Il libro che mancava a Savona Stampa
Scritto da R.T.   
 
Di Luciano Angelini & Franco Astengo: il libro che mancava a Savona
Sognavano la serie A…e ci credono ancora
Storie, formazioni, classifiche dagli anni ’50 agli anni ‘70
 

“Hatch, se scappiamo ora, perdiamo più di una partita”. Alzi la mano chi, non importa quanto sia grande il calciofilo dentro di lui, non abbia provato una punta di commozione di fronte a questa battuta, pronunciata da Luis Fernandez – interpretato niente meno che dal grande Pelé – verso il Capitano Robert Hatch, alias Sylvester Stallone, portiere improvvisato della squadra di prigionieri e deportati artefice del miracolo, cinematografico e morale, “Fuga per la vittoria”. Avrete tutti ben presente l’aspetto dei protagonisti, le divise raccapezzate, spesso più simili ad abiti civili, e il pallone di cuoio con la stringa (che dolore colpirlo di testa), e, soprattutto, il naturale adattamento che il gioco del pallone sa subire nelle situazioni più estreme: si gioca con le arance nelle favelas, si è giocato su qualsiasi campo e con qualsiasi mezzo nell’Europa dilaniata dal secondo conflitto mondiale. Il potere evocativo, ed emozionale, di un tale contesto è pressoché illimitato.

Oggi, grazie all’ultimo sforzo editoriale della “coppia di fatto” – come amano definirsi – Angelini-Astengo, la lacrimunccia ha un’origine più sentita e mirata: Savona, ma non solo. Nelle pagine intense di Sognando la serie A, edito da Delfino&Enrile Editori con la collaborazione della fondazione De Marie della CARISA, si ripercorre una storia inedita e, in maniera inaspettata per chi è solito leggere ricostruzioni storiche di questo tipo, visceralmente viva, brillantemente vivificante.

Non solo l’aneddoto, a stimolare la conversazione, il riso e, perché no, forse una punta di rancore, in chi c’era; e neppure un apparato bibliografico dominante, che punta tutto – legittimamente, del resto – sul censimento dei protagonisti, indipendentemente dal loro ruolo e dal successo del loro ricordo. Si tratta, come suggerisce la riuscita definizione di Giovanni Petrucci, presidente del Coni, di un vero e proprio “romanzo popolare”, il cui scopo recondito, ma ben circoscritto, è proprio quello di ricreare un’epoca, di sovrapporre alla città di oggi quella di un tempo, nel tentativo di (ri)trasmettere, per osmosi, per filiazione, tramite esempio, una passione per la vita che si dimostri costruttiva e creativa.

Non è un caso, e lo sottolinea la prefazione, che proprio i ragazzi del campetto di Corso Ricci – per i più giovani, l’antenato del Baci, disponibile solo dalla stagione ’59 –'60 abbiano “fatto” Savona. Li leggiamo mentre si allenano alle sei del mattino, rigorosamente nella penombra considerato che l’illuminazione dei campi era al di là di venire. Ci stupiamo di fronte a un Roberto Longoni che alle otto, dopo due ore di fatica, indossa la giacca e la cravatta e va a rintanarsi nella banca di cui sarà direttore. Ci commoviamo di fronte all’infinito interrogativo, “si giocava meglio quando si giocava peggio?”, forte della convinzione che l’analisi, calcistica come sociale, sia necessaria in maniera costante e seria, ma “morbido” nel tono affettuoso con cui si rivolge ai nostri giorni, fingendo o credendo che non sia andato tutto perduto.

Il libro va giù tutto d’un fiato, lo si sarà capito. E in fondo, come i titoli di coda che valgono, anche l’appendice fotografica non passa inosservata, sembra, anzi, “parlare”, raccontare di nuovo, con uno sguardo, un dettaglio, una posa, tutto l’impegno e la passione di cui solo la generazione della ricostruzione - quella nata sotto i bombardamenti e cresciuta di fronte al terrorismo, alla lotta politica, alla costruzione della repubblica – sarebbe mai stata in grado. Sono quelli che “sognavano la serie A”, non solo in seguito all’impresa biancoblù di aver conquistato la categoria cadetta nel campionato ’65-’66.

La serie A, in senso metaforico e rivelatore, è la speranza verso il futuro. È la consapevolezza che, a qualsiasi costo – come l’esperienza bellica aveva dimostrato – la città si sarebbe rialzata e lo avrebbe fatto in nome della solidarietà, della libertà e della giustizia. Il calcio era, e vorremmo fosse ancora, la palestra in cui allenare i valori che sarebbero serviti nella vita e la piazza in cui coltivare quei rapporti d’amicizia, di collaborazione, di comunione che avrebbero permesso il dipanarsi di un tessuto sociale cittadino ineguagliabile per rigore etico e spirito d’iniziativa.

R.T.

Italia B  Rappresentativa Seconda categoria


Libertà e lavoro

 

Stella Rossa

 

 

La copertina del libro

 

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