Prove tecniche di dittatura

“Noi siamo seri e responsabili”, pontifica il frutto fuori stagione dell’unione mostruosa fra De Gasperi e Togliatti; “ l’obbligo vaccinale è l’unica strada percorribile e chi esprime dubbi sul vaccino è una minaccia per l’umanità”. Tutto questo mentre i tanti che vorrebbero vaccinarsi si prendono la briga di prenotarsi e sono disposti ad aspettare pazientemente il proprio turno perché le strutture sanitarie, anche ammettendo la disponibilità immediata delle dosi necessarie, non sono in grado di vaccinare tutti in tempi ragionevoli assicurando quella che viene chiamata immunità di gregge.  Che, ammesso che abbia veramente un senso, si ottiene indipendentemente dai riluttanti e senza alcuna necessità di andare a stanarli. Allora c’è da chiedersi il perché di tanto accanimento e del bisogno di farne una questione ideologica, col risultato prevedibile di irrigidire e ampliare una sacca di resistenza.

Il capo del governo che nessuno ha mai votato (ma la nostra è la costituzione più bella del mondo) se n’è uscito affermando che chi non si vaccina è un portatore di morte – lo vada a dire a chi è morto a causa del vaccino – e perfino i più tiepidi obiettori, come il filosofo una volta tanto caro ai compagni da salotto, sono accusati di terrorismo ed equiparati alle brigate rosse da tutta la nostra squinternata sinistra, alla quale si sono iscritti i berluscones in cambio dela patente di statista per l’anziano e non più tanto lucido capo. La risposta non è difficile. Al regime non importa nulla della salute degli italiani, dell’impatto del virus sull’economia o dell’efficacia dei vaccini: al regime della formula “obbligo vaccinale” preme solo la prima parte: obbligo. Il regime, con l’avallo se non la regia del custode della costituzione, ha normalizzato una situazione di palese incostituzionalità sostanziale, con un parlamento che non rispecchia neppure lontanamente l’elettorato,  un partito di maggioranza relativa che di fatto non esiste più e col governo nelle mani di un notabile di Bruxelles oggetto  di una disgustosa adorante piaggeria.

E fa specie il compiaciuto silenzio degli antifascisti in servizio permanente di fronte al tentativo di imporre dall’alto il culto della personalità di uno che già di suo non soffre certo di complessi di inferiorità ma ora, gonfiato com’è, rischia di sentirsi Napoleone o Giulio Cesare; per lo meno nel tanto deprecato ventennio il culto del Duce, checché ne dica qualche sprovveduto cialtrone messo dal partito dietro una cattedra universitaria, si era sviluppato dal basso ed era frutto del carisma, e dell’istrionismo, del capo del fascismo. Ora, senza accorgercene,  grazie ad un’accurata operazione di marketing stiamo scivolando verso il potere personale avallato dalle competenze e dalle entrature internazionali. Ma Il potere non è legittimato dalla competenza (o quella che si fa passare per competenza). Tanto meno  può fondarsi sul prestigio internazionale; ed è preoccupante l’atteggiamento della carta stampata e soprattutto delle televisioni – con particolare zelo quelle private con in testa Mediaset – che martellano sulla bravura di Draghi, sul credito di cui sarebbe oggetto, perfino sulla sua dimestichezza con l’inglese e ne impongono quotidianamente l’immagine composta, determinata, impegnata, penna in mano e attenta a consultare carte (il regista è evidentemente lo stesso di Conte). Non ci resta che maledire la psicologia applicata alla politica e la convinzione diffusa che il popolo sia un eterno bambino non troppo sveglio e facile da manipolare.

Per fortuna non è proprio così: le persone reali sono molto più critiche e molto più capaci di intendere di quanto pensano politici e servi del regime e aspettano di dimostrarlo civilmente al momento del voto. Che però già ora si pensa di manipolare, neutralizzare, rendere inoffensivo imponendo verità apodittiche da generalizzare al momento opportuno. E, per preparare il terreno, si crea la finta minaccia di un terrorismo no-vax, si saggia la tenuta di un Verbo che è delitto contestare, si persegue l’assuefazione alla censura e alla repressione in nome del bene comune. Chi diffida del vaccino diffida della scienza, si dice. In realtà l’uomo di scienza è il primo a sapere che i vaccini in generale sono un rimedio necessario e provvidenziale – basti pensare al tetano o alla poliomielite –  frutto di lunga e controllata sperimentazione ma non sono vitamine e in questo caso specifico sono solo il male minore, gravido di possibili conseguenze immediate o di lungo termine, rispetto ai rischi accertati del contagio.

Se, infatti, è vero e provato che la gran parte dei vaccinati non manifesta alcun inconveniente è anche vero che un numero statisticamente significativo di persone in seguito al vaccino accusa debolezza, problemi respiratori, febbre alta per diversi giorni ed è una fortuna che le morti imputabili al vaccino siano un evento eccezionale. Ma nessuno sottolinea la circostanza che molti si sono contagiati senza essersene neppure resi conto,  che la maggioranza dei positivi se l’è cavata meglio che con la comune influenza e i casi di allettamento o ricovero ospedaliero sono una sparuta minoranza rispetto alla massa degli infettati. Detto questo nessuno sa con certezza quali danni anche a lungo termine può causare il virus ma non lo si sa neppure per il vaccino, anzi, i vaccini, che tecnicamente sono ancora in fase di sperimentazione. Una sperimentazione, e questa è la vera novità, condotta non su un campione ma sulla totalità della popolazione. Insomma, ognuno di noi è una cavia posta dinanzi ad una sgradevole alternativa: rischiare col vaccino o rischiare con la malattia e per considerazioni di carattere allotrio – sociali, culturali, economiche, soggezione di fronte autorità – la grande maggioranza ha scelto convintamente il vaccino scontrandosi contro l’inefficienza delle istituzioni che hanno colpevolmente tardato a renderlo disponibile. Chi scrive ne sa qualcosa. Le stesse istituzioni che, immemori delle file chilometriche e degli assurdi privilegi che hanno favorito giornalisti o magistrati a danno dei novantenni, immemori anche dell’irresponsabile carenza di cure appropriate che ha condannato a morte migliaia di contagiati che potevano essere salvati, se la prendono ora coi quattro gatti che ai pericoli del vaccino preferiscono quelli della malattia, anche per la consapevolezza che il vaccino non rende immuni dalla malattia.

E mentre ancora il ministro e l’organizzazione sanitaria non sono  in grado garantire il vaccino a chi lo vorrebbe e mentre i numeri per l’ immunità di gregge sono ancora lontani, si enfatizzano chat, chiacchiere da bar, uscite di grillini della prima ora (se lo ricordano  Conte o di Maio che i Cinquestelle erano tutti orgogliosamente no-vax, oltre che no-tav, no-gas e no-tutto?) e si manomettono le sensate dichiarazioni di quanti, come il non più amato Cacciari, invocano un po’ di prudenza e di misura. Perché? Lo ripeto: per convincere che l’opposizione è pericolosa, è nociva, deve essere stroncata. Per convincere che le opinioni sovversive mettono a repentaglio l’ordine, il quieto vivere, la sicurezza, la vita dell’uomo qualunque. Per far diventare normale la repressione, il controllo, la censura, le perquisizioni; per far passare l’idea che la libertà si realizza cantando nel coro e che fuori del coro ci sono i cattivi, gli alieni, gli psicopatici, i terroristi. “Noi siamo seri e responsabili”, sostiene il frutto rancido del connubio cattocomunista.  Ma nella sua testa c’è dell’altro, che va oltre il virus e l’emergenza sanitaria. “Noi siamo seri e responsabili. Non accetteremo mai che il Paese finisca in mano alle destre reazionarie, alle nostalgie della Meloni e al populismo di Salvini”.  Non lo accetteranno, quale che sia il verdetto elettorale; perché il popolo, dicono nelle segrete stanze, è un bambino che va guidato: lo facciamo giocare, che diamine, ma quando rischia di farsi male bisogna fermarlo.

PIERFRANCO LISORINI docente di filosofia in pensione

 Il nuovo libro di Pierfranco Lisorini  FRA SCEPSI E MATHESIS 

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