U.N.P. 2 “IN UN LUOGO INCOMPRENSIBILE” Stampa
Scritto da Massimo Bianco   

U.N.P. 2 “IN UN LUOGO INCOMPRENSIBILE”

N.B. Questo è il secondo di una serie di 8 episodi autonomi e autoconclusivi ma destinati, in un  lento ma progressivo sviluppo degli eventi, a formare un unico affresco in cui tutto si chiarirà. Non è necessario leggere il precedente “Risveglio nell’incubo”, per capire. Saluti, Mas. Bi.

Versione per E-BOOK

Moreno Piacenza, insegnante savonese di trentatre anni, alto e ben messo ma con un volto infantile in contrasto con la sua possanza fisica, si destò prima delle sette nella propria camera da letto. Non aveva fretta di alzarsi. Quando si svegliava presto gli piaceva crogiolarsi a letto e quella mattina ne aveva tutto il tempo. Per il pomeriggio aveva in programma una gita con la fidanzata, ma la mattina era ancora libero da impegni scolastici.

Rivolse un pensiero alla sua Rosanna e poi meditò sulla nottata, costellata da incubi come mai gli accadeva. Per ben due volte aveva sognato la propria morte, dapprima assorbito, anzi mangiato, da un essere alieno e poi ucciso durante uno scontro a fuoco tra jacunços e soldati brasiliani, provando per giunta l’impossibile sensazione di aver vissuto intere settimane nel sertao.

Si decise infine a tirare via il lenzuolo e ad avviarsi  a tentoni verso il bagno. Entrò, accese la luce e s’immobilizzò. Ma che razza di lavabo era? Si guardò attorno, perplesso. Quella non era la sua stanza da bagno! Eppure era convinto di essere tornato a casa sua, la sera prima. Ripensò alla serata appena trascorsa. Uscito dall’abitazione di due vecchi amici, i fratelli Delfino, dopo l’una, aveva accompagnato in auto l’altro amico Ezio e poi… beh sì, senza ombra di dubbio era venuto direttamente a casa dove, stanco e assonnato, si era infilato a letto senza nemmeno accendere le luci. Intorpidito com’era aveva forse sbagliato piano? Ma no, che sciocchezza, aveva aperto la porta con le chiavi, ne era certo. E allora?

E allora lo sguardo gli cadde sulla propria immagine riflessa nello specchio e rimase impalato a fissarla. Indossava un allegro pigiama a strisce stile clown. Eppure non possedeva pigiami. Fin dall’adolescenza aveva sempre dormito con pantaloncini corti, t-shirt bianche e null’altro. Da dove saltava fuori quel ridicolo pigiama?

Uscì dal gabinetto, si guardò intorno e sbatté gli occhi, sempre più confuso. Senza ombra di dubbio quella non era la sua camera da letto, nonostante qualche somiglianza nella disposizione dei mobili. Ma allora dove diavolo si trovava e perché non ricordava nulla di quanto gli era accaduto? Possibile che fosse stato colto da amnesia? O stava forse impazzendo?

Percorse in fretta il resto dell’appartamento. Pareva vuoto. Lui però viveva con i genitori, che fine avevano fatto? Attraversò un ingresso spoglio e un salotto immerso nella confusione, ignoti entrambi, quindi entrò nella stanza da pranzo. La sua stanza da pranzo! O per lo meno lo sembrava. Cominciava davvero a non capirci più niente e la perplessità si tramutava lentamente in paura. Anche la cucina sembrava la sua, però qualche particolare non quadrava.

In quel momento gli venne in mente che in realtà forse non si era ancora svegliato e stava vivendo un altro sogno. Una notte davvero del cavolo, in cui passava da un incubo all’altro senza soluzione di continuità. Pensò allora di tornare a letto. Sognando di riaddormentarsi forse l’incubo si sarebbe interrotto e il risveglio successivo sarebbe stato quello autentico. Tuttavia, dopo aver trascorso la mezz’ora successiva a girarsi e rigirarsi inutilmente, capì d’aver deciso una stupidaggine, si alzò bruscamente e si diede un pizzicotto, provando dolore. Dunque era proprio sveglio. Una pessima scoperta, però, perché l’unica alternativa verosimile gli pareva quella di essere impazzito.

Sospirò profondamente. Aveva bisogno di farsi un buon caffè. Aprì lo sportello dove teneva la confezione di Lavazza ma la disposizione interna degli armadietti era diversa da quella abituale. Rovistando ovunque, alla fine trovò ciò che cercava o per meglio dire qualcosa di analogo. Studiò la confezione. Era un pacchetto di caffè del Kenia! Scovò quindi la caffettiera, o per lo meno l’oggetto che tra tutti quelli presenti ricordava maggiormente una caffettiera, e cercò di aprirla. La caffettiera oppose però una strenua resistenza.

“Ma perché non si apre, sta maledetta.” Sbraitò tirandola come un indemoniato.

Nulla da fare. La studiò allora con maggior attenzione e notò la presenza di una fessura laterale. Sembrava… non voleva neppure pensarlo, perché non aveva senso… tuttavia… la fessura sembrava proprio della misura adatta per infilarci una monetina. Iniziava a preoccuparsi seriamente. E se un tumore al cervello gli stava provocando delle allucinazioni? Si guardò intorno e scovò una moneta da dieci centesimi. L’infilò titubante nell’apertura e in effetti la caffettiera si aprì e poté introdurvi il caffè. Andò quindi alla ricerca di abiti e indossò i primi che gli capitarono sottomano.

In quel momento suonarono alla porta. 

“Chi è?” Chiese Moreno con circospezione.

“So che è presto ma sono appena arrivato in città. Sono G. G. Ashwood. Ho portato con me una speranza per la ditta e me la devi confermare.” Rispose dall’altra parte un’entusiasta voce maschile.

“Chi ha detto che è, scusi?”

“Sono Ashwood, Chip, datti una svegliata e aprimi, ti ho portato una ragazza da esaminare.”

Moreno non ci aveva capito nulla. Chiunque fosse, però, forse gli avrebbe potuto spiegare cosa stava succedendo. Girò la maniglia e fece leva sul catenaccio, ma la porta rifiutò di aprirsi.

“Cinque centesimi, prego.” Esclamò una voce proveniente dall’uscio, spaventandolo.

Eh? Moreno osservò l’ingresso con attenzione e… sì, effettivamente c’era una fessura pure lì. Cercò ovunque, ma non trovò altre monete, solo cartoncini plastificati dalla forma più varia, a triangolo, a cuore… intanto l’estraneo continuava a suonare, mettendolo in agitazione.

“Mi scusi signor… Asciuud, ma sono… ecco… rimasto senza spiccioli, può fare qualcosa?”

Una moneta rotolò negli ingranaggi della porta e questa finalmente si spalancò, permettendo al nuovo venuto di entrare. Si trattava di un perfetto sconosciuto, paffuto, con l’espressione del viso assai vivace e gli occhi luminosi e mobilissimi, vestito con un poncho e un cappello di feltro. Era accompagnato da una bella adolescente in camicia, stivali e jeans, alla cui cintura erano attaccati oggetti vari, tra cui un coltello e un telefono cellulare. L’estraneo si comportava come se si conoscessero e insisteva a chiamarlo con lo strambo nomignolo usato in precedenza.

Moreno se ne domandò il perché senza trovare risposta. Un diminuitivo, forse? Moreno Piacenza e Chip, no, non vedeva legami. Poi però smise di pensarci perché l’uomo disse qualcosa di insensato:

“Questa è Pat, il cognome non importa. Prendi l’attrezzatura per rilevare le sue capacità antipsi, vedrai che ne resterai sorpreso.”

Il tizio sparì nell’appartamento trascinandosi la ragazza e continuando a parlare. Moreno stava per richiudere la porta quando lo sguardo gli cadde sulla strada. Restò a bocca aperta. Quella che stava vedendo non era Savona, poco ma sicuro. A giudicare dallo stile non doveva essere neppure una località italiana. Davanti a lui si stendevano file e file di villini monofamiliari e in lontananza non le boscose colline liguri ma una pianura costellata da svettanti grattacieli.

A quanto pareva l’assurdo era entrato all’improvviso nella sua vita e intendeva restarci. Cosa stava succedendo, insomma? E soprattutto, se non si trovava più a Savona, cosa ne era stato della sua esistenza? Del padre e della madre, che avrebbero dovuto essere in casa e della cui presenza o anche soltanto del passaggio non scorgeva neppure tracce. Degli amici, del lavoro… ok, in estate le scuole sono chiuse, tuttavia… Ma a preoccuparlo era soprattutto la fidanzata. Lui e Rosanna uscivano insieme da quattro anni, erano, fenomeno ormai raro, molto innamorati e l’anno dopo, a maggio, si sarebbero sposati. Cosa ne era stato di lei?

Guardava ancora con stupore lo spettacolo, quando una enorme auto americana sopraggiunse dal fondo della strada e posteggiò davanti alla casa. La portiera si aprì e apparve Ezio Torregiani, l’amico insieme al quale aveva trascorso la precedente serata, laureato in geologia ed ex pugile dilettante, attività che gli aveva lasciato segni sul volto. Questi aveva un fisico da torello: di una dozzina di centimetri inferiore per statura rispetto a quello dell’amico, ma straordinariamente vigoroso. Stranamente Ezio aveva partecipato a entrambi i suoi più recenti sogni.

Gli andò incontro sorridendo, felice di vedere finalmente una presenza rassicurante. Sperava inoltre che fosse in grado di fornirgli spiegazioni, ma l’illusione andò subito infranta. Torregiani ne sapeva quanto lui, era altrettanto incredulo e l’aveva trovato per pura caso.

“E non chiedermi più nulla. Pare che io sia a capo di una ditta, ma non ho capito neppure quale dovrebbe essere effettivamente il mio lavoro.” Concluse Ezio, amareggiato.

In quel momento Ashwood apparve sulla soglia e tornò alla carica.

“Ti decidi a esaminare la ragazza? Ehi, buongiorno capo, cosa ci fa qui? La credevo in Svizzera.”

L’ultima frase l’aveva rivolta a Ezio, il quale non seppe articolare una risposta.

“Non sono un medico, cazzo, non la posso esaminare.” Sbottò invece Moreno.

“Diavolo, ma cosa ti prende, Joe, devi valutare la sua potenzialità psichica, mica visitarla.”

Moreno lo guardò imbambolato, non sapendo come comportarsi, quando all’improvviso ebbe un capogiro, la tenebra calò sulla scena e un attimo dopo, quando tornò a vederci, non si trovava più nell’appartamento ma in un luogo anonimo, dove c’era una tv accesa. Oltre a lui era presente soltanto un uomo di colore, ignoto. Questi si lamentò, dicendo di sentirsi molto stanco e di voler andare in bagno, quindi si appoggiò alla parete. In effetti aveva un aria disfatta. D’istinto Moreno si offrì di accompagnarlo. Giunti davanti ai servizi il nero vi entrò, ma solo per uscirne qualche momento dopo. Voleva mostrargli delle scritte sul muro. Moreno le guardò a sua volta. Non ci trovò però nulla di particolare, le solite sciocchezze da gabinetto pubblico.

Il nero intanto si era accucciato a terra. Il suo organismo sembrava disgregarsi. Moreno non riuscì a reggerne la vista e tornò, raccapricciato, nella stanza precedente. In quel frattempo sullo schermo televisivo apparve il volto di Ezio Torregiani, il quale iniziò subito a parlare:

“Stanchi dei soliti sapori insignificanti? Il cavolo bollito ha invaso il mondo della vostra alimentazione?…”

“Ehi, e questo cosa significa?” Moreno Piacenza lo guardava e ascoltava incantato. Pareva non esserci più limite alla follia.

Poi Ezio fece un sorriso stanco e stavolta parve rivolgersi direttamente all’amico. Aveva il volto ingrigito. Sembrava malato, sofferente.

“Non so nemmeno più cosa sto dicendo, perché parlo di cavoli bolliti? Mi sento spossato. Ci sta succedendo qualcosa di brutto. Ho qui davanti agli occhi il testo del discorso che stavo leggendo, me l’ha chiesto… lo speaker, ma non ha… senso. Qualcuno vuole che tu… usi uno spray e… scusa, sono… stanco, tanto stanco, mi sento… debole, non ce… la faccio… 

La sua voce si perse in un flebile mormorio fino a divenire incomprensibile, infine s’interruppe. Piacenza spense la tv, quindi prese a passeggiare avanti e indietro per la stanza, sempre più frastornato. E intanto cominciava a sentirsi affaticato pure lui. Alle sue spalle c’era una sedia. Ci si lasciò letteralmente cadere sopra.

Poi qualcuno bussò alla porta. Moreno stentò a riscuotersi, ma infine andò ad aprire. Un fattorino gli recapitò una bottiglietta spray. Lui chiese spiegazioni, ma il ragazzo sapeva solo che la ditta gli aveva ordinato di effettuare la consegna. Lesse allora le istruzioni. Dicevano di spruzzarselo addosso, in caso di spossatezza, per tornare in forma. In effetti oramai cominciava a sentirsi addirittura stremato, ma ne era quasi contento. Qualunque prodotto contenesse il bottiglino spray e qualunque cosa significasse non lo avrebbe usato. Voleva solo chiudere gli occhi e dormire e poi, chissà, forse quel terribile incubo da cui non riusciva a uscire sarebbe finalmente terminato e tutto sarebbe tornato alla normalità. Si sarebbe risvegliato nel suo letto, avrebbe fatto colazione, sarebbe uscito, nel pomeriggio avrebbe effettuato la gita con la fidanzata…

Si accasciò su un divano e chiuse gli occhi. La sua non era una normale spossatezza, lo sentiva, era una spossatezza malata. E non aveva capito assolutamente nulla di ciò che gli era successo dal momento in cui si era svegliato – ammesso che fosse davvero sveglio – in una stanza sconosciuta, forse anche perché gli eventi si erano succeduti in maniera troppo frenetica per permettergli di ragionarci sopra a sufficienza.

Serrò gli occhi. Da come si sentiva aveva l’impressione di non doverli mai più riaprire: si sentiva morire. Infine in un momento indefinito perse i sensi… o forse era morto sul serio.

FINE

 

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