Stato di diritto e barbarie giuridica Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
STATO DI DIRITTO E BARBARIE GIURIDICA

In uno Stato di Diritto come, fino a prova contraria, è ancora il nostro Paese, a differenza di quello che avviene nei regimi dittatoriali, anche ai detenuti sono garantiti alcuni diritti fondamentali. Se infatti la detenzione priva la persona detenuta della libertà, non per questo la può e la deve privare anche della sua dignità di persona umana; quindi il detenuto conserva quei diritti derivanti dal principio della pari dignità sociale e dal principio personalistico che si evince dall’art. 2 della nostra vigente Costituzione: “La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà, politica, economica e sociale”). 

Questi principi non ci permettono (o non dovrebbero permetterci) di considerare il carcere come un luogo franco non soggetto alle garanzie fondamentali che lo Stato di diritto assicura a tutti i suoi cittadini, nessuno escluso; quindi anche agli assassini, comunisti, socialisti, anarchici, democratici, repubblicani, monarchici o fascisti che siano. Inoltre, secondo il dettato dell’art 27 comma 3 “le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”.

Questo prescrive la nostra Costituzione. Nostra? In teoria sì, ma in pratica non tutti gli italiani, e, quel che è più grave, non tutti i rappresentanti delle istituzioni repubblicane, si riconoscono in essa; si pensi soltanto ai casi di Stefano Cucchi, di Francesco Aldovrandi e degli altri cosiddetti “morti di Stato”…Non sembrano rispettose del dettato costituzionale nemmeno le prime dichiarazioni del ministro dell’Interno, nonché vicepremier, Matteo Salvini alla notizia dell’arresto del pluriomicida Cesare Battisti, latitante da trentasette anni: “Finalmente finirà dove merita, uno sporco assassino comunista, un delinquente, un vigliacco…”.

Va bene che, come diceva il celebre autore dell’ Histoire naturelle Georges – Louis Leclerc, comte de Buffon, lo stile è l’uomo; va bene che il personaggio Cesare Battisti sembra costruito apposta per provocare avversione, rigetto e giusta ira; va bene che i suoi atteggiamenti spocchiosi e la sua “faccia da schiaffi” (Mughini) non sono propriamente caratteristiche adatte a propiziargli un minimo di compassione, ma un conto è esprimere soddisfazione per la sua cattura, un altro è “mostrargli  il ghigno dei cacciatori di taglie: vigliacco, delinquente, la pacchia è finita, marcire in galera…” (Mattia Feltri su La Stampa del 15/01/19)

 Certo è che il “caso Battisti” , anziché unire almeno per una volta gli italiani, come auspica il ministro dell’ Interno e vicepremier Matteo Salvini, è un altro motivo di divisione, non tanto, si badi, riguardo alla figura indifendibile del terrorista latitante che ora fa molto tardivamente autocritica quanto alla plateale strumentalizzazione politica prontamente imbastita  dal medesimo ministro dell’Interno spalleggiato da quello della Giustizia.

Perché mai, ad esempio, ha voluto aggiungere l’aggettivo “comunista” al sostantivo “assassino”? Non era sufficiente la qualifica di “sporco assassino”? No, lo dico già sapendo che qualcuno liquiderà questa mia domanda come maldestro tentativo da parte di un “compagno” di decomunistizzare il Cesare Battisti di oggi lasciando  tutto il comunismo armato e violento al Cesare Battisti dei funesti anni di piombo.

No, in realtà questa mia domanda è retorica: so benissimo perché Salvini ha aggiunto la qualifica di comunista a quella di sporco assassino: questa aggiunta significa una scelta di campo strategica, cioè: non voglio nessun nemico a destra. è un ammicco ai militanti di Casa Pound, di Forza Nuova, di Lealtà e Azione et similia. A gettare benzina sul fuoco ha provveduto Giuliano Ferrara con un tweet al fulmicotone: “Cesare Battisti, una vergogna nazionale multipla: il terrorismo, gli omicidi, la latitanza, le complicità, e l’accoglienza della preda finalmente catturata nello strepito dei demagoghi più schifosi, che nemmeno i cani col cinghiale”. Ferrara si riferisce alla spettacolarizzazione dell’arrivo di Battisti a Ciampino, trasformato per l’occasione in un set televisivo, con Salvini e il ministro pentastellato della giustizia Alfonso Bonafede a presentare, si fa per dire, gli onori di casa, o meglio la loro passerella sotto gli occhi delle telecamere, neanche tornasse dal lungo esilio un eroe nazionale.

Come se già questo non bastasse a toccare il fondo non solo del cattivo gusto ma, quel che è più preoccupante, dell’ignoranza o del disprezzo della normativa a tutela dei detenuti e degli internati, e, in particolare  dell’ art. 42 dell’ Ordinamento penitenziario, secondo cui “Nelle traduzioni sono adottate le opportune cautele per proteggere i soggetti tradotti dalla curiosità del pubblico e da ogni specie di pubblicità, nonché per evitare ad essi inutili disagi. L’inosservanza della presente disposizione costituisce comportamento valutabile ai fini disciplinari”.

Tanto che la Camera penale di Roma sta preparando un esposto contro il ministro Bonafede per la violazione del sopra citato articolo dell’Ordinamento penitenziario, anche perché il ministro della Giustizia ha montato e diffuso tramite la sua pagina Facebook un video intitolato “Il racconto di una giornata che non dimenticheremo mai” con le immagini dell’arrivo a Ciampino dell’ex terrorista comunista corredate da un brano musicale del compositore francese Bertysolo (a cui non è chiaro, sia detto en passant, se siano stati corrisposti i diritti d’autore). Da qualunque parte lo si consideri, questo video non depone proprio a favore della serietà e dell’avvedutezza del ministro Bonafede, il quale non sembra rendersi conto, tra l’altro,  della leggerezza commessa proprio sul piano della sicurezza, cioè mostrare a volto scoperto anche agenti che dovrebbero rimanere coperti. 


Nel video si nota infatti un agente che, accorgendosi di essere inquadrato dalla telecamera, si copre in fretta il volto con una sciarpa. Insomma questa trasformazione dello sbarco del detenuto Cesare Battisti a Ciampino in uno spettacolo di dubbio gusto e con aspetti di illiceità a fini di propaganda governativa si sta rivelando un calcolo sbagliato, oltre che  indecente, sotto tutti gli aspetti. Non per niente l’Unione delle Camere Penali italiane ha sentito l’esigenza di esprimere “tutto il proprio sdegno e la propria riprovazione per questa imbarazzante manifestazione di cinismo politico in una occasione in cui lo Stato aveva già dimostrato la sua superiorità senza gratuiti clamori.

Altro  è esprimere legittima soddisfazione per la conclusione di una lunga latitanza di un cittadino raggiunto da plurime sentenze definitive di condanna per gravissimi fatti di sangue, altro è esporre il detenuto, chiunque egli sia, qualunque sia la sua colpa, come un trofeo di caccia, con foto ricordo al seguito”. Ecco, proprio qui sta la differenza tra civiltà giuridica e legge del taglione, tra Stato di Diritto in cui tutti i cittadini sono (o dovrebbero essere) uguali di fronte alla legge e dittatura, in cui il Capo carismatico è superiore alla legge e come il monarca in uno Stato assoluto può dire: lo Stato sono io. Parimenti, se io mi arrogo il diritto di insultare un detenuto, sia pure esso il più spietato degli assassini, augurandogli di marcire in galera, mi pongo al di sopra della Costituzione e del Codice penale del mio Paese, che non concepiscono la pena come vendetta ma come mezzo per la rieducazione del condannato. Chiunque egli sia.

  FULVIO SGUERSO

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