Albania, il piano Meloni e la sinistra che fa i gamberi: la parabola di Bonelli e Fratoianni
Albania, il piano Meloni e la sinistra che fa i gamberi: la parabola di Bonelli e Fratoianni
Come due Scevola che si credono Ridolini, i leader di Avs combattono una battaglia persa contro il modello Albania, mentre il governo incassa l’ok dell’Europa e prepara nuove strette. E l’unico precedente vincente della sinistra in materia lo firmò un certo Minniti
C’era una volta nella Roma antico un giovane patrizio di nome Gaio Muzio. Per fallire un attentato contro il re etrusco Porsenna, si bruciò la mano destra su un braciere senza battere ciglio. Passò alla storia con il nome di Scevola, cioè “mancino”, e il suo gesto divenne simbolo di una determinazione incrollabile. Per secoli è stato l’eroe che non indietreggia mai, che persino sotto tortura tiene duro.

MUZIO SCEVOLA E RIDOLINI
Poi arriva il cinema muto e gli fa il verso. Ridolini, il celebre comico di inizio Novecento con i baffetti a manubrio e le scarpe paperine. La sua comicità era fatta di cadute, equivoci, tentativi goffi di fare l’eroe che finivano invariabilmente con una torta in faccia o una scala che gli crollava addosso. L’incrollabilità di Scevola trasformata nell’inciampo perpetuo di un pagliaccio.

BONELLI E FRATOIANNI
Se dovessimo trovare un’immagine per raccontare l’ultima, bislacca stagione della sinistra italiana, e in particolare dei suoi alfieri più arrabbiati e ideologici, non potremmo trovarne di più calzante. Perché Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, i due co-portavoce di Alleanza Verdi e Sinistra, da mesi stanno recitando la parte di Muzio Scevola, uomini di ferro pronti a bruciarsi le mani pur di fermare i centri di trattenimento per migranti in Albania. Ma nella realtà dei fatti stanno facendo il verso a Ridolini: ogni loro uscita pubblica, ogni condanna solenne, ogni tentativo di mettere in difficoltà il governo Meloni finisce per trasformarsi in una gaffe, in una smentita clamorosa, in una clamorosa marcia indietro. E alla fine, come i gamberi, sono costretti a fare un passo indietro per riconoscere che forse, in questa materia, l’unica cosa buona che abbia mai fatto la sinistra la firmò un uomo che oggi nei loro ambienti viene guardato con sospetto: l’ex ministro dell’Interno Marco Minniti.
La saga dei centri in Albania: un”altalenante storia” lunga tre anni
Partiamo dalla notizia che ha scatenato l’ultimo, ennesimo teatrino. Era attesa da settimane e finalmente, il 23 aprile 2026, l’avvocato generale della Corte di giustizia dell’Unione europea Nicholas Emiliou ha depositato il suo parere sul protocollo Italia-Albania. È un atto non vincolante, spieghiamolo ai nostri nerd della politica che magari hanno troppi abbonamenti a siti di dating e poca memoria istituzionale. L’avvocato generale è una sorta di consulente che suggerisce la strada ai giudici della Corte. E il suo parere è stato chiaro: il diritto Ue non vieta a uno Stato membro di istituire centri per il trattenimento dei migranti fuori dal proprio territorio. Il protocollo firmato il 6 novembre 2023 tra Giorgia Meloni e il premier albanese Edi Rama – che prevede la creazione di due strutture, una nel porto di Shengjin e l’altra nell’ex base aerea di Gjader – è compatibile con le norme comunitarie su rimpatrio e asilo, a condizione che vengano garantiti pienamente i diritti dei migranti.

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Non è una vittoria totale del governo, sia chiaro. I giudici dovranno ancora pronunciarsi e le condizioni poste dall’avvocato generale sono stringenti. Ma è una legittimazione fondamentale, perché arriva dopo mesi di stop e intoppi giudiziari. Il Tribunale di Roma prima e la Corte d’appello poi avevano sollevato dubbi sulla legittimità del protocollo, rifiutandosi di convalidare alcuni trattenimenti. Così, mentre il governo vantava il progetto come “fiore all’occhiello”, nella realtà dei fatti le cose procedevano a singhiozzo. I numeri, almeno finora, sono modesti rispetto alle promesse. La premier aveva annunciato il trasferimento di 36mila migranti l’anno, ma ad oggi le persone transitate dalle strutture sono poco più di 500 e i rimpatri effettivamente eseguiti sono solo 83. Ogni migrante gestito in Albania è costato circa 300mila euro di soldi pubblici, secondo i calcoli dell’opposizione. E c’è un paradosso normativo: anche quando un migrante viene espulso dall’Albania, la legge italiana non permette che venga mandato direttamente nel suo paese d’origine, ma deve prima essere riportato in Italia, per poi eventualmente essere rispedito indietro. Un giro dell’oca costoso e controintuitivo.
Tuttavia, il governo insiste e ora può contare anche su un altro elemento: il cosiddetto “decreto sicurezza”. Nelle sue pieghe, infatti, è finita una misura che prevede un premio di 615 euro agli avvocati che convincono i propri assistiti migranti ad aderire al rimpatrio volontario. Una norma che ha suscitato un vespaio di polemiche, a partire dall’opposizione fino alle stesse associazioni forensi. Il Consiglio nazionale forense ha parlato di un “incentivo economico capace di alterare il rapporto fiduciario tra legale e assistito”. Alcuni giuristi l’hanno definita una norma “che cozza contro i principi di autonomia dell’avvocato fissati dalla legge italiana e tutelati pure dalle fonti comunitarie”. Ma la mazzata più pesante è arrivata dal Quirinale. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, attraverso un colloquio di un’ora del sottosegretario Alfredo Mantovano al Colle, ha fatto capire che quella norma così com’è non sarebbe mai stata firmata. Il premier Meloni ha dovuto annunciare che verrà riscritta in un successivo decreto correttivo.
Nessun problema, per il governo la sostanza è un’altra. L’Europa ha bollinato il modello Italia e il flusso migratorio, secondo i dati del Viminale, ha subito un crollo verticale. Nei primi quattro mesi del 2026 gli sbarchi sono calati del 41% rispetto allo stesso periodo del 2025. Vero che non dipende solo dall’Albania, ma l’effetto dissuasivo dell’accordo con Tirana, secondo l’esecutivo, ha giocato un ruolo non secondario. Così, forte di questi risultati, Meloni può continuare a rivendicare il cambio di passo e a parlare di “due anni persi a causa di letture giudiziarie forzate e infondate”.
La grande illusione di Bonelli e Fratoianni: l’incrollabilità del pagliaccio
E qui torniamo ai nostri eroi comici. Per mesi, Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno fatto della condanna senza appello dei centri in Albania uno dei loro cavalli di battaglia. Li hanno definiti “lager”, “operazione propagandistica”, “totale fallimento”. Hanno attaccato il governo su ogni fronte: legale, etico, finanziario. Il loro atteggiamento era quello di Muzio Scevola che infila la mano nel fuoco pur di non cedere di un millimetro. Non un dubbio, non una concessione, non un tentativo di distinguo. Finché il parere dell’avvocato generale della Corte Ue non ha detto la sua. E improvvisamente i due leader di Avs si sono trovati con le spalle al muro.
La reazione è stata, per usare un termine caro al lessico politico, una “rosicata”. “Dico a Giorgia Meloni che sul tema dei centri per migranti ha ben poco da festeggiare”, ha dichiarato Bonelli il 23 aprile. Il parere, ha spiegato, è solo un parere, non è vincolante. La premier deve rispondere di un fatto gravissimo: “un miliardo di euro di soldi pubblici sperperati per appena 83 migranti”. Il problema, insomma, era solo di forma giuridica, di procedure, non di sostanza. Ma bastava leggere con attenzione il parere per capire che anche sulla sostanza la sinistra più radicale era destinata a fare una figuraccia. Perché le condizioni poste dall’avvocato generale non erano altro che la riproposizione dei principi fondamentali dello stato di diritto: tutela dei diritti, accesso alla giustizia, garanzie per i vulnerabili. Cioè esattamente ciò che Bonelli e Fratoianni avrebbero dovuto chiedere da sempre, e non certo l’invocazione di un divieto assoluto che il diritto europeo, in realtà, non ha mai previsto.

Nel frattempo, le due belve del centrosinistra dovevano fare i conti anche con l’oltre di Schlein, che si barcamena cercando di non scontentare nessuno. Il video della segretaria del Partito Democratico di qualche giorno prima, in cui definiva “fallimentare” l’operazione Albania e parlava di “35mila migranti promessi contro meno di 600 accolti”, è stato spazzato via dai dati del Viminale che hanno mostrato un crollo verticale degli sbarchi proprio in coincidenza con l’avvio delle procedure. La stessa Schlein, se andasse al governo, dovrebbe probabilmente fare i conti con la realtà e magari fare anche peggio della Meloni.
E qui viene il punto più doloroso e imbarazzante per Bonelli e Fratoianni. Perché se si parla di politiche migratorie serie, di efficacia e di risultati, il nome che viene in mente è quello di Marco Minniti. L’ex ministro dell’Interno del governo Gentiloni, oggi guardato con sospetto dalla sinistra radicale e dai “marpioni del buonismo tout court”, nel 2017 varò una linea durissima che di fatto dimezzò gli sbarchi. Fu Minniti, con il decreto 13 del 2017 (convertito in legge grazie anche alla fiducia del governo Gentiloni), a introdurre le sezioni specializzate dei tribunali in materia di immigrazione e a firmare accordi con i paesi nordafricani per fermare le partenze. In quell’anno gli arrivi crollarono da 23.552 a 11.459 in un solo mese e per la prima volta il ministro disse di vedere “la luce alla fine del tunnel”. Oggi molti di quelli che allora erano nelle sue stesse file lo accusano di “strizzare l’occhio alla peggior destra”, proprio mentre Bonelli e Fratoianni ne raccolgono gli stessi argomenti e le stesse politiche, senza avere il coraggio di dirlo.
I gamberi, i ripensamenti e la morale della favola
La morale di questa lunga, estenuante vicenda è semplice. La sinistra radicale, quella di Bonelli e Fratoianni, ha sbagliato strategia fin dall’inizio. Ha trasformato una questione complessa di diritto internazionale, di gestione dei flussi e di rispetto dei diritti umani in un simbolo di contrapposizione ideologica fine a sé stessa. Ha pensato che intitolare i centri in Albania un “lager” fosse sufficiente a farli chiudere, senza rendersi conto che il consenso popolare, e persino quello di una parte dell’establishment europeo, si stava spostando altrove. Si è irrigidita in una posizione di assoluta intransigenza come Scevola, senza accorgersi che fuori dal suo fazzoletto di terreno il mondo stava cambiando.
E alla fine, quando la realtà ha parlato attraverso il parere di un avvocato generale della Corte Ue, l’unica cosa che i due leader di Avs hanno saputo fare è stata una giravolta imbarazzante, un passo indietro del gambero, una palinodia malcelata. Hanno detto: “Non conta, non è vincolante”. Hanno detto: “Costa troppo”. Hanno detto: “Alla fine i numeri sono pochi”. Ma non hanno mai ammesso l’evidenza. Che forse, in materia di immigrazione, l’unica cosa buona che abbia mai fatto la sinistra l’ha fatta Minniti. E che Bonelli e Fratoianni, oggi, si trovano a inseguire un’idea di buonismo a oltranza che non solo è stata sconfitta nella realtà dei fatti, ma che li costringe a smentire sé stessi ogni volta che i dati o le sentenze danno torto alle loro profezie catastrofiste.
Così, nell’Italia che da vent’anni sembra giocare sempre in trasferta, che insegue e poi pareggia festeggiando come se avesse vinto, Bonelli e Fratoianni restano lì, con la mano bruciata ma senza la dignità di Scevola e senza la comicità involontaria di Ridolini. Solo la confusione di chi non sa più da che parte girare la testa e, come una libellula impazzita davanti alla luce di un neon, continua a sbattere contro lo stesso vetro. Sperando che, prima o poi, qualcuno glielo apra. Ma a giudicare dai fatti, quel giorno non è ancora arrivato. E forse non arriverà mai.
