All’origine della russofobia e dell’abraccio mortale con l’Ucraina. Quando i popoli non contano più nulla
All’origine della russofobia e dell’abraccio mortale con l’Ucraina
Quando i popoli non contano più nulla
Sulla bontà dei motivi che hanno determinato l’intervento militare russo in Ucraina non ho il minimo dubbio e sono convinto che chi li ignora o li sottovaluta o li contesta è uno sprovveduto o in malafede. Quando poi è un italiano, magari al vertice delle istituzioni, a stracciarsi le vesti per i sacri e inviolabili – e artificiali – confini dell’Ucraina dimentico che all’Italia sono state strappate le terre italianissime dell’Istria della Dalmazia e della Venezia Giulia mi vergogno per lui.
Detto questo provo a immaginare per puro esercizio retorico che l’Ucraina sia uno Stato fondato su una base nazionale, che sia il frutto di una volontà e di una coscienza collettive storicamente documentate, che sia il punto di arrivo di vicende simili a quelle che hanno portato l’Europa dalla respublica christianorum all’affermazione degli Stati nazionali. Nessuno dei quali ha potuto contare su un limes fissato una volta per tutte. La Savoia, politicamente sabauda, cioè italiana, è diventata francese; il Südtirol, linguisticamente tedesco e politicamente austriaco è diventato italiano, la Corsica, geograficamente, culturalmente, linguisticamente, storicamente italiana è diventata francese e nessuno di questi slittamenti geopolitici ha provocato non dico terremoti planetari ma nemmeno scossettine all’interno dell’Europa. Lo stesso affaire dell’Alsazia e della Lorena rimase una faccenda fra la Germania e la Francia lasciando indifferenti spagnoli, inglesi o italiani.

Savoia e Corsica della Francia
Non solo. Fra Otto e Novecento è stato strombazzato i principio della autodeterminazione dei popoli per legittimare la dissoluzione dell’impero asburgico, l’aggregazione o la disgregazione di organismi statuali: un principio riconosciuto anche quando nei fatti è stato calpestato e paradossalmente all’origine di deportazioni, persecuzioni e snazionalizzazioni forzate. Rivolte vittoriose o soffocate nel sangue, finite con compromessi come quella catalana o quella irlandese o miseramente fallite come quella basca, sempre comunque nell’ottica della realpolitik, che impone la non ingerenza non solo nei problemi interni altrui ma nemmeno fra due litiganti (chi si è mosso per l’Argentina attaccata dagli inglesi?). E c’è anche da credere che se la maggioranza degli altoatesini ritenessero più conveniente per loro tornare ad essere tirolesi a tutti gli effetti dovremmo semplicemente prenderne atto anche perché se li volessimo addomesticare a cannonate i connazionali austriaci e tedeschi non starebbero a guardare.

Genocidio degli Armeni
E ancora: l’Europa ha assistito indifferente allo sterminio e alla deportazione degli Armeni. E non ci si azzardi a dire acqua passata perché la storia si ripete. Il 7 ottobre è diventato il pretesto per realizzare il progetto grottesco di dare esecuzione ad una leggenda religiosa ripulendo la Palestina per far posto alla Terra Promessa e di fronte ad una quotidiana e ininterrotta mattanza l’Europa non muove foglia ripulendosi ipocritamente la coscienza con roboanti dichiarazioni di condanna seguite da nulla e titoli di giornali a caratteri cubitali..

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Ma per Mattia Feltri (la Stampa 22 agosto) il ritorno della Crimea russa alla Russia è una rapina come è una rapina l’ingresso delle repubbliche autonome del Donbass nela federazione russa. Per lui è irrilevante il modo in cui la repubblica di Crimea era diventata ucraina: un regalo di Krusciov ai compagni di Kiev! non c’è male come esempio di diritto internazionale. E forse non ricorda come il suo stesso giornale documentasse le violenze del battaglione Azov, dichiaratamente nazista, sulla popolazione del Donbass russofono che si opponeva ad una ucrainizzazione forzata. Feltri junior è però in buona compagnia, una compagnia nella quale qualunque bestialità diventa argomentazione e la più spudorata menzogna una rivelazione. Bravissimi i giornalisti di regime, destra o sinistra che sia, a nascondere verità scomode: nelle prime pagine di tutti i giornali nessuna traccia del clamoroso arresto della spia ucraina responsabile dell’attentato ai gasdotti nel mare del Nord – goffamente attribuiti a Mosca – salvo un trafiletto sul Corriere e sul Resto del Carlino. Unica eccezione il Fatto Quotidiano, il cui direttore è ridotto ad una vox clamantis in deserto (e forse per lui va bene così). Non proprio unica in verità: sul Foglio, organo ufficiale dell’America orfana di Biden, il terrorista ucraino diventa un eroe e il suo arresto un abominio. Che dire, viva la sincerità, con la consapevolezza che se si cambia prospettiva il peggiore terrorista islamico non è solo un eroe ma un martire che col suo gesto si è guadagnato il paradiso. Ma il cambio di prospettiva richiede un minimo di lavorio neurale.
Lascio perdere le menadi piddine che come possedute continuano a ripetere il mantra del dittatore sanguinario col controcanto di uno stuolo di Calenda. Non vale la pena spendere una sola parola per loro, principali responsabili della tenuta del governo Meloni, forte solo della miseria culturale, politica, morale di quella che dovrebbe essere l’opposizione. Quella Meloni fanalino di coda del carretto sgangherato che ospita l’ottuso bellicismo di un’Europa diventata prolungamento e rifugio dei dem americani. Un bellicismo che ha dovuto fare i conti col realismo trumpiano e con l’umana simpatia che lega i due presidenti. Una simpatia che nasce dal commune sentire su questioni dirimenti che spaziano dalla morale alla politica e fondati sul reciproco riconoscimento di una capacità di intendere e di volere diventata merce rara fra i capi di Stato e di governo europei
E arrivo al punto. Per una controversia territoriale fra due Paesi confinanti – senza scomodare le “ragioni profonde” – vale la pena rischiare una catastrofe nucleare? Perché quella controversia è diventata così centrale? i balbettamenti che cercano di giustificarlo fanno sorridere: bisogna salvaguardare il diritto internazionale; non si può legittimare la forza nei rapporti fra Stati; c’è un aggressore e un aggredito; oggi tocca all’Ucraina, domani sarà la volta del Portogallo. Sono battute da cabaret ma non fanno ridere. Si poteva capire una iniziativa diplomatica dell’Ue o dell’Onu; invece all’indomani dell’operazione militare russa erano già pronti i piani per rifornire di armi l’aggredito, che più che tale pare essere stato il provocatore. Dopo la zampata in direzione di Kiev l’orso russo si ritira – è falso dire che sia stato respinto – e sembra che la vicenda si concluda attorno a un tavolo ponendo fine con un compromesso al conflitto nel Donbass che dura da otto anni ma ci pensa la strage di Bucha ad impedirlo, facendo passare l’idea che il macellaio di Mosca è armato solo della propria ferocia e che la Russia, economicamente alla frutta, possa contare solo sui ferrivecchi arrugginiti della seconda guerra mondiale. L’Ucraina, si diceva , poteva e doveva vincere. Se fosse stato vero mi chiedo che vantaggio Paesi come l’Italia avrebbero tratto dall’annichilimento di Mosca e dall’ingresso nell’Ue (e nella Nato) dell’Ucraina.
Quel che è certo e incontrovertibile è che i popoli europei, esclusa forse l’insignificante pattuglia baltica, non hanno avuto alcun ruolo né alcun peso in questa vicenda. Ma, mi si può obiettare, gli interessi degli Stati sfuggono quasi sempre all’opinione pubblica a meno che non siano i partiti a stimolarla e a renderla consapevole. In questo caso, se l’hanno fatto, non ci sono riusciti. Ci sono però interessi economici profondi, che rinviano alla ricchezza nazionale, alla produzione industriale e manifatturiera, al commercio,all’approvvigionamento energetico e spingono per la pace o per la guerra e determinano la politica estera. A questo riguardo scatta automaticamente la risposta: è l’industria di guerra che si avvantaggia delle tensioni internazionali e provoca i conflitti. Temo che si confonda l’effetto con la causa. . È un dato, infatti, che l’economia europea, quali che siano stati i profitti dell’industria bellica, è uscita malconcia dalla sua guerra per procura e, conseguentemente, il suo peso politico si è azzerato.
E allora mi pongo di nuovo la domanda: cosa spinge l’Europa a perseverare con tanta determinazione nella sua russofobia e nel sostegno militare politico e diplomatico all’ex comico e-pianista? se non è l’interesse potrebbe essere la vicinanza ideologica, come ai tempi della guerra fredda. A parte il fatto che il conflitto fra capitalismo e comunismo è finito nella spazzatura della storia resterebbe l’improbabile incompatibilità fra autocrazie e democrazie, la necessità di difendere la libertà sbandierata dagli autorevoli portavoce del mainstream come Mario Draghi. Una linea di pensiero convintamente sposata dalla destra italiana, che non ha altri argomenti da proporre ala suo elettorato, e ancor più convintamente dalla sinistra, che si è così trovata nella situazione imbarazzante di combattere donchisciottamente in Italia il fascismo che non c’è e a sostenere in Ucraina il nazismo che c’è eccome (non solo scenografia e simboli ma eccidi, autobombe, irruzione notturna della polizia politica,sparizione di persone scomode, esili forzati, scioglimento di partiti di opposizione, persecuzione religiosa che fanno impallidire la peraltro ambigua questione degli oppositori russi).

Trump e Putin
Rimane come plausibile motivazione dell’infatuazione per il regime ucraino il servilismo nei confronti degli Usa; un servilismo che non ammette obbiezioni, indiscusso e indiscutibile dalla fine delle seconda guerra mondiale. Questa motivazione però presuppone che siano gli americani, o i loro governi, a voler distruggere la Russia come grande potenza, il che è semplicemente falso. Lo era ai tempi dell’Urss, perché faceva comodo a Washington che il mondo fosse diviso in due zone di influenza ma lo è ancor più ora, quando il ridimensionamento della Russia farebbe ingigantire la Cina e il suo schiacciante potere economico che rende impensabile un nuovo bipolarismo. Allora, al netto degli interessi personali di Biden, che per altro è stato più cauto di quanto i media europei non abbiano fatto credere, che la vera centrale della politica aggressiva verso la Russia e il vero burattinaio di Kiew siano in Europa e che la stessa Nato ne sia solo lo strumento operativo diventa un’ipotesi più che plausibile, anzi più che una semplice ipotesi. Con l’avvento di Trump ne abbiamo la prova provata: Ue e Regno unito di fronte all’abbraccio fra Trump e Putin sono caduti in preda a una crisi isterica, hanno osato tirare su la cresta contro il loro padrone e si sono scagliati in una indecorosa corsa al riarmo accompagnata dal sabotaggio di ogni iniziativa di pace. L’Europa è in guerra, dicono, e partono scompostamente lancia in resta incicciandosi fra di loro.
Se questa è la realtà quale ne è la ratio? Che cosa c’è dietro? chi c’è veramente nella cabina di comando e dov’è questa cabina? Si possono fare solo congetture cercando di evitare astrusi complottismi, consapevoli della banalità del male e della miseria delle cose umane. Non c’è, infatti, bisogno di guardare lontano o di immaginare chissà quale squadra di Grandi Signori. Sono solo poveri (s’intende umanamente) squallidi individui quelli che pensano di essere superiori alla massa e si mettono metaforicamente in rete per controllare politica e affari.

Meloni Staller e Macron
Nei loro salotti prendono forma progetti deliranti, dalla importazione di asiatici e africani per sopperire al presunto deficit di manodopera e nel contempo meticciare la popolazione per indebolire il senso di appartenenza nazionale al ricorso ad una bella campagna batteriologica con corollario vaccinale per sfoltire la popolazione mondiale, per non dire della benzina da gettare sulle decine di focolai di guerra nel sud del mondo. Problemi reali affrontati in un’ottica perversa e con effetti devastanti. All’origine la presunzione di poter mettere il pianeta al riparo delle catastrofi novecentesche, imputate alla democrazia che degenera in demagogia. Sfiducia o, meglio, paura dei popoli, che devono rimanere target, pubblico, consumatori, ascoltatori, comunque destinatari di qualcosa; e sfiducia nei partiti e in qualunque forma di rappresentanza difficile da controllare. È il rovesciamento del principio greco-romao e illuministico di sovranità popolare sostituito da quello feudale e pseudoplatonico della sudditanza e del potere imposto dall’alto, che sia l’alto dei cieli o della finanza.
Sono questi miserabili burattinai che hanno occupato i centri di potere e lo distribuiscono per cooptazione a personaggi mediocri come Macron, Staller, Merz, Meloni, accomunati dalla mancanza di consenso popolare e incuranti di conquistarselo (vedi la Meloni tronfia per il suo 15% di consenso elettorale).
In questa nuova prospettiva lo stesso conflitto in Ucraina, la stessa incomprensibile russofobia passano in secondo piano e la scena si illumina di nuova luce. Si comincia a capire ciò che appariva incomprensibile e assurdo: com’è che sono improvvisamente saliti alla ribalta senza che niente giustificasse la loro ascesa personaggi improbabili come la Von der Leyen o la Kallas; la presenza di psicopatici fuori controllo ai vertici della’alleanza atlantica; l’improvviso inquadramento dei media e l’impressionante allineamento di opinionisti, politologi, accademici, di chiunque abbia voce nelle emittenti pubbliche e private, nei talk show, nei programmi di approfondimento dai quali è scomparsa ogni traccia di dialettica e dove alla varietà delle opinioni è subentrata l’unicità del dogma; l’inamovibilità di capi di Stato e di governo che hanno perso ogni consenso o non l’hanno mai avuto.
Si comincia anche a capire il rilievo assunto da due politici di segno opposto accomunati da una sostanziale mediocrità: da una parte Mario Draghi, un politico fallito che ha mancato il suo obiettivo di salire al Colle dopo e aver mostrato al governo la totale assenza di capacità di reggere il timone e di seguire una rotta coerente, un economista del quale non risultano da nessuna parte contributi di pur trascurabile peso, dall’altra Salvini, un uomo indubbiamente perbene e un politico che si sa destreggiare a livello locale ma che la natura non ha notato degli strumenti, della determinazione e della visione di un autentico leader. Uno ascoltato come un oracolo da mezza Europa, l’altro temuto come un pericolo mortale. Da cosa proviene il credito smisurato di cui gode Draghi? e perché Salvini suscita tanta paura? Le risposte è semplici semplici: Il primo è semplicemente un portavoce di quel sistema di potere che non è riuscito a cooptare Salvini, che non sarà un genio ma è onesto e furbo quanto basta: forte del suo consenso elettorale, che i sondaggisti vorrebbero in perenne calo ma che lo mantiene ancora al sicuro, forte del consenso generale di cui gode la sua linea sull’invasione e sulla sicurezza, forte dell’implicito ma solido appoggio di cui gode negli ambienti della Chiesa, Papa compreso, per la sua ostentata difesa dei valori cristiani, forte anche della sintonia con baluardi contro la deriva gender dell’Occidente quali sono Trump e Putin, che lo sprovincializza e lo proietta sulla scena europea, riesce anche senza armi formidabili a impensierire i salotti del potere. I cui esponenti locali, e alludo al Capo dello Stato, ispirarono il vergognoso attacco di Conte, che al contrario del Capitano, si era lasciato cooptare ma al quale poi hanno chiuso la porta in faccia perché inaffidabile. Il tradimento non sempre paga.
E mentre l’Europa fortunatamente marginale e ininfluente finisce nelle mani di velleitari salvatori del pianeta banditori delle ideologie verdi, gender, sovranazionali, inclusive e soprattutto guerrafondaie, si ricompone una nuova civiltà transatlantica tesa fra Mosca e Washington, autenticamente democratica per quel che il concetto storicamente e semanticamente indica, con capi resi forti dal consenso non solo formale ma sostanziale alimentato dalla capacità di interpretare bisogni e interessi nazionali, che non eludono le difficoltà e le tensioni interne scaricandole verso l’esterno ma le affrontano e le risolvono all’interno. Il successo di questo modello è la condizione per affrontare sul serio i gravi problemi che incombono sull’umanità, a cominciare della sovrappopolazione e per spostare al servizio dell’uomo ricerca e tecnologia e riprendere il filo che ci unisce all’antichità classica e all’antico patto fra l’uomo e la natura. Non vedo alternativa che non sia il disordine, la barbarie, la perdita di senso.
Appendice
L’Europa oligarchica, di un’oligarchia a due livelli, insiste con la retorica dell’America culla della democrazia, modello e faro della propria inesistente democrazia. Una retorica che rimuove la discontinuità che – con tutte le sue pecche e le sue contraddizioni – segnò la nascita della democrazia americana. Una discontinuità perfino rabbiosa che il ponte politico militare e culturale creato dalle lobby intellettuali e finanziarie tende a ricomporre snaturandola. L’epifenomeno di questo ponte è la colonizzazione dell’Europa ma in realtà è l’europeizzazione dell’America, l’annullamento della sua diversità essenziale rappresentata dallo strappo originario nei confronti del principio dell’autorità perì fúseos.
l’America liberal, bostoniana e holliwooddiana, colta e riservata per un verso, pacchiana e sfacciata perl’altro, l’America dem, progressista, spregiudicata, amica degli ultimi purché stiano a distanza, mina dalle fondamenta le sue origini e in una società segnata da insanabili disuguaglianze crea un abisso culturale che si somma a quello economico. È l’America che tenta di imporre a se stessa il modello oligarchico europeo chiudendo nel recinto dell’ininfluenza il cittadino comune ridotto a gregge.
Trump, come da noi Salvini, non è stato cooptato, non si è fatto comprare, ha salvato il diritto del popolo a decidere da chi farsi rappresentare e interpreta quell’America un po’ urticante che cerca di sottrarsi al destino del gregge. È la Nazione, quella cosa che nella bocca della Meloni stride come il gesso sulla lavagna. Ed è la base del sovranismo, bestia nera delle élite, della nostra sinistra ma anche della destra.
Ed è anche il senso della Tradizione, che l’accomuna alla santa madre Russia, e nella sua versione ripulita dalle scorie del bigottismo e dell’intolleranza – ma attenzione a non confinare intolleranza e razzismo in quell’area perché la vera inestirpabile intolleranza e il vero inestirpabile razzismo sono proprio nel mondo liberal – è recupero e continuità di memorie, di cultura, di identità, nel Nuovo Mondo come nella vecchia Europa. Che possono anche essere più ideali che reali o che sono reali in una prospettiva trascendentale ma restano comunque una stella polare: comunità umane libere e fiere nelle quali Rousseau vedeva l’origine e il fondamento della sovranità e sulle quali tante volte era calata la cappa di piombo della superstizione, dell’odio, dell’ignoranza.
Ed ecco la faccia oscura della Tradizione, che fa comodo alle élite progressiste. Dio, Patria e Famiglia, il tanfo delle sagrestie, il culto della forza e della virilità, il nazionalismo che ricalca il tifo da stadio e, in buona sintesi, ciò che comunemente si intende come fascismo ma ha poco a che fare col pensiero e l’azione di Mussolini; una miscela indigesta di nazionalismo aggressivo, di conservatorismo ottuso, di misoneismo e di paura dell’Altro. Non è facile distinguere ma bisogna farlo se vogliamo mantenere la barra dritta.
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