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Scritto da Massimo Bianco   

IL LIBRO DEL MESE:

 I VIAGGI DI GULLIVER

Lo scorso mese è uscito nei cinema “I fantastici viaggi di Gulliver”, alleggerito nelle tematiche, ambientato ai nostri giorni, senza troppe preoccupazioni per l’attinenza al testo originale e, per inciso, stroncato dalla maggior parte della critica. Il film di Rob Letterman è tratto dal romanzo di Jonathan Swift (1667 – 1745), opera famosissima, soprattutto perché in passato ha goduto di innumerevoli trasposizioni cinematografiche, televisive e perfino teatrali. Quanti di voi però l’ avranno effettivamente letto? Pochi, scommetto. Ebbene, “I viaggi di Gulliver”, presente nelle collane dei classici di qualsiasi grande casa editrice, è uno dei capostipiti del romanzo europeo e nonostante i tre secoli sul groppone – il romanzo fece la sua prima apparizione nel 1726 – è una lettura godibilissima ancora oggi.

I viaggi di Gulliver è diviso in quattro parti e nella prima, quella più nota, narra le avventure di un medico, Lemuel Gulliver, per l’appunto, che, imbarcato come chirurgo di bordo sulla Antilope, naufraga in una terra ignota, abitata dai lillipuziani, essere umani piccolissimi, per l’esattezza un dodicesimo delle nostre fattezze, dove incorre in numerose peripezie prima di fare ritorno in patria. Nella seconda parte il protagonista viene abbandonato dai compagni terrorizzati sulla spiaggia di Brobdingnag, una terra abitata dai giganti, dodici volte più grandi di lui. Il terzo viaggio ha per meta imprevista Laputa, l’isola volante i cui abitanti seguono i più strani costumi e infine il quarto porta il dottor Gulliver nel paese dei Houyhnhnm, cavalli intelligenti, creatori di una civiltà assai evoluta, mentre gli uomini locali sono soltanto dei bruti, violenti e senza cervello, tenuti in schiavitù come bestie d’allevamento.

I viaggi di Gulliver ha più di un piano di lettura. Se si vuole, infatti, restare alla superficie del testo, lo si può prendere come una semplice avventura e goderselo senza troppo impegno dalla prima all’ultima pagina, tanto che, con qualche taglio, è divenuto perfino un classico dell’infanzia. Esso però è stato concepito anche come satira filosofica, per giunta assai critica nei confronti della razza umana. Come recita, giustamente, una quarta di copertina:

Non si può trovare nella letteratura occidentale una condanna dell’intera umanità paragonabile a quella contenuta nei Viaggi di Gulliver: la sua critica dei valori – dalla religione alla scienza, dalla politica alla cultura – è spinta fino a minacciare le radici stesse dell’esistenza. Ma il genio di Swift ha dato a quest’opera amara un assoluto equilibrio d’insieme, costruendola come un prodigioso giocattolo meccanico: il suo terribile significato allegorico è accessibile solo a chi può e vuole intenderlo e non danneggia mai la componente immaginativa del racconto né le sue suggestive ricostruzioni fantastiche.

Jonathan Swift

Ma riportiamo quanto scrive in proposito l’enciclopedia della letteratura De Agostini:

"L’alterazione delle forme e delle misure è fatta per far osservare le cose del mondo in una luce diversa: la misura dei lillipuziani dà alle loro lotte, alle loro controversie e a tutti i loro gesti un aspetto grottesco (facendoci così rendere conto dell’insensatezza delle umane gesta viste da un ottica superiore - N.d.A.), mentre la proporzione rovesciata del secondo libro, in cui Gulliver viene messo nella culla delle bambole dalla figlia di nove anni del re dei giganti, diviene pretesto per un’amara riflessione sui costumi politici dell’Inghilterra, i cui abitanti vengono giudicati “la più perniciosa razza di ributtanti vermiciattoli cui la natura abbia mai permesso di strisciare sulla superficie della terra”.

La satira sferzante del terzo libro è diretta contro i filosofi, gli storici e quanti si affannano su folli speculazioni, e contro i grandi uomini dell’antichità, che si rivelano essere tutto il contrario di quanto la storia ha tramandato. (…) Il tono dell’opera, da sereno e fantastico, diventa, a mano a mano che la narrazione procede, sempre più aspro e cupo, culminando con il quarto libro nella rappresentazione di una società in cui i cavalli hanno assunto il ruolo degli umani e gli umani, gli Yahoos (vi dice niente questo nome? N.d.A.) quello di bestie così disgustose e degenerate da far proporre al cavallo padrone di Gulliver la castrazione della loro razza e quindi l’estinzione."

D’altronde con il procedere degli anni era l’autore stesso, irrimediabilmente deluso della vita, a divenire sempre più cupo e critico verso la cinica società britannica, giungendo fino al punto di scrivere un libello destinato, come si può ben immaginare, a suscitare un grande scalpore, dal titolo “Una modesta proposta per impedire ai figli dei poveri di essere di peso ai loro genitori o al paese.” In esso, come riporta la succitata enciclopedia della letteratura, si suggerisce "che per risolvere le difficoltà economiche dei poveri si potrebbero allevare i loro figli come porcellini e poi darli da mangiare ai ricchi" E sarà forse meglio evitare di ristamparlo, onde evitare che qualcuno, non si sa mai, suggerisca la medesima soluzione per risolvere l’odierno problema della fame nel mondo.

Massimo Bianco

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