Reati d’opinione e guerra alle parole

Sorprende che ci si sorprenda se nell’Egitto di Al Sisi, che è per costituzione  una repubblica islamica, se un esponente della minoranza cristiano copta si azzarda  a rendere pubbliche le sue rimostranze per le discriminazioni di cui  sono vittime  i non musulmani, non solo legittimate ma imposte dal Libro, viene accusato di sedizione e imprigionato. È già tanto che non taglino la gola a chi porta al collo  una catenina col crocefisso al collo.

Se l’occidente e in particolare i compagni dall’anima bella avessero avuto veramente a cuore uguaglianza di diritti e libertà religiosa avrebbero dovuto erigere un monumento a Saddam Hussein invece di plaudire a chi l’ha ammazzato come un cane e schiferebbero il petrolio dei paesi del golfo, in primis l’Arabia saudita. Del resto, nel suo piccolo, Butac, uno dei tanti siti che vanno a caccia delle fake news messe in rete dalle destre sovraniste, se la prende con la Verità che non esita a informare i suoi lettori sulle vittime del vaccino e documenti alla mano promette  di mostrarne la falsità  dei dati esibiti dal cronista. Documenti che ahimè ad una attenta lettura confermano appieno le rivelazioni del quotidiano di Belpietro. Ma non importa: il cacciatore di fake news conclude la sua intemerata con un raccapricciante appello alla magistratura perché sia più vigile e solerte nel reprimere la diffusione di notizie capaci di turbare la pubblica opinione. Lo stesso reato contestato a Zaki.

Non c’è da stupirsi. Negli anni settanta non solo nei cortei dell’ultra sinistra contigua con le brigate rosse   ma anche nelle feste dell’Unità, dove era normale celebrare il compagno Ulbricht e le conquiste della DDR, risuonava il ritornello: “i fascisti non devono parlare”; e per molti il modo migliore per non farli parlare era quello di toglierli di mezzo, tanto i muri di tutte le nostre città sentenziavano che “uccidere un fascista non è reato”. Ora tocca a chi avanza qualche dubbio sull’efficacia del vaccino o sull’utilità della carta verde. Ma c’è da scommettere che se un governo di destra, magari guidato da Salvini, avesse anche solo cautamente introdotto qualcosa di simile al green pass i compagni avrebbero scatenato il finimondo.  Perché tutte le battaglie ideologiche – e il vaccino è diventato stupidamente una questione ideologica – sono solo pretesti per imporre un potere  senza né idee né ideali qual è il potere della sinistra, e non solo quella italiana. Sono foglie di fico di un conservatorismo miope e ottuso teso unicamente al mantenimento di privilegi consolidati e di radicati interessi di ceti parassitari.

E dinanzi allo scenario cupo che mi si para davanti il motivo più solido e più convincente per puntare su Salvini – non sull’accozzaglia di Fd’I – sono gli attacchi scomposti di cui è continuamente oggetto e il quotidiano tentativo di scalzarlo dalla posizione che occupa  nel suo partito e all’interno del centrodestra, vellicando smodatamente le ambizioni di Giorgetti o della Meloni e spingendosi fino a sobillare lo stesso fedelissimo mite Fedriga. Se fa tanta paura qualche ragione ci sarà. Si è arrivati al punto di soffiare sul fuoco delle nostalgie bossiane di una Lega nordista per cercare di bloccare la sua trasformazione in un grande partito nazionale, sottacendo i limiti politici e culturali – o addirittura razzisti – del partito della padania. E, a proposito di razzismo e di censura, mi preme rimarcare il paradosso dell’antirazzismo in assenza di razzismo, che fa il paio con l’antifascismo senza il fascismo. Il razzismo, lo ricordo, è stato fra il diciannovesimo e il ventesimo secolo la bandiera del colonialismo anglo francese e non per niente i suoi teorici sono il cugino di Darwin, Francis Galton, e il francese Gobineau (i modesti e inascoltati epigoni italiani non meritano di essere ricordati). Oggi il razzismo non esiste più, almeno in Occidente; rimane l’odio fra etnie nel subcontinente indiano e soprattutto in Africa, ma è cosa che ci riguarda solo indirettamente e comunque non è quello il bersaglio degli antirazzisti. Antirazzisti come quelli del G20 interfaith, il forum interreligioso mondiale,  che pochi giorni fa a Bologna ha rivolto un appello alla politica perché dalle costituzioni sparisca ogni riferimento alla razza. Si è così rinverdita la proposta oscena di eliminare tout court la parola razza dal vocabolario, prova provata che da noi non ci sarà razzismo ma di intolleranza e voglia di scatenare battaglie ideologiche ce n’è tanta, perché tutto fa brodo per distogliere l’attenzione dai problemi reali e dai burattinai che pretendono di manovrare i fili del nostro destino.

Pierfranco Lisorini

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