La colata

…Ma il cemento è sempre più grigio

Nella sala Rossa del Comune di Savona la presentazione del volume “la colata”, a opera della solita benemerita libreria Ubik e di Italia Nostra

…Ma il cemento è sempre più grigio

Nella sala Rossa del Comune di Savona la presentazione del volume “la colata”, a opera della solita benemerita libreria Ubik e di Italia Nostra

La sera di questo mercoledì 14 luglio, nel caldo bollente e in un gran sventolio di ventagli da parte di signore e signori, c’è stata nella sala Rossa del Comune di Savona la presentazione del volume “la colata”, a opera della solita benemerita libreria Ubik, fra le poche entità aliene che cerchino di risvegliare le sopite coscienze cittadine.

Com’è noto, si tratta di un seguito ideale de “il partito del cemento”, scritto dai sempre ottimissimi (il superlativo di superlativo sarà sbagliato, ma è d’obbligo) Marco Preve e Ferruccio Sansa.

Solo che questa volta hanno allargato lo sguardo al resto del Paese, rispetto al nostro tristo laboratorio sperimentale di nefandezze, quale è ormai la Liguria, e così si sono dovuti far aiutare da colleghi di varie testate e provenienze: Andrea Garibaldi, Giuseppe Salvaggiulo, Antonio Massari.

Erano presenti Nicola Stella del Secolo XIX e Roberto Cuneo, di Italia Nostra, a fare gli onori di casa.

Fin dall’inizio dei sempre interessanti, per quanto deprimenti, discorsi sull’evoluzione della speculazione edilizia ancor più fine a se stessa, sulle ramificazioni, gli interessi, i vari attori presenti, politici imprenditori, sindacati, banchieri, fra cui un ruolo di spicco è senz’altro quello della Curia, molte domande inespresse mi frullavano nella mente…

Una, la più immediata, è stata subito ripresa dagli stessi autori: cosa è cambiato dopo il partito del cemento? Quali reazioni?

L’impressione che avevo avuto io è stata purtroppo confermata: nessuna querela, nessuno scalpore, ma anche nessuna smentita. A testimonianza che quelli esposti erano fatti, non illazioni. Eppure, niente si è interrotto, nulla è cambiato, nessuno scandalo è scoppiato, anzi, si prosegue, alla via così, altri PUC, altre varianti, altre cementificazioni, altri cambi di destinazione d’uso. Eccetera. Sempre con i soliti nomi. Ancora e ancora, in una ingordigia spasmodica senza requie, in una sorta di banchetto collettivo orgiastico privo di qualsiasi buon senso e razionalità, che non sia l’avidità compulsiva di guadagno facile.

Dove ai palazzoni si aggiungono centri commerciali, autodromi, cittadelle non si sa bene di cosa, se non della devastazione e dello spreco, autostrade inutili, bretelle, raccordi, svincoli.

Al più, si sono avute reazioni penose. Telefonate seccate ai direttori. Pressioni, lamentele e accuse nei confronti di certi giornalisti fastidiosi, nel tentativo di tagliare le gambe e stroncare la carriera.

Sono ovviamente gesta bipartisan, con particolare distinzione del centro sinistra. E con particolare accanimento proprio dalle parti della Liguria.

E quali conseguenze, alle recenti elezioni, in Liguria? Che il partito trasversale del cemento è stato riconfermato in blocco.

Sì, con un po’ meno votanti in assoluto. Sì, con un po’ più di consapevolezza e nausea. Sì, con qualche bocciatura significativa, tipo quella di Ruggeri. Ma la sostanza non cambia.

L’alternativa non si costruisce, vuoi perché non si riesce a creare un fronte compatto, vuoi perché il partito trasversale è potentissimo, manda infiltrati e soffia abilmente sul fuoco dei fanatici poco propensi a mediare.

Non è ancora tempo, ci tocca sopportare.

La seconda domanda, mia personale, è la seguente: se è vero che molto spesso i giornali subiscono pressioni da parte dei finanziatori, che sono quasi sempre   direttamente implicati nel giro d’affari, se è vero che a volte sono costretti a evitare campagne di denuncia troppo aperte e serrate, o viceversa a tentare di influenzare a favore l’opinione pubblica, attaccando e bollando chi si oppone con le solite etichette, è pur vero che, nel caso delle speculazioni edilizie, questi tentativi dovrebbero avere le gambe corte.

Voglio dire, se si parla di insediamenti commerciali, industriali, portuali, ancora ancora la foglia di fico dell’occupazione, dello sviluppo, del cosiddetto progresso può reggere, convincere alcuni e ammorbidire o rendere dubbiosa l’opposizione di altri.

Ma il cemento immobiliare?

Marco Preve e Ferruccio Sansa
 2 degli autori de LA COLATA

E’ improduttivo e palesemente eccessivo. Impiega per tempi brevi mano d’opera prevalentemente esterna e straniera. Spesso subappaltata, pagata poco o persino non pagata affatto.

Consuma, divora territorio e risorse, suolo di tutti spesso svenduto con compiacenza, zone produttive, agricole o industriali o addirittura protette, che diventano devastate e inerti. Richiede servizi, allacciamenti, opere di contorno che vanno prevalentemente a carico della collettività, senza dare niente in cambio.

Le pretese di oneri di urbanizzazione utilizzati per la cittadinanza, per opere pubbliche o altri importanti vantaggi, spesso sbandierate dagli amministratori, dovrebbero a questo punto essere miseramente crollate, dopo una serie infinita di esempi negativi a smentirle. Se gli oneri non finiscono al servizio delle opere stesse, cioè dei privati, al più, come illustrato nel libro, finiscono nel calderone delle spese correnti, di Comuni sempre più in debito d’ossigeno. Una politica miope e suicida che non porta da nessuna parte.

Inoltre le opere già realizzate sono monumenti negativi di loro stesse, così imponenti, fuori posto, tetre, e soprattutto, scarsamente abitate.

Sì, perché tra seconde e terze case, invenduto, acquisti speculativi, ben poco di vivo rimane a quelle strutture. Se una volta c’erano i quartieri dormitorio, le case popolari, spesso malfamate, ora abbiamo i quartieri-mortorio, che non sono e non saranno mai parte del tessuto sociale cittadino.

Per quanti sforzi si facciano per integrare ciò che non è integrabile, è come rianimare uno zombie. Lo vediamo al Bofill.

Dunque, perché in proporzione così poche reazioni? Perché i cittadini non si sollevano in massa? Sarebbe una di quelle battaglie universali e ampiamente condivisibili, non certo ideologiche, ma civili e popolari.

Le risposte della serata, per quanto autorevoli ne fossero i promotori, mi hanno lasciato qualche dubbio irrisolto.

Si dice che in fondo in questo gioco ci si guadagna un po’ tutti, che c’è una rete non dico di complicità, ma di compiacimento, il cittadino sa che comunque qualche briciola arriverà anche a lui, sotto forma di concessione, la veranda facile, il piccolo condono…

Ora, sarà perché ho personalmente sperimentato il contrario, e cioè, rigidità estrema per piccole opere, severità e rigore inversamente proporzionali all’entità dell’intervento e all’importanza del proponente, dubito che questa regola sia così diffusa e universale.

Al massimo vale per quella rete di clientelismi, connivenze, interessi diffusi, che certo, interessa una parte importante, e votante, dell’elettorato.

Ma non la maggioranza! Non posso crederlo.

Si dice anche che si tende a svegliarsi solo di fronte all’ineluttabile, a giochi già fatti, e quando magari ci toccano da vicino. Quando i comitati possono fare poco.

Ecco, su questo ci sarebbe da lavorare. Sul secondo punto, finché non superiamo la logica del nostro orto e capiamo che tutto è interconnesso, tutto ci riguarda, non avremo la forza sufficiente per agire, rimarremo isolati e incarogniti su piccoli obiettivi.

E questo non vale solo per il cemento.

Quanto al discorso del comprendere e agire sempre in ritardo… spesso non è colpa di cittadini dormienti o indifferenti, ma di informazioni parziali o di decisioni già prese nelle segrete stanze, per cui l’approvazione pubblica diventa mera formalità.

Se non si spezza in qualche modo la rete a monte, difficile intervenire a posteriori.

Se la trasparenza pubblica è ipotesi.

Molto può aiutare internet, le nuove forme di comunicazione. Molto possono i libri, le denunce, i cittadini impegnati che qua e là si adoperano per avvertire, comprendere, diffondere, documentare, segnalare.

E poi bisognerebbe superare anche una sorta di rassegnazione.

Spesso ci sentiamo assediati, impotenti. Le nostre risorse ed energie sono limitate, magari per puro ordine di priorità preferiamo batterci contro industrie mortifere o inquietanti inceneritori, rassegnandoci a veder sorgere l’ennesimo palazzone, la solita spianata di cemento, il groviera di box semi invenduti.

Senza renderci conto che, purtroppo, pur se non vediamo materialmente fumi o liquami inquinanti, anche quelle opere contribuiscono tanto quanto al peggioramento di salute, ambiente e qualità di vita, e ci avvelenano il futuro.

Anche quando apparentemente si sostituisce cemento con cemento, il palazzone o il grattacielo o il quartiere in aree già urbanizzate, ciò non è indolore e a bilancio ambientale zero. Inoltre, questi insediamenti disomogenei contribuiscono a quello che nel libro viene descritto molto bene come “degrado sociale”, che va di pari passo con degrado e peggioramento in generale. La società che perde i pezzi, gli individui amorfi e sfiniti, il cinismo e l’isolamento, il consumismo come inutile compensazione, il territorio come estraneo e alieno, smarriti i consueti punti di riferimento della vita cittadina.

Riguardo allo spezzare la rete di interessi a monte, a infrangere quella sorta di muro di gomma che ci circonda, c’è poco da fare: non si supera se non entrando “nella stanza dei bottoni”.

Se non vi sono personaggi, cittadini con idee nuove, più oneste, sensibili e coraggiose, e forze politiche nuove o rinnovate disposte ad appoggiarli.

Finché, insomma, la maggior parte di leggi, regolamenti e delibere favorisce gli speculatori, ed è sempre peggio, c’è ben poco da fare: non si può formare comitati e far causa a mezzo Paese che esercita semplicemente i propri legittimi, per quanto discutibili, diritti.

Occorre riaffermare il concetto, come ben detto nel libro, che “legittimo” non può essere parolina magica. Non tutto ciò che è consentito è anche opportuno.

Occorre tornare a cambiare le leggi e la loro applicazione. Dal basso o dall’alto che sia.

A dimostrazione di tutto quanto sia interconnesso, nel bene e nel male, quando è stato citato l’esempio del sindaco di Cassinetta di Lugagnano promotore dello “stop al consumo di territorio”, il parallelismo con la questione rifiuti mi è venuto spontaneo alla mente.

Il piccolo paese, il sindaco o l’imprenditore illuminato, che fa esempio e tenta di fare rete. Come Ponte delle Alpi. Come Vedelago.

La dimostrazione che consumo e cemento zero non vuol dire edilizia zero. Mentre l’edilizia speculativa è arida e impoverisce, quella conservativa, di restauro, demolizione, ristrutturazione, non muove i grossi gruppi e i loro avidi interessi, ma costruisce un fermento di piccole imprese e artigiani specializzati locali, creando molti più posti di lavoro pregiati e sicuri e arricchendo il tessuto sociale, mantenendo vivi i territori.

Esattamente come per le imprese di smaltimento e riciclo contrapposte alla mega speculazione mortifera degli inceneritori.

Che se gli si spiegano le ragioni, gli si fa comprendere e poi intravedere i vantaggi, si fa propaganda virtuosa, i cittadini pagano tasse e si assoggettano a qualche scomodità o limitazione.

Insomma, le basi per ripartire, gli esempi incoraggianti a cui fare riferimento, ci sono. E tutto è interconnesso in una nuova filosofia del vivere, del gestire il territorio e la comunità, del partecipare e dell’amministrare.

Proviamo a farci contagiare dalla speranza e dall’attività. Agire, tentare è comunque sempre meglio che restare inerti.

In chiusura, Bovero di Are Val Bormida ha citato l’esempio dello spaccapietre: colpisce e colpisce e martella e si affatica, e il masso sembra sempre lì, inerte, compatto.

Finché ad un singolo colpetto si rompe di colpo in mille pezzi.

E se il nostro non è quel colpetto, pazienza, prima o poi accadrà, anche se non si vedono segnali.

L’importante è continuare a martellare nel senso giusto.

 

[ Nota a parte: rigorosamente dopo aver scritto, per non farmi influenzare, sono andata a leggere le mie considerazioni pubblicate su Trucioli all’indomani della presentazione del Partito del Cemento.

 http://www.truciolisavonesi.it/articoli/numero164/nonna.htm

 

Da un lato, non so se vantarmi delle tanto facili previsioni di allora (la crisi economica, il calo dei votanti…) puntualmente avveratesi, oppure essere scoraggiata accorgendomi che si dicevano già le stesse cose, circa la necessità di unirsi, le liste civiche, il superamento dei comitati, il rinnovamento dei partiti o almeno di alcuni, il degrado sociale eccetera eccetera.

Obiettivamente non sono stati fatti molti passi in avanti, in concreto, mentre il cemento è avanzato alla grande. Eppure, sono convinta che qualche piccola crepa nel masso, invisibile, ci sia. Occorre armarsi di pazienza e continuare a sperare. Io non mi stancherò di ripetere ciò in cui credo.]

 

Milena Debenedetti  

Il mio ultimo romanzo  I Maghi degli Elementi 

 

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