A MASSIMO BIANCO’S SERIAL. U.N.P Stampa
Scritto da Massimo Bianco   

 

A MASSIMO BIANCO’S SERIAL. U.N.P.
PUNTATA 1:“RISVEGLIO IN UN INCUBO 
 
Massimo Bianco

 

Verso l’una e mezza del mattino di un giorno di tarda estate, dopo aver trascorso una brillante serata a casa di comuni amici, Ezio Torregiani e Moreno Piacenza, compagni inseparabili fin dall’infanzia, si accomiatarono e se ne tornarono alle proprie abitazioni. I due abitavano all’altro estremo della città, ma a quell’ora della notte non c’era traffico e in capo a dieci minuti giunsero a destinazione.

Ezio scese dall’auto di Moreno, s’infilò in casa e andò subito a dormire, cercando di fare il più adagio possibile per non disturbare la moglie. Stanco com’era, appena poggiata la testa sul cuscino si addormentò.

 Torregiani era un impiegato savonese di trentaquattro anni, sposato da quattro, con un figlio che i quattro anni li avrebbe compiuti a breve e un buon passato da pugile dilettante, di cui conservava tracce evidenti nel massiccio fisico da torello. Era laureato in geologia, ma i casi della vita l’avevano indirizzato verso tutt’altro genere di lavoro.

Il mattino successivo si svegliò di soprassalto, con ancora impresso nella mente il più terribile incubo della sua vita: imprigionato insieme a Moreno da una casa vivente d’origine aliena e letteralmente sciolto e digerito da essa fino a morirne! Sospirò. Mai prima d’allora aveva sognato la propria morte.

Sentì quindi il terreno freddo e duro sotto la schiena e l’aria frizzante delle ultime ore della notte e aprì gli occhi. Sopra di sé si stendeva infinito il cielo stellato. Rimase immobile per alcuni secondi, sconcertato. La sera precedente se ne era tornato a casa come al solito, cosa ci faceva ora all’addiaccio? Concentrò quindi l’attenzione sulla volta celeste e con una punta di paura si rese conto di non riuscire a distinguere nessuna costellazione nota.

Tutt’intorno suoni leggeri gli facevano capire di non essere solo: il respiro regolare di gente addormentata, lo scalpiccio di uomini che si muovevano o si rigiravano nel sonno, il nitrire distante di cavalli. Infine udì il frusciare leggero delle fronde mosse dal vento e il mormorio delicato dell’acqua corrente. Evidentemente un fiume lento e tranquillo scorreva non lontano, nelle vicinanze di un bosco. Alcuni metri più avanti intuì la presenza furtiva di un gruppetto di uomini in movimento. Poi verso l’orizzonte intravide un primo lieve lucore, mentre la luce delle stelle s’affievoliva. Presto sarebbe albeggiato.

 Scostò la coperta che lo riparava dal clima notturno e si alzò, sentendo il corpo indolenzito. Doveva essere sdraiato per terra già da parecchie ore. Oramai distingueva dozzine di dormienti. A circa dieci metri di distanza quattro persone si stavano a loro volta alzando. In pochi minuti il campo sarebbe tornato in piena attività. Non scorgeva però traccia di sua moglie. Dove si trovava, insomma? E cosa stava succedendo? Gli occorrevano spiegazioni. Si avvicinò quindi ai quattro, adesso impegnati a preparare la colazione: uno stava mettendo sul fuoco una vecchia caffettiera.

“Salve. Avanza qualcosa anche per me?” Chiese quando li ebbe raggiunti.

“Certamente. Siediti a mangiare con noi, amico.” Rispose quello che maneggiava la caffettiera.

“Sei nuovo tu?” – Aggiunse un altro. – “Sta affluendo tanta gente che la maggioranza non la conosciamo nemmeno.”

“Ecco, sì, sono arrivato ieri sera.” Rispose Ezio a braccio, dopo qualche titubanza.

“Ah, allora sei giunto con Titone Passos.”

Con chi? Stavolta Ezio non disse nulla, non gli pareva prudente né confermare né smentire, tanto insensata reputava la situazione. Meglio lasciar loro credere ciò che volessero. E non osò nemmeno più chiedere le agognate informazioni, nel timore che trovassero qualsiasi sua domanda eccessivamente strana. Si accontentò dunque di ascoltare la loro rilassata conversazione, sperando di ricavarne notizie utili. Poi però il tizio del caffè, chiamato dagli altri Simeone, si rivolse direttamente a lui, chiedendogli da dove provenisse. Ezio ci pensò su, incerto. Infine rispose, sperando in bene, con una verità generica, affermando cioè di provenire dalla costa. E all’incirca ci azzeccò, perché l’uomo non si dimostrò incredulo ma solo assai sorpreso, non avendo mai conosciuto prima, così sostenne, qualcuno giunto da tanto lontano. Ciò detto gli rivolse un gran sorriso, evidenziando un’inquietante dentatura: incisivi e canini apparivano sottili e acuminati in maniera anomala. Ezio distolse lo sguardo, disgustato. Terminata la colazione, trovò degli abiti ripiegati vicino al suo giaciglio e delle armi e dopo non poche incertezze indossò gli uni e le altre. Con disappunto non scorse invece né cellulari né iPhone, da cui non si separava mai.

In breve la compagnia fu pronta a partire. Dovevano essere all’incirca centocinquanta uomini, dall’aria dura e determinata e armati di tutto punto, un piccolo esercito, insomma. Stava ancora cercando di raccapezzarci, quando vide uno dei presenti puntare a passi rapidi nella sua direzione. Ne riconobbe immediatamente la silouette. Si trattava del suo vecchio amico Moreno Piacenza, un insegnante di scienze trentatreenne prossimo al matrimonio, biondo, alto di statura e con la faccia da bambino. Lo accolse con gioia, lieto di trovare finalmente qualcosa di familiare nella follia che stava vivendo. L’amico si dimostrò altrettanto felice di vederlo, purtroppo però neppure lui fu in grado di schiarirgli le idee. Si era a sua volta svegliato lì, ignorando come vi fosse giunto e cosa ne fosse dei congiunti e del mondo noto. Orecchiando le conversazioni aveva però compreso di essere in Brasile. Tutti i presenti erano jagunços, i famigerati avventurieri fuorilegge brasiliani.

“In Brasile? E come diavolo ci saremmo finiti in Brasile?” Chiese Ezio, esterrefatto.

“Non ne ho la più pallida idea, eppure il panorama pare proprio quello tipico del sertao brasiliano.”

“Beh, questo spiegherebbe perché non riconoscevo le costellazioni, ma è assurdo. E poi com’è che ‘sti banditi brasiliani parlano in italiano corrente senza nemmeno un briciolo d’accento straniero?”

“Non chiederlo a me. A quanto mi risulta i cosiddetti jagunços non dovrebbero nemmeno più esistere. Tutto ciò non ha senso, vecchio mio, credi che non me ne renda conto?”

Circa mezz’ora dopo gli furono affidati due destrieri – per fortuna entrambi sapevano cavalcare – e dovettero mettersi in viaggio con l’intera masnada attraverso quei luoghi semi aridi. Avevano, infatti, subito capito che costoro non avrebbero accettato diserzioni. Comandati da alcuni bravacci, duri e ignoranti quanto gli altri ma che la soldataglia adorava, erano impegnati in una guerra privata e loro due vi erano stati intruppati. D’altronde non vedevano nemmeno alternative. Ritornare in Italia, nelle loro case, non gli pareva, almeno sul momento, realizzabile.

A metà pomeriggio incontrarono una pattuglia di soldati e i banditi diedero battaglia. Per buona sorte si trattava solo di una piccola squadra e dunque Ezio e Moreno poterono tenersene discosti. La pattuglia venne rapidamente sbaragliata, con metà degli uomini rimasta sul campo e l’altra metà in fuga. Tra i jagunços si contarono invece due perdite. Qualcuno però sostenne che entrambi i caduti fossero stati in realtà uccisi da un loro stesso compagno, per un regolamento di conti: da quella gente c’era da aspettarsi di tutto.

Col trascorrere dei giorni i due si trovavano sempre più invischiati in tale follia. Sentivano terribilmente la mancanza dei loro cari e cominciavano a temere di non rivederli mai più. Il mondo che conoscevano, quello del solito tran tran cittadino, con il lavoro e i rapporti sentimentali, le varie incombenze e gli altrettanti divertimenti, sembrava essere sprofondato in un passato sempre più remoto e ormai quasi irreale.

Al suo posto c’era invece questa nuova realtà che, per quanto irragionevole fosse doverlo ammettere, sembrava proprio appartenere al Brasile e per giunta nemmeno a quello odierno, ma semmai a quello dei primi del novecento, se non addirittura della seconda metà dell’ottocento!

A peggiorare ulteriormente il contesto, tale loro esistenza di jacunços improvvisati non gli pareva nemmeno del tutto consistente. Alcuni particolari non quadravano. Uno: benché di primo acchito i loro compagni d’avventura sembrassero uomini normali, col passare del tempo, a parte due eccezioni, si rivelarono abbastanza deboli di personalità, come se il loro carattere fosse appena abbozzato; parevano insomma dei manichini, con non più d’un paio di caratteristiche salienti. Due: tutte le pietanze provate, pur non essendo cattive, si dimostravano spiacevolmente insipide, tanto che faticavano a distinguere il gusto dei vari cibi e bevande imbanditi.

Per spiegare la situazione si lanciavano in mille congetture, che stessero semplicemente sognando – ma in tal caso avrebbero ormai dovuto essersi svegliati da un pezzo – che fossero preda di allucinazioni causate da un tumore al cervello – ma chi dei due, allora, era un’allucinazione dell’altro? – che fossero finiti in un universo parallelo – ma come e perché? – Insomma, nessuna delle ipotesi vagliate li convinceva. Nel frattempo le lunghe giornate trascorse a cavallo, il caldo, le intemperie, le tante notti trascorse all’addiaccio, gli scontri a fuoco e le risse con compagni rozzi e violenti ne mettevano a dura prova la fibra.

Un giorno Ezio fu aggredito verbalmente da un tal Gian Selvatico, il quale poi estrasse il pugnale minacciando di sbudellarlo. Ezio dubitava di potersela cavare nel combattimento coi coltelli, convinse però l’avversario a vedersela con lui a mani nude e, forte del proprio passato da pugile, riuscì ad avere la meglio, evitando con abilità la maggior parte dei suoi assalti e centrandolo con diverse serie di colpi al tronco e al volto, stroncandolo da demolitore qual era. Quindi, ancora in preda all’ira, cominciò a prendere a calci l’avversario atterrato e alcuni presenti, tra cui Moreno, dovettero intervenire e frapporsi. Mai un tempo si sarebbe lasciato andare così! Chi va con lo zoppo impara a zoppicare, si dice, e il loro timore era che si stessero irreversibilmente incamminando lungo la china della brutalità e della violenza. Anche perché, ed era questo un lato che trovavano particolarmente preoccupante, tanto da esitare ad ammetterlo perfino con se stessi, per certi versi la nuova vita in fondo iniziava a piacergli. Soprattutto a Ezio, forse perché era lui quello che pensava di avere meno da perdere. Moreno dopotutto amava profondamente la fidanzata Rosanna e si sentiva professionalmente realizzato, lui invece si era dovuto accontentare di un frustrante lavoro impiegatizio in luogo dello studio di geologia cui ambiva e si era sposato non per amore ma solo per aver messo in cinta la compagna di turno. Ora poteva assaporare una selvaggia libertà e ne era irresistibilmente attratto, mentre la vecchia esistenza si faceva sempre più lontana.

Seguirono quindi varie serie di avventure, tra cui una violenta battaglia coi loro fantomatici avversari. Durante lo scontro, conclusosi con una sconfitta in cui riuscirono almeno a minimizzare le perdite, Ezio e Moreno si trovarono per la prima volta a uccidere pure loro degli uomini. Fu una spaventosa sensazione, in cui mai avrebbero voluto incappare.

E avanti così, senza soluzione di continuità né speranza di uscirne, finché un giorno, dopo molte settimane di permanenza nel sertao…

…Tentavano di attraversare un fiume, assai più vasto, profondo e tumultuoso dei torrentelli incontrati in precedenza. Si trovavano a circa metà del guado quando, sorpresi da truppe regolari, furono bersagliati da una scarica di fucileria. La banda riuscì a raggiungere la sponda ma subì parecchie perdite. Moreno aveva ormai percorso più di tre quarti del passaggio quando, in un punto in cui l’acqua tumultuosa raggiungeva il metro d’altezza, fu a sua volta colpito da un proiettile. Il ragazzo cacciò un urlo soffocato e cadde sulle ginocchia.

Ezio riuscì ad afferrarlo prima che la corrente lo trascinasse via e, aiutato da Simeone, lo portò a riva in un punto riparato. Nel frattempo Moreno gemeva di continuo, soffrendo terribilmente.

“Aah, che dolore, non resisto. Rosanna… dove sei? Io ti amo… Dio… come… mi manca.”

“È una ferita brutta assai, non mi piace per niente.” Disse Simeone a bassa voce, prima di allontanarsi per prendere dei medicamenti.

“Sto tanto male Ezio. Credo…sento… che sto per morire… ”

“Non dire sciocchezze, non stai affatto per morire. Cerca di non parlare, non ti devi affaticare.” Disse Ezio, spaventato, accarezzandogli dolcemente il viso.

Poco dopo Simeone ritornò ma non ci fu nulla da fare. Ezio lo guardò spegnersi lentamente e alla fine non gli restò altro da fare che chiudergli gli occhi. Quindi urlò. Moreno era morto, morto per davvero e lui era rimasto solo in quella assurda e inspiegabile pazzia! E, ormai lo sentiva, non aveva via d’uscita. Vi sarebbe rimasto imprigionato fino a quando non fosse a propria volta defunto.

FINE.

N.B. Con questo episodio do il via a un progetto (un omaggio, scoprirete poi a chi o a cosa) cui mi sto dedicando da tempo: è il primo di 8 racconti autonomi e auto conclusivi (non dovrebbe essere necessario leggere i precedenti per capire e si potranno saltare delle puntate), ma collegati tra loro a formare un unico affresco, che si chiarirà nel corso degli episodi. Ai lettori decretare la riuscita o meno dell’esperimento, anche se in proposito devo esprimere il mio rammarico per l’abolizione dei voti (non piacevano? Sì, a chi ha paura di affrontare il giudizio altrui) che potrebbe spingermi in futuro a non proporre più qui i miei scritti. A partire da oggi ogni domenica uscirà un episodio, fino alla conclusione della vicenda. Appuntamento dunque a domenica prossima, buone letture e saluti da Massimo Bianco.

 

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