GIORGIO SCERBANENCO Stampa
Scritto da Massimo Bianco   

OMAGGIO A GIORGIO SCERBANENCO

A “Scerbanenco, che sapeva ricostruire con poche, luminose, pennellate gli animi torbidi”.

Quest’anno cade il centenario della nascita di Giorgio Scerbanenco, maestro riconosciuto del noir e autore eclettico, che ogni appassionato di lettura e scrittura, non solo noir, dovrebbe conoscere. Quale occasione migliore, dunque, per ricordarlo?

Scerbanenco nacque nel 1911 a Kiev, da padre ucraino e madre italiana. Originariamente il suo nome era, infatti, Wladimir Giorgio Scerbanenko, con la k. Giunse a Roma con la madre a sei mesi di età e a sedici anni si trasferì a Milano, dove visse buona parte della sua vita e in cui morì all’improvviso nel 1969.

Figlio di genitori innamorati entrambi della scrittura, vi si appassionò anch’egli, da autodidatta, arrivando a dedicarvi ogni suo momento libero, fino a giungere all’agognata pubblicazione dei primi racconti:

"Un giorno, grazie alla raccomandazione di un amico, accettarono una mia novella alla Rizzoli". Nella solita maniera italica, insomma, per poter essere presi in considerazione. Un grazie di cuore, dunque, al suo amico, da parte di tutti gli estimatori di Giorgio.

Dopo l’apparizione, già nel 1935, del suo primo romanzo, “Gli uomini in grigio”, Scerbanenco fu attratto dal genere poliziesco e negli anni ’40 pubblicò cinque romanzi sul tema, per i gialli Mondadori, tutti ambientati all’estero, come pretendeva il regime fascista, che non ammetteva la presenza del crimine nell’Italia da esso governata. Quei testi rappresentano in pratica l’autentico inizio della sua luminosa carriera di scrittore. Il protagonista delle cinque storie è Arthur Jelling, gentile, timido ma acuto e razionale archivista della polizia bostoniana, che simboleggia un poco la personalità dell’autore stesso. “Sei giorni di preavviso” è il primo della serie e vi emerge evidente l’ispirazione al giallo statunitense di Ellery Queen, con i suoi impeccabili meccanismi logici. Audace sperimentatore e mai banale, il nostro si diletta però, sia in questo debutto sia nei quattro tomi successivi, anche a smontare gli schemi del giallo classico.

Scerbanenco è un grande scrittore e oggi è ampiamente in via di rivalutazione, ma ai suoi tempi pagò la prevenzione allora vigente verso le opere di genere, che venivano considerate letteratura di serie B. I critici letterari, troppo spesso gente, almeno all’epoca, con la puzza sotto il naso, per riconoscere qualità letterarie a un poliziesco pretendevano che trascendesse in modo lapalissiano da suo ambito, per puntare con tecnica letteraria superiore a un ritratto della società a esso contemporanea.

A personalissimo parere di chi scrive un buon esempio di abbaglio della critica è fornito da “Quer pasticciaccio brutto de via Merulana” di C. E. Gadda. L’opera si presenta esteriormente come un giallo, ma devia continuamente, fornendo particolari che probabilmente non sono utili alla scoperta della verità. La trama poliziesca non giunge neppure a una conclusione, perché l’unico scopo dell’opera è offrire un ritratto di quella società miope, meschina e piena di pregiudizi. Gadda è ormai considerato d’ufficio un gigante della letteratura italiana e come tutti i numi tutelari è intoccabile, ma letto oggi il “Pasticciaccio” appare davvero tale: trama farraginosa e di difficile comprensione, ricercatezza tecnica eccessiva fino alla maniacalità, descrizioni noiose e contorte, nelle quali sovente una situazione viene esplicata in trenta parole quando dodici sarebbero più che sufficienti.

Esattamente il contrario di quanto accade nelle opere di Scerbanenco, novelliere in grado di andare oltre il genere pur senza allontanarsene e autore di trame semplici, incalzanti e con il raro dono della concisione. Egli è straordinario nell’illuminare personaggi o ambienti con poche frasi, come se si trattasse di brevi raffigurazioni impressionistiche. Un esempio ideale lo si può trovare in quello che è in assoluto uno dei suoi romanzi più belli, “La sabbia non ricorda”, dove con tocchi rapidi ed efficaci, tratteggiati nell’arco di poche pagine, riesce a offrire un ritratto a tutto tondo di un personaggio, la sorella della vittima, una bella ragazza siciliana giunta per la prima volta al nord, e con lei della società che la circonda. Ne fa così risultare un perfetto quanto eterno quadretto della società italiana rurale degli anni ’60, vivo, autentico e indimenticabile, in cui ben risalta la psiche dei caratteristi. Ecco a titolo dimostrativo alcuni passaggi, inevitabilmente troppo brevi, del capitolo in cui la giovane fa la sua prima apparizione:

"… Aveva sentito l’ammirazione istintiva dell’uomo e istintivamente la sfruttava, sorrise, con la bocca senza rossetto, e i denti di un bianco accecante. (…) “A Lignano va?” Disse la ragazza indicando il pullman. Le bastò il cenno d’assenso del capostazione per raggiungere il pullman e salirvi, senza guardare più quell’uomo. Aveva risalito la penisola rivolgendosi soltanto agli uomini, e valendosi di quella specie di femminilità che la vestiva tutta. (…) e più il treno s’inoltrava in continente, e saliva al nord, più il suo potere sugli uomini sembrava aumentare, e più essi divenivano servizievoli e meno pericolosi. (…) Aveva preso il biglietto, ma capiva che adesso doveva lavorare meno di occhi, intuiva che anche al nord non dovevano essere di legno. (…). Lei pensò che era un bel ragazzo pulito e gentile (…) “Sa” – disse ancora lui – “se va da sola perde una mezz’ora a trovare quel posto, se invece mi aspetta, io torno subito e lo troviamo in un momento”. Senza pensare che per lui sarebbe stato un pasticcio farsi sostituire, voleva accompagnare quella ragazza e starle vicino quando avrebbe saputo che suo fratello era stato ucciso…"

Come scrisse in proposito Pier Vittorio Tondelli: “Il talento descrittivo di Scerbanenco è la sua qualità maggiore.” E, in effetti, la sua capacità di rendere tangibili in pochi, semplici tratti una personalità o un ambientazione è paragonabile soltanto a quella di George Simenon, il mitico creatore del Commissario Maigret.

Simenon e Scerbanenco dimostrano in pari grado come un vero artista possa offrire un valido ritratto della società anche attraverso un opera di genere e senza neppure sfuggire a certi canoni tradizionali.

Entrambi scrivevano opere efficaci, concise e di facile lettura pur mantenendo un alto valore letterario e sono ancor oggi amati da innumerevoli appassionati. Tutto il contrario di quanto accade col Pasticciaccio di Gadda, oggi affrontato soltanto per gl’incensamenti presenti nei manuali di letteratura classici, ma meritatamente abbandonato a metà dalla maggior parte dei lettori. L’ arte deve essere fruibile e un artista è tale se sa raggiungere il grande pubblico pur mantenendo una propria coerenza, senza snaturarsi inseguendo un’eccessiva ricercatezza o scadendo nella mera commercialità e nel puro entertainment. Simenon e Scerbanenco ci sono riusciti.

Purtroppo, però, i decenni centrali del XX secolo italiano erano ancora poco ricettivi verso il romanzo di azione poliziesca. C’erano, è vero, i Gialli Mondadori, ma all’epoca erano intesi più come risoluzione ingegnosa di puzzle delittuosi nel mondo della media e alta borghesia, il medesimo a cui si rivolgevano, che come allegorie sociali d’azione.

Così il buon Giorgio, che per campare era costretto a scrivere su riviste femminili, iniziò a pubblicare su collane rosa, mascherando spesso la propria vena con un superficiale romanticismo. Col passare del tempo, il rosa delle sue opere, “colore” che peraltro apprezzava sinceramente, si anneriva sempre più, ma alcuni dei più riusciti polizieschi, il genere dal lui prediletto, conservavano titoli romantici che poco avevano a che fare con quanto vi veniva raccontato. Udendo, ad esempio, un titolo come “Al mare con la ragazza” – romanzo peraltro splendido – mai si penserebbe che la ragazza in questione sia in realtà il cadavere di una giovane donna, uccisa fin dalle prime pagine, che lo sfortunato protagonista si ritrova a bordo della propria auto senza sapere cosa farne. Egualmente, sarebbe assai arduo subodorare nel buon “Europa molto amore” l’avvincente plot di due giovani coinvolte loro malgrado in criminosi avvenimenti e costrette a una fuga disperata per l’Europa.

E se il suo asciutto stile dei primi anni ’40 risulta forse ancora un po’ indistinto, nel corso degli anni acquista sempre più personalità, fino a permettere, nei decenni successivi, l’immediata riconoscibilità a vista della sua mano. Ancora asciutto e diretto, diventa però assai più evocativo e ricco di sottolineature, mentre il sagace inserimento di ripetizioni ad hoc dà risalto all’elemento distintivo dei personaggi.

L’autore ottenne presto una buona notorietà, tuttavia il vero grande successo di massa, unito al primo autentico apprezzamento critico, lo raggiunse solo tre anni prima di morire, grazie al senz’altro assai valido ma forse un po’ sopravvalutato “Venere privata”, il primo romanzo dell’ottima quadrilogia dedicata a Duca Lamberti, medico radiato dall’albo per aver praticato l’eutanasia e investigatore invero assai sui generis, come d’altronde la stessa questura milanese nel cui ambito si muove. E, a conferma del grande spessore raggiunto dal nostro, il secondo titolo della serie, il notevole “Traditori di tutti”, nel 1968 vinse il prestigioso e ambitissimo Gran Prix de la littérature policière.

Scerbanenco è stato un autore straordinariamente prolifico e ha firmato, col suo nome o con pseudonimi, addirittura migliaia tra romanzi e racconti, appartenenti a qualsiasi genere letterario, dal giallo al rosa, dallo spionistico al fantascientifico, senza contare poi gli innumerevoli articoli per i vari giornali con cui ha collaborato. È dunque inevitabile che egli pagasse tale produttività con una certa altalenanza nel rendimento. D’altronde scriveva a getto continuo anche per sbarcare il lunario e non tutto poteva essere all’altezza. Vedasi, ad esempio, lo sgangherato “Le spie non devono amare”, romanzo sbilenco, pieno di incongruenze, che a tratti rasenta perfino il ridicolo.  

A parere di chi scrive il meglio di sé Scerbanenco lo offre sulla lunga distanza, ma anche i racconti sono a loro modo interessanti, tragici nei duetti di amore e morte oppure crudi e glaciali nel presentare al lettore il mondo della criminalità e della perdizione, in tutta la sua brutalità e soprattutto ottusità inesorabilmente punita, perché alla fine in Scerbanenco il crimine non paga, mai.

Egli ha inoltre scritto perfino micro racconti, testi, cioè, della lunghezza che oggi sarebbe definita di taglio web. Ebbene sì, il geniale Scerbanenco ha anticipato pure lo stile derivato dalla nascita di internet e chiunque s’illuda, con la propria fulmineità, di essere un innovatore al passo coi tempi. Questi scritti sono raccolti in “Il centodelitti” che il critico Gianni Canova definisce così:

“Non sono più neppure racconti ma – appunto – frammenti, schegge, mine vaganti. Pallottole verbali, acide e brucianti, puntate contro l’ottimismo obbligatorio della società del narcisismo di massa.”

In conclusione faccio presente che la frase riportata tra virgolette in testa all’articolo è di Piero Colaprico, da molti considerato l’autentico erede dell’italo ucraino, il quale, nell’introduzione di Al mare con la ragazza, aggiungeva anche che “lo Scerbanenco migliore non è oleografico, è quello disperato, umiliato, bidonato dalla vita.”

L’opera di Scerbanenco, se qualcuno si sentisse invogliato da questo scritto a leggerla, è reperibile in parte presso l’editore Garzanti e in parte presso l’editore Sellerio.

Massimo Bianco

P.S. E il libro del mese? Ok, stavolta abbiamo saltato l’abituale rubrica, ma volendo si potrebbe rimediare con facilità. Se volessimo scegliere un libro del mese di aprile 2011 (o di luglio, visto che l’anniversario cadrà a luglio), col prolifico Scerbanenco non ci sarebbe che l’imbarazzo della scelta. Indichiamo di seguito cinque opere, a puro titolo d’esempio:

    La sabbia non ricorda. Un noir perfetto. A personalissimo parere di chi scrive (che per forza di cose ha però letto solo una parte minoritaria della sua sterminata opera), il più riuscito romanzo di Scerbanenco, che pure di capolavori ne ha offerti parecchi.
    Sei giorni di preavviso. Le serie è sempre preferibile iniziare a leggerle dal principio e possiamo tranquillamente considerare questo romanzo del 1940, il primo appunto della serie dedicata ai casi polizieschi di Arthur Jelling, il brillante capostipite italiano del giallo.
Venere privata. Con questo titolo inizia invece il ciclo poliziesco dedicato a Duca Lamberti, il personaggio che regalò finalmente all’autore il meritato successo di massa
Non rimanere soli. Un romanzo splendido e anche l’unico ampiamente autobiografico, ambientato durante una seconda guerra mondiale trasformata in tragica favola senza tempo. Un testo intriso di amore, dolore e malinconia.
Milano calibro 9. Scerbanenco ha scritto migliaia di racconti. Quelli presentati in questa raccolta sono un buon esempio dei suoi racconti neri, perfetti per farsi un’idea di come egli si destreggiasse nei corti.
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