Se il mondo perde ogni attrattiva

Un paio di settimane fa Riccardo Muti nel corso di un’intervista rilasciata a Cazzullo per il Corriere della Sera confessò di essere stanco della vita. Non perché ammalato o perché, vicino alla soglia degli ottanta anni, si sentisse stanco e inutile o gli fosse venuto meno l’amore per la musica ma per il senso di estraneità rispetto al mondo in cui si trova a vivere. Lo stesso senso di estraneità avvertito da Vittorio Feltri, che si augura solo di andarsene senza rimpianti prima di Muti per non dover sopravvivere in un mondo reso ancora più desolato dalla scomparsa del maestro. Si dirà: nihil sub sole novum: le persone di successo, pienamente realizzate, incapaci di darsi nuovi traguardi, sono esposte al rischio di perdere la voglia di vivere, tanto più se si imbattono nelle forme depressive che colpiscono l’anziano.  

L’anziano rancoroso, interprete esasperato del ricorrente in ogni generazione o tempora o mores.  Eppure, nonostante sia consapevole di essere a mia volta esposto a questa obiezione, mi sento di affermare che Muti e Feltri riflettono una realtà oggettiva e non sono vittime dell’ottica deformante della senilità. L’involuzione in atto nella nostra cultura e nel nostro stile di vita è un fatto incontrovertibile del quale si può rintracciare la causa: le disparità sociali restano, anzi, tendono ad aumentare ma ad esse non corrispondono livelli superiori di istruzione o significative differenze di accesso a beni voluttuari: oltre un certo limite la ricchezza alimenta solo la volgarità. Nell’alimentazione, nei divertimenti, nei viaggi la commessa di un grande magazzino non si distingue dalla moglie di un imprenditore di successo e nessuno si stupirebbe se la prima fosse in grado di reggere una conversazione non banale meglio della seconda. Ma probabilmente l’una e l’altra non si sollevano oltre la banalità, così come il registro linguistico nell’una e nell’altra riflette la medesima povertà. Nel corso del ventesimo secolo è avvenuta una rivoluzione tanto spontanea quanto autentica che ha abbattuto i muri delle periferie, ha portato nelle gallerie, nelle vie dello struscio, nei locali alla moda i figli dell’operaio e quelli del professionista, che frequentano le stesse scuole, si incontrano nelle stesse chat, praticano gli stessi sport.  

È una grande conquista umana e sociale ma con un risvolto negativo: l’omogeneizzazione ha dato la parola a chi ne era privo ma è una parola impoverita, ha avvicinato chi era emarginato ma l’incontro è avvenuto a mezza strada, su un terreno cialtrone, facile, disimpegnato.  L’ultrasemplificazione del linguaggio, l’abbandono della lettura dei classici, il rischio concreto che si spezzi il filo della continuità si accompagnano ad una istruzione scolastica inefficace, soprattutto nelle discipline cosiddette umanistiche. Una inefficacia di cui sarebbe ingiusto attribuire la responsabilità alla scuola come istituzione, alla massificazione o agli insegnanti: se ciò che viene insegnato è qualcosa che non serve o di cui non si avverte il bisogno non c’è apprendimento, perché l’apprendimento non è recezione di contenuti ma cambiamento, modifica del comportamento esteriore, degli schemi mentali e dell’organizzazione cerebrale; e la disponibilità al cambiamento è funzione dei bisogni personali e dell’ambiente sociale.

Il figlio di un mio amico sentendo parlare di un concerto chiede incuriosito di quale cantante si tratta e quando gli si dice che è la tournée di un’orchestra di Salisburgo commenta: ah, è quella musica che fa piangere. E non intendeva un pianto di commozione. Ma non è solo la musica classica che fa le spese di questa omogeneizzazione al ribasso di classi sociali. Quello che si è perduto è il gusto estetico: se un tempo la sporcizia e il degrado dei quartieri popolari contrastavano con il decoro, se non il lusso e la raffinatezza dei centri storici ora in tutte le città domina il continuum della trascuratezza o addirittura, come a Roma, dell’immondezzaio mentre i nuovi centri residenziali non sono meno alienanti dei nuovi caseggiati popolari, con i quali condividono il medesimo squallore architettonico e il deserto dei rapporti umani. Si è perso il senso del bello.

So bene che lo dicevano, ingiustamente, tanti che nel primo Novecento guardavano con diffidenza all’avvento dell’arte astratta, della poesia “ermetica” o della musica dodecafonica. Non capivano che l’arte astratta è un punto di arrivo, non di partenza ed erano incapaci di vederla come frutto di un travaglio interiore di rottura e di superamento. Quando però questo travaglio c’è e non mi pare il caso di questo “grido rosso” piazzato dai compagni o dai grillini nel cuore della città labronica sopra un basamento arrugginito al centro di un’aiuola ridotta ad un contenitore di rifiuti. Uno spettacolo indecente ma istruttivo, la cifra dei nostri tempi.

  Pierfranco Lisorini  docente di filosofia in pensione  

 

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