Toghe, politica e commedie morali. Una parabola italiana fra Antigone, Hobbes e Pierino la Peste
Nel dramma eterno tra legalità e legittimità, la politica italiana recita il suo ruolo con maschere tragiche e grottesche. Il Leviatano osserva, Antigone piange, mentre Pierino ride sotto i baffi.
Toghe, politica e commedie morali. Una parabola italiana fra Antigone, Hobbes e Pierino la Peste
Dai processi a Sala e Ricci al gioco del trasformismo di Conte, il centrosinistra affronta un conflitto giudiziario che non è più incidente ma struttura. Il tutto mentre Schlein attende la Parusia democratica, invocando un’armonia che non arriva.

Sala, Ricci e Conte
1. La tragedia di Antigone nel campo largo
Il dramma che si consuma oggi tra le toghe e i partiti del centrosinistra ricorda la Antigone di Sofocle. Non tanto per la nobiltà tragica dei protagonisti, ma per il conflitto insanabile tra nomos e thémis, tra legge scritta e senso del giusto.
Come Antigone seppelliva il fratello in nome di una legge non scritta, così Schlein sembra voler mantenere in vita un’alleanza etica con il M5S, che però la condanna per il crimine dell’ambiguità. Il PD si trova sospeso tra il dovere istituzionale e il richiamo morale, e così facendo rischia di venir schiacciato. E come nella tragedia greca, l’esito è la paralisi.
Le accuse a Sala e Ricci non rappresentano solo scandali: sono simboli della colpa tragica, hamartía collettiva di un partito che non ha saputo mai sciogliere il nodo tra giustizia e potere.

Antigone e Leviatano
2. Il Leviatano con la toga
Thomas Hobbes nel Leviatano ci ha insegnato che senza un potere forte e centrale, il mondo precipita nella guerra di tutti contro tutti. Eppure oggi, è proprio lo Stato — nella sua declinazione giudiziaria — a diventare soggetto concorrente al potere politico.
Conte lo ha capito perfettamente. Si è posizionato non come l’anello debole della coalizione, ma come l’Unico in grado di cavalcare il “mostro” e di non esserne divorato. Invece di temere il Leviatano, ne fa parte: lo blandisce, ne parla la lingua, ne adotta la postura.
La sinistra tradizionale — quella riformista — vorrebbe un Hobbes con giustizia garantista, ma si ritrova nel cortocircuito di un potere diffuso che risponde a logiche da perpetua campagna elettorale. Il risultato è un Leviatano schizofrenico: processa e protegge, a seconda del partito e del momento.
3. Pizza, spaghetti, mandolino… e garantismo a giorni alterni

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Nel cortile italiano, dove si cuociono pummarole e si suona il mandolino della retorica, anche la giustizia si fa folclore. Ciò che dovrebbe essere indipendenza diventa parodia, ciò che dovrebbe unire diventa sceneggiata.
La stampa serve il piatto caldo dell’avviso di garanzia come antipasto del TG, e il cittadino medio ha imparato a distinguere i condimenti: se è un avversario politico, è colpevole subito; se è del proprio schieramento, “è solo un attacco della magistratura politicizzata”.
Il centrodestra lo ha capito bene: garantismo sì, ma solo quando serve. Il centrosinistra lo capisce male: giustizialismo sì, ma solo quando conviene. E mentre i due schieramenti si lanciano i piatti della propaganda, la cucina democratica affonda nel fumo.
4. La Parusia di Schlein
Elly Schlein non aspetta un congresso, né una vittoria elettorale. Aspetta una Parusia: un ritorno escatologico della vera sinistra, pura, giovane, ambientalista e moralmente inattaccabile.
Ma il Regno non arriva. Anzi, si dissolve a ogni compromesso. Il caso Sala ne è il simbolo: la leader avrebbe potuto gridare “dimettiti”, ma ha scelto il silenzio prudente. E così, come una mistica disillusa, resta in attesa della “normalità”, mentre intorno regna l’eccezione.
La sua figura ricorda la profetessa che parla ai venti, mentre dietro di lei i notabili locali — i cacicchi — giocano la solita partita a Risiko, fatta di tessere, incarichi, silenzi e fedeltà.

Conte e Schlein
5. Pierino la Peste e il gioco di CamaleConte
Ma il vero protagonista è lui: Pierino la Peste. Giuseppe Conte, con la faccia d’angelo e la fionda in tasca, rompe i vetri della coalizione e poi fa il vago: “non sono stato io”. Camaleontico, esilarante e letale, ogni suo colpo è calcolato. Parla ai magistrati come un discepolo, agli elettori come un giustiziere, agli alleati come un fidanzato infedele ma necessario.
Pierino-Conte non vuole governare l’Italia: vuole governare l’instabilità. E se nel caos ci sguazza, è perché ogni schiaffo preso dal PD è un punto in più per lui. Non costruisce, ma lucra sul cantiere interrotto della sinistra.
Il Paese del “gioco pericoloso”
In questo teatro, in cui si alternano tragedia e commedia, il conflitto tra toghe e politica non è una crisi: è sistema. A tutti conviene. La sinistra per delegittimare l’avversario, la destra per seminare sfiducia, i populisti per accrescere il proprio carisma, i magistrati per rafforzare la propria centralità.
Ma ogni sistema basato sul sospetto è un Leviatano che divora sé stesso. E ogni gioco in cui Pierino la fa franca è un colpo inferto alla credibilità delle regole. La Parusia non arriverà, se non si torna a distinguere la giustizia dal giustizialismo, la politica dalla scena, e la serietà dalla furbizia.
Nel frattempo, tra una pizza e una procura, l’Italia aspetta. E intanto ride — amaramente — come Pierino dietro la lavagna.
