Allorismi diffusi sul rogo di Giordano Bruno

Poiché un articolo apparso sul periodico mensile Tempi in occasione dell’anniversario della morte di Giordano Bruno avvenuta il 17 febbraio del 1600 a Roma, cerca di difendere la Chiesa dalle accuse di aver messo al rogo il filosofo di Nola in una maniera che, mutatis mutandis, è la medesima nella sostanza da quella di svariati altri articoli relativi a questo argomento, ecco che la si può prendere come paradigmatica. Vale perciò la pena di brevemente analizzarla, nella fattispecie seguendo i capitoletti in cui essa si snoda.
Il titolo dell’articolo, che funge anche da
primo capitoletto, è:
Gli anticlericali lo sanno chi era ( veramente ) Giordano Bruno?
Dunque l’articolista tiene presente una platea particolare, gli anticlericali, per emendare il loro modo di considerare Bruno chiarendo cosa di errato ha la loro percezione su quella che essi pensavano fosse una eroica figura di intellettuale.
Siccome la domanda che si fa puntualmente l’uomo della strada ( perché, infatti, dovrebbero porsela solo gli anticlericali? forse per mettere la questione su un piano di ideologia preconcetta e perciò di deformarla non appena la si inizia a trattare? ), non è tanto relativa a come tra Bruno e la Chiesa si sia creato uno scontro, ma al motivo per cui egli sia stato da essa ( più precisamente dal braccio secolare a cui la Chiesa lo ha consegnato affinché realizzasse la condanna ) bruciato vivo, è opportuno formularla in maniera chiara e diretta: Perché Giordano Bruno è stato arso e con che diritto?
Il catenaccio dell’articolo recita:
Era un alchimista con teorie strampalate sugli extraterrestri e la reincarnazione.
Ora, senza stare ad approfondire se lo si potesse davvero identificare come un alchimista e se parlasse davvero e in che termini di extraterrestri e reincarnazione, l’impressione è che il giornalista stia deviando, e non a caso, su altro da quella che resta la domanda di cui sopra.
A meno che la risposta non stia proprio nel fatto che la Chiesa non avesse il diritto di bruciare gli alchimisti, o coloro che credevano a reincarnazione ed extraterrestri. Perché se fosse così, il discorso si chiuderebbe e noi a quel punto sapremmo che chi pratica una chimica ai primordi, crede agli extraterrestri e/o alla reincarnazione, commette una colpa tale per cui è giusto incenerirlo, e contestualmente sapremmo che essa si è comportata nel modo giusto e non ha colpe.
Senonché è la Chiesa stessa a non dare questa risposta: non ha mai affermato che il rogo era dovuto a questo.
Perciò è legittimo chiedersi come mai si ritenga di evidenziarlo con un catenaccio, cioè con una sorta di secondo titolo, e come tale ben in vista.
Per sapere allora di che colpa mortale il pensatore nolano si sia macchiato forse dovremmo proseguire nella lettura.
Cosa che facciamo, abbandonando il primo capitoletto puramente introduttivo e rivolgendoci al
secondo, in cui si dice che innanzitutto occorre descrivere il lato soggettivo del personaggio: Bruno “aveva preso i voti, più per convenienza che per vocazione; i biografi di Bruno attestano infatti che così egli avrebbe più tranquillamente potuto continuare i suoi studi e coltivare i suoi interessi non dovendo provvedere a tutte le consuete preoccupazioni della vita laicale”. E ciò, per quanto ci risulta, è largamente probabile.
In sostanza egli avrebbe, pur di studiare, pensato di sbarcare il lunario entrando in convento.
Cosa che non gli fa onore, come non fa onore, questa del lunario ( o di numerosi altri motivi che con la fede hanno ben poco a che fare ), a decine di migliaia come lui, nell’Alto e Basso clero e nell’Alto e Basso medioevo; e a un brulichìo di personaggi della sua epoca, negli anni a cavallo fra XVI e XVII secolo, cioè, per intenderci, quegli stessi dei quali don Abbondio e la Monaca di Monza sono antonomasie.
Lì si dice anche come egli ben presto “trasmigrò dai rigogliosi terreni della filosofia alle lande paludose dell’esoterismo senza mai giungere ai fertili campi della scienza”.
Frase altisonante, barocca e paludata e altrettanto male informata: Bruno non ha mai smesso di fare filosofia, e basta scorrere la cronologia delle sue opere per constatarlo. Questo en passant. Nel merito, invece, andiamo alla domanda:
Dunque la Chiesa lo avrebbe bruciato per questo cambio di rotta e per questo fallimento?
No, il nostro articolista di queste cose disquisisce e asserisce ma alla fine non le indica come motivazioni per la condanna del rogo. Bisogna allora esplorare oltre, cioè nel
terzo capitoletto, che ci svela come Bruno avesse un carattere spigoloso ( e pare proprio che sia vero ), e che ebbe varie diatribe e scontri a mano a mano che si spostava per l’Europa: si convertì al calvinismo e dopo poco fu scomunicato dai calvinisti di Ginevra, fu cacciato dai luterani tedeschi, fu invitato una prima volta a lasciare Parigi e una seconda volta ne fu cacciato…
Insomma, aggiungiamo, sicuramente un personaggio non facile, deciso, polemico, irriverente, antipatico a molti, imbarazzante per tutti.
Uno però che la sua tranquilla e ben retribuita sistemazione presso le più prestigiose università ( della Sorbona, di Oxford, di Wittenberg…) se la sarebbe mantenuta se avesse accettato di scendere a compromessi.
Non facile come persona da gestire e non facili le sue teorie controcorrente da digerire. Ma è per questo che la Chiesa lo ha bruciato?
Ancora una volta dobbiamo constatare di no.
Perciò, di nuovo, procediamo col
quarto capitoletto dove, come c’era da aspettarsi, si passa al profilo oggettivo, per giudicare il quale bisogna tener presente, si afferma, la complessità dell’intersecarsi di vari fattori, in primo luogo quello storico-politico:
“Il tutto si svolge in un periodo molto turbolento di rivolgimenti e lotte politico-religiose: da poco più di un cinquantennio l’Inghilterra si è rivoltata contro il Papato e la cristianità, per mano di Enrico VIII e delle persecuzioni di cattolici ad opera della figlia Elisabetta; da meno di un quarantennio si è concluso il Concilio di Trento che ha sancito la reazione cattolica alla rivolta protestante; dopo meno di un ventennio esplode la ferocia della Guerra dei Trent’anni che si chiuderà nel 1648 con la Pace di Westfalia la quale sancirà il principio cuius regio, eius religio consacrato nel 1555 dalla Pace di Augusta”.
Dobbiamo dedurne che sta lì la motivazione del rogo?
Il problema è che non esiste però nessuna affermazione in questo senso; per cui serve proseguire, citato questo capitolo giusto per dovere di cronaca, col capitoletto successivo, il
quinto, dove viene sottolineato ciò che, in secondo luogo, [ in secondo luogo? ] in tutta la vicenda avrebbe avuto una sua parte di importanza, cioè l’Inquisizione. Quella cattolico-romana, detta anche del Sant’Uffizio. Essa, a differenza di quella spagnola, stando all’estensore del testo
1) “Ha sempre agito secondo le regole del diritto”
2) “E’ stata un organismo di controllo delle anime piuttosto che uno strumento di repressione”
3) “Ha avuto a che fare con gruppi di ‘devianti’ antisociali, assai più che con individui che rivendicavano la libertà di coscienza cristiana”
4) “Ha avuto a disposizione una gamma molto varia ed estesa di penitenze, che andavano dalle più leggere alle più severe. Queste ultime sono state, proporzionalmente, utilizzate raramente”
5) “In ragione della sua propria natura e degli obiettivi che le erano stati assegnati, ha largamente applicato un sistema di perdono, di remissione e di modifica delle pene”.
Dunque, tenendo conto che per i punti 1 e 5 le regole del diritto cui sarebbe stata ligia la Chiesa erano all’insegna della formula di darle a sé e di imporle a tutti, e che di conseguenza il sistema di perdono, di remissione e di modifica delle pene, essendo un corollario di quelle, è autoreferenziale, resta ai tre punti intermedi l’onere di rispondere alla domanda ancora inevasa: La Chiesa è per quanto espresso in essi che lo ha bruciato?
L’articolista non riesce ad affermarlo; e infatti passa al
sesto capitoletto, nel quale si elencano una serie di idee espresse da Bruno in contrasto con quelle della Chiesa, la quale le critica perché avrebbero la colpa di essere proposte senza prove e dimostrazioni. Come se invece lei, la Chiesa, di tali idee avesse la prova e le dimostrasse.
Vedasi, per esempio, la verità della transustanziazione ( vino e pane che diventano sangue e corpo di Cristo nonostante i sensi non lo percepiscano ); la verginità di Maria ( una giovane ragazza che, incinta dello Spirito Santo, resta però vergine “prima, durante e dopo”, come recita la formula; la finitezza dell’Universo; l’alterità di Dio con la natura; l’esistenza del libero arbitrio…
Tutte questioni in cui peraltro non ha mai creduto una gran parte dei filosofi e dei teologi di allora e di ora.
Vi è tuttavia una di queste idee effettivamente pesantissima, secondo cui Cristo, ritenuto mago ed ingannatore, fu crocifisso per dei buoni motivi.
Peccato che Bruno che ci siano stati dei buoni motivi per la crocifissione di Cristo non l’ha mai affermato da nessuna parte. E allora passiamo oltre, al
settimo capitoletto.
Chissà che lì finalmente non si trovi il motivo che l’autore dell’articolo ritiene determinante per indurci ad ammettere con lui che l’Inquisizione accendendo il rogo ha fatto quello che era giusto fare.
Ciò che troviamo all’inizio è il mettere, come si suol dire, le mani avanti: ( “Certo, con la mentalità contemporanea nessun motivo è sufficiente per uccidere un uomo; tuttavia…”, e questo ci fa capire che siamo nel clou della questione, nella sua parte più delicata; quella, anche, che tutti da un po’ aspettiamo come una sorta di meritato compenso alla nostra curiosità intellettuale per aver pazientato tanto.
Riprendendo: “tuttavia…” e si dice quello che sempre la Chiesa dice quando c’è qualcosa che ha fatto e che Gesù Cristo non avrebbe mai fatto: “Quelli erano i tempi, e sarebbe ingenuo e ingiusto e storiograficamente errato giudicare quanto vi accadeva col nostro metro di abitatori del XXI secolo”.
Ecco, va bene immergersi nella temperie dell’epoca, solo che quei tempi erano di 1500 anni successivi ai Vangeli, che già un po’ sull’avviso la Chiesa sul modo di cristianamente comportarsi avrebbero dovuto metterla, impedendole di scambiare il “porgi l’altra guancia” con “appicca un altro fuoco”…
Il capitoletto, comunque, intitolato Roghi, riassume in tre punti ( a, b, c ) la questione se non sulla loro ( dei roghi ) liceità, sul modo che si dovrebbe adottare per affrontarne il discorso, per cui colui il quale ragiona sui roghi, di Bruno o di altri, dovrebbe smettere l’abito di chi “stropiccia la storia per finalità ideologiche” e calarsi invece con umiltà nella mentalità dell’epoca.
Dal punto A
secondo cui “il mondo secolarizzato, anzi espressamente anti-cristiano ed anti-ecclesiastico, non è stato più tenero nel rispettare l’umanità: il nazionalsocialismo, il comunismo e tutte le tirannie novecentesche che hanno prodotto decine di milioni di morti sono il frutto, infatti, di un mondo totalmente scristianizzato e non per questo più tollerante” quel che si ricava è però che siccome trecento e più anni dopo ci sono stati Hitler e Stalin che hanno fatto ciò che hanno fatto, vengono obliterate quelle che trecento e più anni prima sono state le condanne dell’Inquisizione le quali, in quanto a numeri, impallidiscono.
Se tuttavia non fosse proprio questo che si vuole dire, considerato che per dirlo si necessiterebbe di una serie di concetti logicamente e temporalmente concatenati del tutto assenti, perché lo si dice?
Dal punto B
secondo cui “i roghi non furono una invenzione dell’Inquisizione o della Chiesa del medioevo come ben sa chi sia un po’ pratico di storia, di diritto e di storia del diritto” che cosa si ricava? Che i roghi essendo una colpa ‘copiata’ da altri, non sono più una colpa?
Siccome anche per coloro che si fanno distrarre dalla sovrabbondanza di parole elargite in discorsi che potrebbero condensarsi facilmente in poche righe e badando ai fatti, è chiara la risposta, l’articolista ci porta
al punto C, con il quale, dopo aver ulteriormente sottolineato che del rogo facevano uso anche i cristiani non cattolici e i non cristiani, passa al piano semantico dicendo che esso aveva un preciso significato, cristallizzato nel motto contra voluntatem tuam, sed propter salutem tuam [ contro la tua volontà, ma per la tua salvezza ] cioè voleva “evitare che l’eresia potesse contaminare altre anime da un lato [ si legga: distaccarle dalla Chiesa indebolendola ] e dall’altro far sì che l’anima del condannato fosse purgata tramite l’espiazione della sofferenza fisica fino alla morte e quindi salvata nonostante la sua contraria volontà”. FINALMENTE!
E c’era bisogno di tanti preamboli?
Bastavano poche parole: ti bruciamo perché fa bene a te ( alla tua anima ), fa bene all’ortodossia e ai custodi dell’ortodossia, e fa bene ai fedeli.
Visto che in questa apologia presente su Tempi dirlo ex abrupto non si poteva perché sarebbe stata evidente l’assenza di una risposta degna di questo nome, lo si è detto facendola precedere da tanti concetti che dicendo il superfluo hanno la funzione di diluire e quindi far deglutire meglio l’essenziale, quello che dovrebbe far fronte alla domanda: “Perché la Chiesa ha bruciato vivo Giordano Bruno e con che diritto?“
A questo punto l’articolista, nell’
ottavo capitoletto, dopo aver precisato che a Bruno fu offerta più volte e inutilmente la possibilità di correggere le proprie teorie, pensa bene di fare le sue deduzioni scrivendo di come si evinca che il rogo lungi dall’essere un torto della Chiesa verso Bruno, sia stato “il più grande ‘favore’ che può avergli concesso, avendolo trasformato immediatamente in un martire, e rendendo la sua misera fine una dignitosa copertura per tutte le sue strampalate teorie”. E giungiamo così all’
ultimo capitoletto in cui ci viene comunicato che la vicenda di Giordano Bruno è più complessa da come appare dai “semplicistici schemi ideologici che distinguono tra clericali illiberali ed anti-clericali liberali, poiché è un intricato groviglio di problematiche storiche, politiche, teologiche, esegetiche, filosofiche, scientifiche, epistemologiche, giuridiche”.
Ora, chi glielo ha detto al nostro giornalista che per giudicare Giordano Bruno ci si affidi per forza, come lui dà per scontato, a “semplicistici schemi ideologici”? E che il “groviglio di problematiche” con tanto di 8 tipologie specificate, abbia dovuto essere per forza compreso e sciolto correttamente solo dalla Chiesa per decretare la condanna e non potesse essere compreso e sciolto da qualcun altro per decretare l’assoluzione?
Fatto notare ciò, è però finalmente vero come una risposta alla domanda che a mo’ di ritornello abbiamo ripetuto perché non si perdesse mai di vista, è stata acquisita: Giordano Bruno è stato bruciato vivo per salvare la Chiesa da pericolose derive non combacianti con i suoi dogmi, e per salvare l’anima del filosofo di Nola.
Tuttavia, se di certo si può prendere per buona la prima parte della risposta, non altrettanto si può fare con la seconda, che è frutto di ignoranza, latinamente intesa, o di bugia.
Infatti la opportunità di ardere vivo Bruno non è stata dettata dal desiderio pietoso di purificarlo col fuoco. Anzi, è stata dettata dal desiderio di punirlo con la morte peggiore che gli si poteva infliggere, e voluta esemplare affinché fosse da ammonimento agli astanti in quella mattina di febbraio in Campo de’ Fiori.
Pertanto tutto l’argomentare dello scritto fin qui considerato, nonostante la scaltrita retorica giornalistica sfoderata per l’occasione, viene invalidato dallo stesso autore in quanto la risposta che fornisce e che nell’intenzione doveva essere assolutoria, non risulta neanche attenuante.
Quali fossero le finalità e i modi stabiliti dall’Inquisizione in relazione agli eretici impenitenti bastava, per essere certi che fossero realmente quelli e non cadere in errori pacchiani più o meno volontari, cercarli dove sarebbe stato più logico e normale e facile: nei verbali redatti diligentemente ( sia a detta di studiosi laici che ecclesiastici ), nelle sedute di discussione, di interrogatorio e di tortura durante i quasi 8 anni di prigionia di Bruno, dai segretari del cardinal Bellarmino e del Sant’Uffizio, cioè, appunto, dell’Inquisizione!