Le Vele Ammainate dell’Occidente: Stellantis, il Sonno dell’Europa e il Porto delle Ombre
Le Vele Ammainate dell’Occidente: Stellantis, il Sonno dell’Europa e il Porto delle Ombre
Tra dividendi fantasmatici e una barca che rifiuta il mare, cronaca di un continente che, come George Gray, teme di spiegare le vele. Mentre dall’ombra, un appello cerca di risvegliare i sonnambuli.
Cronaca politica surreale
Dal nostro inviato nel Porto delle Ombre
C’è un porto in Europa dove le barche hanno le vele ammainate. Non è un luogo geografico, ma uno stato dell’essere, una condizione metastorica. Il suo nome è Stellantis, ed è il monumento più perfetto alla nostra decadenza: un colosso d’acciaio che naviga solo nei flussi di capitale, mentre la sua chiglia – gli stabilimenti, le comunità, il lavoro – affonda lentamente nella melma degli aiuti di Stato. È una barca scolpita sulla lapide di un continente che ha paura del mare.
Come George Gray, l’uomo-tomba di Edgar Lee Masters che osserviamo dall’eternità scolpito nella pietra con “una barca con vele ammainate, in un porto”, l’Europa di oggi fissa la propria lapide. E sulla pietra si legge la storia di un amore rifiutato: l’amore per il futuro industriale, sostituito dalla paura dell’inganno. Si legge del dolore che bussò alla porta – il dolore sociale delle ristrutturazioni, delle “dimissioni spintanee”, delle città-fabbrica svuotate – e della paura che ha tenuto la serratura chiusa. Si legge dell’ambizione chiamata “autonomia strategica”, “transizione giusta”, “sovranità tecnologica”, e del terrore sacro per gli imprevisti che ha fatto dire sempre: “Non ora, non qui, non troppo in fretta”.
Stellantis è il nostro George Gray collettivo. Un gigante che, tra una erogazione di dividendi celesti (16,4 miliardi dal 2021) e una estensione di mani pubbliche (18,68 miliardi di aiuti stimati dal 2000), confessa nel silenzio dei bilanci la stessa, lancinante fame: “Malgrado tutto avevo fame di un significato”. Qual è il significato di un’industria automobilistica europea? Non più produrre per il benessere collettivo, ma distillare profitto per gli azionisti, mentre lo Stato paga il conto della cassa integrazione, il prezzo umano del prepensionamento, il lutto delle filiere dismesse. La produzione, un tempo sacra, è diventata un simulacro. La barca è ormeggiata, immobile, ma i conti in banca navigano verso paradisi lontani.

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In questo porto surreale, dove la politica offre riverenza e denaro a chi nega il proprio stesso scopo esistenziale, l’inquietudine diventa un rumore di fondo. È il “vano desiderio” di cui parla Masters, il brusio di un’Europa che “anela al mare eppure lo teme”. Teme i venti della competizione globale, le onde dell’innovazione radicale, le correnti di una geopolitica dove gli imperi tornano a farsi la guerra. E così preferisce la tortura di un presente stagnante alla follia di un senso da costruire.
Ma in questi giorni di dicembre, mentre il Consiglio Europeo si appresta a un altro vertice che rischia di essere un dialogo tra sonnambuli, dall’ombra di questo porto si leva un coro. Un gruppo si è autoconvocato, battezzandosi *“Noi Europei”. Non è un partito, non è un’istituzione. È un sintomo, un sussulto nervoso del corpo addormentato del continente. Si presenta come un collettivo di giovani attivisti, accademici e cittadini che, in una **lettera aperta diventata appello*, tenta di scuotere l’aria stagnante.
Il loro messaggio è un controcanto alla narrazione della decadenza inevitabile. Essi *credono che il futuro dell’Europa debba essere “costruito”*, non subìto, e vedono nel progetto europeo – pur incompiuto, contraddittorio, deludente – l’unica diga contro il ritorno degli imperialismi e delle pulsioni autoritarie. Per loro, l’Europa non è lo status quo delle vele ammainate, ma la promessa di una barca che deve finalmente osare. Chiedono un’Europa che agisca, con una voce sola, un vero bilancio federale, una difesa comune, superando il veto paralizzante degli egoismi nazionali. Il loro evento, in questi giorni cruciali, è esso stesso un atto politico surreale: un’assemblea dal basso che cerca di dettare l’agenda ai palazzi, un tentativo di riaccendere la passione per un’idea – l’unità federale – che molti davano per sepolta sotto la lapide degli interessi particolari.
“Noi Europei” è il sogno che George Gray non ha avuto il coraggio di sognare. È la personificazione dell’“ambizione” che ora bussa non alla porta di un singolo, ma a quella di un intero continente. Li si potrebbe deridere come idealisti, e in parte lo sono. Ma nel nostro porto di barche fantasma, l’idealismo è l’unica cosa reale. Mentre Stellantis incassa e delocalizza, loro non incassano nulla e cercano di localizzare un’anima per l’Europa.
Alla fine, la poesia di Masters ci consegna una verità amara e definitiva: “Dare un senso alla vita può condurre a follia / ma una vita senza senso è la tortura / dell’inquietudine e del vano desiderio”. L’Europa oggi conosce bene quella tortura. La conosce ogni volta che un altro stabilimento chiude, ogni volta che un vertice si conclude con un compromesso al ribasso, ogni volta che il futuro viene rinviato.
Il caso Stellantis non è solo una questione di aiuti di Stato. È la metafora perfetta di un’epoca. Siamo tutti passeggeri su quella barca con le vele ammainate, che osserva il mare aperto con un misto di desiderio e terrore. L’appello di “Noi Europei” è il vento che prova a sollevare una piega della vela. Forse è troppo debole. Forse arriva troppo tardi. O forse, in questa cronaca surreale, è l’unico elemento di romanticismo rimasto: la disperata, folle, necessaria speranza che, prima che la lapide sia definitivamente fissata, qualcuno abbia la forza di sciogliere gli ormeggi e di “prendere i venti del destino, dovunque spingano la barca”. Il destino dell’Europa, oggi, è in bilico tra il porto delle ombre e la follia necessaria del mare.
