensammlung degli Staatliche Museen, l’edificio appositamente costruito sull’isolotto di Spree, ritirato nel 1908 e riesposto al pubblico il 1930 fino all’inizio della guerra, due anni dopo ricoverato nel bunker della Zecca poi in quello dello Zoo. I Russi se lo portarono via e lo restituirono nel 1958 alla DDR, cui era toccata, nella spartizione di Berlino, la zona della Museuminsel, e là rimase, nel piú squallido abbandono, finché la caduta dell’impero sovietico non consentí la riunificazione e le riparazioni, avviate nel 1994-95 e tuttora in corso. Nel 1996 fu terminato il restauro del fregio di Telefo (L’altare di Pergamo: il fregio di Telefo, Milano, Leonardo arte, 1996, catalogo della Mostra a c. di Wolf-Dieter Heilmeyer tenuta a Roma dal 5 ottobre 1996 al 15 gennaio 1997 nella sede della Fondazione Memmo, a Palazzo Ruspoli in Roma). Una piú avanzata coscienza nazionale induce oggi il governo turco a chiedere la restituzione dei pannelli (“Die Welt”, 14 aprile 2003), cosí come dai tempi di Melina Mercouri i Greci chiedono agl’Inglesi la restituzione dei marmi di lord Elgin, ma né l’uno né gli altri hanno alcuna speranza. Ursula Kästner dice di aver trovato prove che tutto quanto stà a Berlino proviene da scavi ufficiali, legalmente esportato secondo il codice ottomano del 1874; altri sostengono che la Sublime Porta vendette le sculture al Reich nell’estate del 1879 per ventimila marchi. Il problema vero è che, come candidamente ammette lo storico Hermann Schäfer, “wenn alle so genannte Beutekunst zurückgegeben werden müsste, dann würden auch in deutschen Museen große Lücken klaffen”. Noi Italiani lo sappiamo meglio di tutti, visto che il patrimonio fondamentale dei musei esteri l'abbiamo fornito noi. Ma ogni popolo ha i governanti, e i beni culturali, che si merita.

E ora torniamo a cose più nobili. Tagliata in un plinto parallelepipedo di circa trentasei metri per trentaquattro, alto oltre dieci metri, una maestosa sequela di ventiquattro gradoni di venti metri di larghezza conduceva alla platea sommitale della fabbrica, al cui centro stava l’ara dei sacrifici, circondata da un quadriportico con doppio colonnato e cortina centrale, aperta da accesi in corrispondenza della scalea, i cui lati ad est e ad ovest sporgevano sino a racchiudere completamente la cordonata settentrionale, che sola dava adito al luogo delle cerimonie, perché gli altri fianchi risultavano chiusi a strapiombo e inaccessibili (nella scheda della prossima settimana pubblicheremo un piccolo apparato iconologico a corredo). Numerosissime sculture ornavano il monumento: statue a tutto tondo sul tetto, un fregio in altorilievo coi fatti di Telefo sulle pareti interne della cortina (la dinastia, d’origini oscure: Filetero era un eunuco cui Lisimaco aveva affidato il tesoro e che profittò della battaglia di Curopedio per rendersi indipendente, mirava in tal modo a legittimarsi rivendicando la propria origine dall’eroe Telefo figlio di Ercole e marito di Argiope, figlia del re della Misia), soprattutto sul dado che reggeva il loggiato i pannelli della piú celebre Gigantomachia dell’antichità, opera di Teorreto, Dionisiade, Oreste, Menecrate (che ne fu forse il principale artefice) ed altri, quali risultano dalle firme d’autore delle iscrizioni, insigne impresa dell’ellenismo “barocco”, o “asiano”, o “patetico”, che appunto conosciamo col nome di “pergameno”. Senza entrare nel complesso problema dell’iconografia, che molti proposero d’interpretare in molti modi, si dirà qui, accogliendo l’ipotesi ricostruttiva di von Salis, che il grande movimento, lungo centosedici metri ed alto due metri e trenta, sul modello del fregio del Partenone partiva dal fianco occidentale, ove la gradinata separava il corteggio boschivo di Dioniso, con Satiri, Sileni e Ninfe, a destra di chi guarda, dalle divinità marine a sinistra, Posidone all’angolo nordoccidentale, Tritone, Anfitrite, Nereo, Doride, forse Oceano e Teti; proseguiva sui due lati: settentrionale colle generazioni della Notte e le Costellazioni, in cui sconfinavano da est Afrodite, Eros e Dione, e meridionale cogli dei della luce, i Titani, Elios fra Eos e Selene, forse Febe e Asteria e all’angolo sudoccidentale Rea; e culminava ad oriente coi Celesti, Zeus fiancheggiato da Ercole, Atena da Niche, seguiti rispettivamente verso nord da Ares, verso sud da Ebe, Era, Latona, Apollo, Artemide e all’angolo Ecate. Contro gli Olimpii, a volte accompagnati dai loro animali d’elezione ed impegnati con implacabile distacco nella mattanza, una folla di Giganti in cui si provò in ogni modo l’alta fantasia dei Maestri, dalle piú nobili fattezze antropomorfe, sconvolte dalla percezione della prossima morte, alle creature miste dal torso d’uomo e le gambe scagliose, spesso alate, sino ai mostri del tutto disumani. Però, dei ventisei nomi piú o meno conservati, solo tre coincidono con quelli della tradizione letteraria, tanto che poco convincenti risultano i tentativi fatti di derivare il progetto da una fonte scritta nota, fosse Apollodoro, o Arato, o Esiodo.

L’influsso pergameno si riscontra in parecchie sculture micrasiatiche del medesimo soggetto da edifici in Priene, Termesso, Afrodisia, nella pars Occidentis nei quattro frammenti in marmo lunense da un edificio ignoto, trovati a Roma e sparsi fra i musei cittadini del Belvedere, dell’Antiquario e del Laterano, in alcuni rilievi galloromani e in Germania nelle cd. Giganten-Säulen.

Vanno infine ricordati, perché spesso adorni con scene di Gigantomachia: le urne cinerarie etrusche, i bronzi (statue, armi), le gemme, tra cui la piú celebre è il cammeo in sardonica intagliato da Atenione al Museo Naz. di Napoli, le monete, soprattutto della gens Valeria e Cornelia in epoca repubblicana e degli Antonini e dei Severi durante l’impero.

 

MISERRIMUS