PRO-SOVRANISMO

Dalle recenti elezioni emerge un ridimensionamento della Lega e, sia pure in minor misura, di FdI, rispetto ai sondaggi su scala nazionale, con la conferma peraltro che sono i grandi centri i principali elettori della sinistra, mentre periferie e città minori scelgono la destra: a sinistra si cerca la continuità dello status quo, a destra la speranza di un reale cambiamento. Sulla base di ciò, i giornali di regime hanno fatto a gara a gettare ulteriore benzina sul fuoco del sovranismo, dandolo per perdente  e identificando con questo termine i due suddetti partiti. Inciso: 12 nazioni europee hanno chiesto all’UE di poter erigere muri a difesa dei propri confini. A sorpresa la risposta è stata positiva: anche a Bruxelles si comincia a ragionare, mentre in Italia le frontiere sono aperte a chiunque, senza chiedere permesso [VEDI].
Sovranismo tuttavia non è soltanto difesa dei patri confini, che giustamente Salvini e Meloni non perdono occasione di rivendicare, da fuori e dentro il governo, senza peraltro nessun passo avanti. Sovranismo è anche proprietà pubblica della moneta, nazionale od europea che sia, non uno strumento regolatore dell’economia lasciato nelle mani di una costellazione di banche private, raggruppate sono l’insegna BCE. E su questo versante Lega e FdI, dalle iniziali barricate hanno del tutto abbassate le ali: dal sacro fuoco al pragmatismo. In pratica, provati dagli incessanti strali di cui sono oggetto su altri versanti, hanno temuto di non reggere anche gli strali monetari. Ne consegue che non sono più classificabili come sovranisti a pieno titolo. Sono sovranisti monetari in pectore, ma niente più.

Se sul fronte dell’immigrazione clandestina la sinistra di fatto agevola i trafficanti, perseguendo una politica di insensata apertura dei confini, su quello monetario i veri sovranisti si pongono decisamente a sinistra, mentre la sinistra tradizionale è da decenni alleata della finanza parassitaria

Ora, è paradossale che a difendere la moneta privata sia la galassia di sinistra, che per tradizione dovrebbe difendere l’interesse pubblico. Ma ormai l’abbiamo capito già dagli anni post-Berlinguer, che la sinistra ha fatto una piroetta verso destra, pur mantenendo una scialba bandiera rossa, lasciando scoperti alla nuova destra campi sino allora di sua pertinenza.  
Già, nuova destra. Mentre FdI è rimasta più coerente con le sue idee fondanti, lo stesso non si può dire della Lega, con l’astro crescente di Giorgetti, che vi svolge una funzione analoga a quella del primo Renzi nel PD. Giorgetti ha sempre tessuto, nell’ombra, la funzione, non so fino a che punto tollerata dal “capitano”, di pontiere con i poteri forti, frequentando Draghi quando ancora era presidente BCE in visite semi-clandestine nella sua casa di campagna. Giorgetti ha incensato Draghi in più circostanze, dopo la scadenza del suo mandato a Francoforte, ritrovandosi oggi in un governo inclusivo della Lega, da lui fortemente avallato. Sul fronte immigrati clandestini, però, nonostante sbarchi pluri-giornalieri, non si è mai speso, al pari del suo amico Draghi. Insomma, la Lega secondo Giorgetti è uno sbiadito ricordo della Lega, non dico bossiana, ma nemmeno salviniana, con Giorgetti che in questo governo si muove a suo agio, e Salvini a fare opposizione esterna. Segretario e suo vice: una strana coppia.

Il Salvini delle barricate e della ruspa. Questa maglietta ormai osa indossarla solo rovesciata. Non è questione di euro o di lira, ma di proprietà della moneta: pubblica o privata

Se ampliamo il quadro allo scenario internazionale, non possiamo che constatare come gli Stati siano diventati una burocratica macchina mangiasoldi al servizio del capitale privato, non tentando neppure di arginare il suo strapotere, che travalica, anche per dimensioni, tutti gli Stati. Che questa sia la scelta ottimale non mancano di ripetercelo tutti i media, deprecando la lentezza e la burocrazia degli Stati, senza comprendere, o non volendo che chi legge o guarda la TV comprenda, che questo stato comatoso è funzionale alla finanza privata, che si pavoneggia come il simbolo dell’efficienza. 
In questo spirito hanno potuto crescere elefanti come i giganti del web, le cui decisioni sopravanzano ormai quelle un tempo riservate allo Stato, primo tra tutti il diritto di censura. Gli Stati sono ormai stritolati come vasi di cocci tra questi giganteschi vasi d’acciaio, con i bilanci pubblici in eterna situazione debitoria vs i profitti stellari di multinazionali, grandi banche e big tech, per giunta tassate in misura risibile e usufruenti di compiacenti paradisi fiscali dove convogliare gli utili tax free. Tutto questo con la benedizione delle sinistre, passate decisamente dalla parte, non tanto degli industriali, ossia di una delle parti produttive della nazione, quanto dei parassiti della finanza. Che cosa producono di utile mostruosi conglomerati “d’affari” come le grandi banche della City e di Wall Street, che godono dell’appellativo di investitori “istituzionali”?

Una delle banche padrone del mondo…

…e la loro facciata pseudo-pubblica: la Federal Reserve (Fed), speculare alla BCE

L’ultimo, eclatante episodio riguarda uno Stato, non proprio fra gli ultimi, che affoga nei debiti (verso chi, se non loro?) e che, se entro il 18 corrente mese non alzerà i limiti di spesa, sempre a debito, andrà in default. Si tratta nientemeno che della nazione più potente del mondo: gli USA. Verrebbe da dire che la sua potenza è totalmente vassalla dei suoi padroni privati. Sempre quelli: le banche azioniste della Fed, come in Europa lo sono della BCE.
Il modo per uscire da questo debito a strozzo è esattamente lo stesso che gli Stati avrebbero da lungo tempo dovuto adottare: smetterla di chinare il capo ai banchieri e diventare banchieri di se stessi. Dopo l’esperienza di JF Kennedy, invece, sono tutti tremebondi col cappello in mano, accettando di essere soltanto la facciata pubblica degli interessi privati.
Negli USA, di fronte all’ennesima stretta della banca centrale (Fed), il governo sta tentando di riprovarci, battendo una strada tanto inedita quanto esotica: coniare una moneta di platino del valore di facciata di un trilione di dollari! In pratica, una moneta simbolica, come del resto lo è tutta la moneta cartacea e, ancor più, elettronica.

Una banconota “di Kennedy”, sopravvissuta alla furia iconoclastica del suo vice Lyndon Johnson, subentratogli dopo il suo assassinio nel 1963. Oggi il governo USA sta timidamente studiando come ripetere il gran gesto, coniando una simbolica moneta pubblica in platino da $ 1 trilione (!) per non finire in bancarotta. Ma la Fed non lo consentirà

Questa proposta del governo incontra naturalmente l’opposizione della Fed, poiché segnerebbe l’inizio della fine della sudditanza del governo ai banchieri, che inizia quando uno Stato smette di pagare interessi per ottenere il denaro che gli serve per funzionare al servizio dei suoi cittadini; i quali, quando pagano le tasse, lo fanno per pagare, in gran parte, proprio quegli interessi.
Non ripeto qui quando già scritto a iosa in tanti miei articoli passati, voglio solo sottolineare il punto focale della secolare lotta tra Stati e banchieri: gli interessi sui prestiti sono la chiave di volta della strategia di questi ultimi per rendere i primi loro schiavi perenni, giacché, a livello aggregato, gli interessi sono soldi esterni alla moneta circolante, che devono essere continuamente richiesti, ad ogni scadenza dei titoli pubblici, entrando nella spirale del  debito infinito, ai fabbricanti di soldi: sono gli interessi il loro guinzaglio.

Gli interessi sul debito sono il guinzaglio per rendere ogni debito infinito. Se a livello di singolo questa oggettiva situazione non è avvertita dal debitore, a livello di popolo (aggregato) è facilmente dimostrabile: i soldi degli interessi futuri non esistono e vanno creati alla scadenza del prestito, generando altro debito, senza fine

Concludo con una bella notizia per i sovranisti: a differenza della solita gregaria Italia, dopo la Germania, anche la Polonia, attraverso una sentenza della sua Corte Costituzionale [VEDI], ha sancito la prevalenza delle leggi polacche su quelle comunitarie. Voglio sottolineare che plaudo al principio, non alla sostanza del caso che ha prodotto la sentenza. Una sentenza che ribadisce quanto meno vassalli si dimostrino i regimi che più si discostano dalla democrazia, come innegabilmente è classificabile la Polonia, che pur condanno per la sua posizione nei riguardi del Trattato di Parigi sul clima. Democrazia è troppo spesso sinonimo di arrendevolezza nei riguardi dei poteri forti trans-nazionali, che infatti ne approfittano e abusano ad ogni occasione. E se qualche partito si picca di tenere la barra dritta e non cedere ai ricatti, viene subito bollato di fascismo. Le traversie di questi giorni di FdI ne sono l’ennesima conferma.

La Corte Costituzionale polacca, sulle orme di quella tedesca, ha osato affermare la priorità dell’ordinamento legislativo nazionale rispetto a quello comunitario. Ma la Polonia non è la Germania uber alles. Però non si genuflette a Bruxelles, come invece fa l’Italia a trazione PD

Marco Giacinto Pellifroni                                        10 ottobre 2021

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