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Pudore, paura,
o… potere?


di Nonna Abelarda

 

 Mi prendo una vacanza da questioni locali e politiche, ché a forza di ripetere le stesse cose, sui problemi di Savona, su Grillo, sull’ambiente eccetera, mi sento un disco rotto. E poi rileggo articoli di mesi fa, tipo, su porto e cementificazione, e mi viene ancor più la depressione.

 Che faccio, li riscrivo pari pari, visto che sono perfettamente d’attualità, e nulla o quasi è cambiato, se non qualche altro passettino verso il peggio? Tipo regina reginella, non so se conoscete il gioco… quello che ci si deve muovere solo non visti, per raggiungere l’obiettivo, pena l’eliminazione. Ecco, questi continuano a muoversi, a passi da formica, magari, ma si muovono. E non li becchi mai.

Oppure riparlo di bolla immobiliare, o di vetrine e finestre polverose, e di tutti quei cartelli vendesi, affittasi…e degli 800 (diconsi ottocento) sfratti in corso a Savona, e della svendita degli immobili comunali, i gioielli di famiglia, e poi magari vogliono costruire case popolari (altre case? Con tutti gli alloggi sfitti?) … o del fatto che il lancio del piano rifiuti incontra solo facili proteste, perché a parole tutti vogliono la differenziata ma i disagi non li vuole nessuno, al solito… oppure la notizia recente che i preziosi ambulatori delle circoscrizioni, gestiti soprattutto grazie al volontariato, utilissimi specie per gli anziani, rischiano di chiudere perché non si trovano quatto soldi per le siringhe e per smaltire i rifiuti speciali? Mi raccomando, signora assessore Bacciu, si imponga, li faccia uscire quei soldi,  “pianti casino”, come si dice, che se vogliono il grano lo trovano eccome! 

Allora, come dicevo prima di partire in quarta con le solite geremiadi, stavolta con la scala salgo sullo scaffale più alto e rispolvero il mio buon vecchio femminismo: un po’ consunto, un po’ sbiadito, ma vivo e vegeto. E parlo di un’altra curiosa questione.  

Anni fa, e sottolineo anni, anche tre o quattro, leggo una notizia sulla Stampa web, fonte comunità europea, che dice come in Europa siano allarmati per l’aumento in percentuale delle donne medico, destinato a produrre problemi in futuro, nei rapporti con i pazienti uomini, specie anziani, specie per certe specialità, come l’urologia, fonti certamente di imbarazzo, e si parlava di come risolverli, questi problemi seri…

Leggo e rileggo incredula, poi clicco oltre. Poche ore dopo, il tempo di riflettere e lucidare la tastiera per una bella lettera al giornale, la notizia era sparita dal sito. Si sarà trattato di una bufala, ho immaginato, oppure ci saranno state delle proteste. E certo, è una tale assurdità.


Daria Bignardi

 Ora mi accorgo con stupore che ad anni di distanza, appunto, la notizia è ripresa e trattata seriamente, come degna di dibattito. Non siamo andati avanti come civiltà, da allora, ma indietro. Ne avevo qualche sospetto.

Ne parla la Bignardi con Veltroni (visto a Blob, quasi il massimo di TV che mi concedo) , ne parla Augias nella sua rubrica di lettere su Repubblica, con il suo solito fastidioso tono da maschietto all’antica che pur vuol fare il progressista.

A parte l’ovvia considerazione degli strani giri che fanno le notizie, e il sospetto che le rispolverino quando fa comodo per fare un po’ di innocui e distraenti polveroni, magari  con sguaiate imbellettate e trucidi cerebroprivi che strillano mostrando tette e muscoli a qualche defilippata; a  parte che sono assolutamente convinta che  la società autentica, su questi temi, sia molto più avanti di coloro che vorrebbero dibatterne, tanto è vero che nelle mie frequentazioni purtroppo non rare di ospedali e ambulatori non ho mai visto mostrare prevenzioni, diffidenze, ostilità nei confronti dei medici donna, da parte di nessuno, anzi, quasi il contrario.

A parte questo, dicevo, le considerazioni rimangono. In parte le esprimeva la seria dottoressa che scriveva ad Augias, io ne avrei altre da aggiungere.

Primo, come diceva anche lei, non erano forse abituate le donne a essere visitate quasi solo da uomini, anche per le specialità critiche? E i ginecologi allora, che sono quasi tutti maschi ancora oggi? Augias risponde che sì, è vero, ma è un’abitudine consolidata, lui stesso sarebbe a disagio con un’urologa…

Questa differenza di vedute fa ridere, è talmente tipico per gli uomini che quando un problema riguarda le donne, sia una scemenza, se riguarda loro, lo stesso identico, diventi improvvisamente degno di considerazione e di rispetto. Un classico.

Poi, e molto giustamente, la dottoressa sottolineava che, semmai, il punto critico è come a questa invasione di medici donna brave e preparate non corrisponda quasi mai un’adeguata carriera. Al solito: brave a spalare, volonterose, precise, ma per il potere… spostati, baby, non è cosa. Il muro di gomma, o quello che in America chiamano il soffitto di vetro. Del resto, che il mondo della sanità sia chiuso, organizzato in baronie e molto maschilista, non è novità.

Aggiungerei una considerazione: se si tira tanto in ballo il discorso pudore, imbarazzo del malato uomo, come mai lo stesso non vale nei confronti delle infermiere, prevalentemente donne da sempre, in passato ancor più di adesso, e destinate a svolgere su malati non autonomi compiti di terapia e pulizia anche piuttosto intimi? Lì nessuno trova da ridire, anzi, semmai è oggetto di vignette scollacciate e barzellette da caserma, come le classiche tresche medico infermiera, magari romanzate.

Allora, per me il discorso è un altro. Lasciamo da parte il pudore, che non c’entra. La parola giusta è potere. L’infermiera non ha di solito un vero potere sul malato, è comunque una che assiste e svolge un ruolo tipico femminile. Al contrario, qualunque malato ha sperimentato la situazione di incertezza, di debolezza, a volte di inferiorità che si prova davanti al medico, che con la sua diagnosi può darci verdetti anche fondamentali, che ha in mano la nostra salute e la nostra vita. Ebbene, agli uomini non va giù trovarsi in questa situazione, nudi in tutti i sensi, vulnerabili, quando ad avere questo potere è una donna. Ecco la vera ragione del disagio, semplicemente. Soprattutto, e questo aggiunge altre complicazioni psicanalitiche, quando ad essere coinvolte nel problema sono proprio le parti intime. A parte rari  casi patologici di sessualità distorte, un uomo  non accetta che una donna si trovi in situazione di potere nei suoi confronti. Di potere così intimo, poi…

Per carità, rispetterei questo disagio, se solo  gli uomini facessero altrettanto con quello femminile…

Mi vengono in mente le situazioni  in cui mi ero trovata in occasione di ricoveri al padiglione Astengo di Valloria. Sto parlando di più di vent’anni fa, eh, adesso le cose saranno sicuramente cambiate.

Innanzitutto, la differenza fra ostetricia e ginecologia: nel primo reparto, sorrisi e soavità. E certo, è dove nascono i bambini, è dove la donna svolge la sua funzione più alta e più pura. Tutto è gioia, fiorellini, pupazzi e passettini lievi. Peccato che le scomodità e i disagi per le partorienti fossero enormi.

Nel secondo, modi bruschi e un lieve disprezzo. Un po’ perché essendoci il camerone delle donne che abortivano, bisognava estendere freddezza, senso di colpa e biasimo sociale a tutto il reparto. Un po’ perché c’era come nell’aria la sensazione che i disturbi ginecologici fossero di per sé una cosa deplorevole e le donne che ne erano portatrici dovessero vergognarsi e basta.

Esagero? So di alcuni ginecologi che amerebbero fare solo gli ostetrici e sono infastiditi da tutti gli altri aspetti della professione.

La prassi, almeno quella da me sperimentata, era che la visita per chi doveva sottoporsi a qualche intervento non dovesse avvenire in corsia, con il medico e il codazzo dietro, come dappertutto. No, avveniva in un salone dove la sventurata, dopo aver atteso il suo turno in corridoio in camicia e senza mutande,  anche se mestruata, scusate la fastidiosa precisazione  ( guai ad entrare ancora con le mutande! Si faceva arrabbiare il primario che ti insultava per la perdita di tempo!) si esponeva gambe all’aria di fronte ad almeno dieci medici, alcuni semplici allievi, che disquisivano il suo caso. Ho visto una donna esile di almeno sessant’anni, non so cosa avesse, magari qualcosa di brutto, tutta curva, lo sguardo al pavimento, piangere sommessamente con le sue mutande in mano in attesa di quella umiliazione.

Ho visto una donna di quarant’anni desiderosa di prole, al suo terzo o quarto aborto spontaneo, con lo sguardo perso nel vuoto, nel camerone delle “donne perdute” , trattate tutte indistintamente da baldracche persino dalle infermiere, o con disprezzo o con quella allegra familiarità pesante che è poi la stessa cosa o peggio.

Spero e mi auguro che le cose siano cambiate, dappertutto. La legge sulla fecondazione assistita mi farebbe pensare di no. Il resoconto in rete di una mia amica che ha partorito non più di cinque anni fa in un ospedale veneto, e che raccontava incredula le sue disavventure e umiliazioni, mi farebbe pensare di no. Diciamo che il giorno in cui vedrò la fila di pazienti uomini, al reparto urologia, con le mutande in mano, in attesa della visita collettiva della primario e delle sue assistenti, sarò disposta a dare loro tanta tanta comprensione. Ma sono quasi sicura che quel giorno non verrà mai. Perché le donne, checché se ne dica, non sono così gratuitamente stronze.

Nonna Abelarda