Ma non dovevamo diventare più buoni? Stampa
Scritto da CRISTINA RICCI   
Ma non dovevamo diventare più buoni?

 Ricordate i pensieri che ci accompagnavano in primavera?

Eravamo certi che saremmo usciti di casa più forti, maggiormente disponibili verso il prossimo, pronti a sacrificarci per il bene degli altri.

Passata l'estate eccoci tornati a fare i conti con noi stessi, con i nostri timori e le nostre insicurezze.

 Eccoci di nuovo pronti a guardarci con diffidenza e a ritenere  gli altri, quelli che non conosciamo, portatori di sventura e non di esperienze nuove che possano arricchirci.

Gli scontri sociali sembrano acuirsi: prudenti contro negazionisti, anziani contro "discotecari", genitori in lotta con figli adolescenti che mal digeriscono ogni regola, figurarsi quella di tornare a chiudersi in casa o di indossare la mascherina quando escono col branco.

Non siamo ancora giunti al punto di accaparrarci farina e carta igienica, ma per quanto ancora?

Anche l'Europa sembra uniformarsi a questo stato di cose e, nostro malgrado,  non solo a causa del virus.

Qualche settimana fa Ursula von der Leyen ha cercato di rinsaldare il gruppo dei 27 affrontando il problema dei migranti. Come al solito la cosa più semplice è stata calpestare i diritti, ed accanirsi, su chi ha meno voce e nessun potere.

La presidente dell'Unione dichiara di voler proporre "Una soluzione europea per ricostruire la fiducia tra Stati membri e per ripristinare la fiducia dei cittadini nella nostra capacità di gestire (il problema ndr) come Unione".  

Il mezzo  per "tener buoni" paesi come Italia e Grecia, costretti da sempre a fare i conti con l'immigrazione, non mi è piaciuta molto. 

Da cittadina europea non posso che apprezzare la proposta di rendere obbligatoria la solidarietà tra i paesi membri. Il trattato di Dublino prevede che il paese di primo ingresso sia l'unico a gestire il migrante, dargli accoglienza o reimpatriarlo. Accade così che i soli paesi a dover gestire i migranti siano quelli sulle rotte dei flussi migratori.  Ovvio che queste nazioni siano le  più penalizzate, mentre le altre possono limitarsi a chiudere le frontiere.

Apparentemente la soluzione di rendere obbligatoria la solidarietà tra i paesi europei non può che raccogliere un plauso, forse persino dai leader della Lega che, complici i risultati elettorali di settembre, aprono all'Europa.

A torto o a ragione Salvini dice: "Prendiamo atto che l’Europa sta cambiando nella direzione che volevamo noi, la Banca centrale europea, con anni di ritardo, sta facendo finalmente quello che chiedevamo noi. Il Recovery Fund è completamente diverso dalla logica del Mes. Grazie alle pressioni dei sovranisti l’Europa sta cambiando lentamente, noi seguiamo l’evoluzione e orgogliosamente rimaniamo quello che siamo”, mentre Giorgetti arriva ad ammettere un cambiamento all'interno del partito. (fonte:http://www.destradipopolo.net/?p=55701).

Ma, analizzando nel dettaglio la proposta della von der Leyen che dire dei rimpatri sponsorizzati?

Bruxelles ha sviluppato un «nuovo concetto» per la solidarietà fra paesi: il return sponsorship.

In altre parole, se un paese rifiuta di prendersi carico dei ricollocamenti deve offrirsi di gestire le pratiche di rimpatrio direttamente dal paese Ue sotto pressione. «È una alternativa per assicurare che i migranti che non vengono ricollocati siano rimpatriati» ha detto Schinas.

La sponsorizzazione dei rimpatri dei migranti sbarcati in altri paesi Ue diventa l'alternativa alla ricollocazione nel proprio paese.  

E' il concetto medioevale di quei facoltosi che potevano permettersi di  pagare un contadino affinché facesse il servizio militare al posto loro.

Un'idea che esaspera le disuguaglianze anziché colmarle. 

Un istituto che sembra avere come fine ultimo quello di creare paesi con un tasso alto di immigrazione e altri con uno bassissimo.

I paesi più ricchi che pagano nell'immediato mentre quelli più poveri saranno costretti a sostenere alti costi per sanità, scuola e politiche sociali attive per l'inclusione. 

Un istituto che non prende minimamente in considerazione la tragedia umana di chi lascia il proprio paese nella speranza di costruire un avvenire migliore ma che si limita a tutelare la sicurezza interna di quei paesi Ue che, essendo i più ricchi, sono anche quelli  più attrattivi per i popoli del terzo e quarto mondo.  

E.. la chiamano Europa.. questa Europa senza te..

E le chiamano notti

Queste notti senza te
Ma non sanno che esiste
Chi di notte piange te
Ma gli altri vivono, parlano, amano

 CRISTINA RICCI 

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