La camera chiara di Biagio Giordano Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
LA CAMERA CHIARA DI BIAGIO GIORDANO

 Sono esposte in vetrina presso la sede della Carisa, ora Carige, in corso Italia 10, a Savona, fino al 3 aprile 2018, alcune fotografie artistiche di Biagio Giordano, autore ben conosciuto dai lettori di “Trucioli savonesi”, oltre che per le sue memorabili foto delle “casse” lignee da portare a spalla dalle confraternite cittadine nella processione del Venerdì Santo, e di monumenti e di scorci paesaggistici della  nostra città (notevoli le sue visioni notturne sul porto e sul Priamar),  anche per le sue originali e puntuali recensioni e critiche cinematografiche pubblicate ogni settimana su questa rivista online o inviate agli amici via Facebook. Giordano ha scritto di sé: “Vivo a Savona dal 1948, amo la fotografia, faccio ricerche sul cinema, la psicanalisi, la letteratura, pubblico ogni tanto qualcosa con un certo rigore metodologico”. Ecco alcuni titoli reperibili su Amazon.it (a cui si rinvia per la bibliografia completa): Stalking e Paranoia, un’esperienza freudiana; Uno sguardo sul cinema; Idee per una nuova critica cinematografica; Lingua e cinematica dell’inconscio: Fotografia tempo al cinema…Altro che ”qualcosa”; come si vede, Biagio Giordano ha già al suo attivo un notevole corpus di saggi critici e teorici sul cinema e sulla psicanalisi. Riguardo alla fotografia, sarebbe bello poter sfogliare  un catalogo ragionato dei suoi scatti sempre rivelatori di qualche angolo negletto della vecchia Savona e dei borghi abbandonati al loro destino di degrado dell’entroterra o di qualche rilievo decorativo di  edifici storici o di particolari significativi dei monumenti cittadini, osservati da un’inedita angolatura,  che per lo più sfuggono allo sguardo superficiale dei passanti non addetti ai lavori.


 Ma Rudy Giordan (come si firma su Facebook) ha scelto di restare fuori dal mercato dell’arte e dal circuito delle gallerie, grandi o piccole che siano; perciò, chi volesse conoscere in modo più approfondito la sua opera  è invitato a visitare l’ atelier dove  elabora in totale autonomia le immagini di determinati aspetti della realtà ricreati, non riprodotti,  nella sua personale “camera chiara” (cfr. Roland Barthes, La camera chiara. Nota sulla fotografia , Einaudi, 1980) Nella sua breve presentazione, Silvia Bottaro, curatrice della mostra, scrive: “Le sue fotografie mettono in luce ciò che ha scritto Helmut Newton: ‘Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare; tre concetti che riassumono l’arte della fotografia’”.


Vero. Tuttavia, a parte il fatto che quelli indicati da Newman, più che concetti sono, propriamente parlando, moventi, il modus operandi et videndi di Biagio Giordano è quanto di più lontano  possa darsi rispetto all’erotismo patinato e glamour del celebre fotografo di ‘magazine’ come Play Boy, Vogue o Vanity Fair ; caso mai, se proprio si vogliono cercare delle somiglianze nella differenza, la poetica di Biagio Giordano è più prossima a quella  degli odierni paesaggi metropolitani del milanese  Gabriele Basilico e,  ancor più,  a quella delle Città visibili, degli orizzonti  marini e delle statue antiche dal volto bellissimo ma sfigurato dal tempo del grande fotografo napoletano Mimmo Jodice.


Comunque sia, è evidente che Giordan, come ogni “Operator” (per adottare la terminologia di Roland Barthes, che, riguardo all’arte fotografica in generale, individua tre elementi strutturali: l’Operator , cioè il fotografo; lo Spectator, cioè chi guarda la foto e, infine, lo Spectrum, cioè quello che si vede nella foto medesima) mette in campo il suo punto di vista sulle cose inquadrate nell’occhio meccanico dell’obiettivo; non per niente alcune delle foto esposte in vetrina, quelle che offrono allo Spectator vedute insolite  degli alti spalti del Priamar tra mare e cielo nel crepuscolo della sera, o del bastione su cui si aprono due finestre, una murata, l’altra aperta che incornicia un pudico nudo femminile, sono intitolate Punti di vista . Di fronte al punto di vista dell’ Operator e allo Spectrum in quali e quanti modi può porsi lo Spectator? Secondo Barthes in due modi: lo studium e il punctum.


 Dal momento che chi scatta fotografie lo fa per fissare qualcosa che secondo lui  vale la pena di essere guardato e ricordato, chi guarda con interesse una foto si chiede che cosa l’Operator  gli ha voluto comunicare; ebbene,  lo studium consiste nello “scoprire le intenzioni del fotografo, entrare in armonia con esse, approvarle o disapprovarle, ma in ogni caso conoscerle, discuterle dentro di me, perché la cultura è un contratto stipulato tra i creatori e i consumatori”. Da un punto di vista sociologico, infatti, gli artisti sono produttori di oggetti culturali e i fruitori  di questi oggetti assumono il ruolo di consumatori; ovviamente, in questo caso,  di beni immateriali.


In quest’ottica il monumento in Piazza Mameli ai caduti di tutte le guerre di Luigi Venzano è anch’esso un contratto stipulato tra lo scultore e i cittadini riconoscenti a chi si è sacrificato perché ci sia pace tra gli uomini e non altre guerre e altri lutti. Questo è anche il messaggio che Giordan ha voluto raccogliere e ritrasmetterci intitolando Pace e futuro la foto che ritrae un particolare del monumento (la vedova seduta  con la bambina in braccio che la consola). Così è altrettanto chiaro il messaggio nelle mirabili foto del monumento alla Resistenza di Agenore Fabbri, in Piazza Martiri,  intitolate Libertà, e il  motivo per cui l’autore ha scelto proprio quel soggetto. Infine, che cosa dobbiamo intendere con il termine punctum ?

Si tratta di un elemento del tutto casuale non previsto dall’ Operator , che dipende in tutto e per tutto da chi guarda la fotografia; è lo Spectator che viene colpito (punto) da un certo particolare dello Spectrum, significativo per lui ma insignificante per altri, anche per lo stesso fotografo, per il quale, scrive Barthes: “la veggenza non consiste tanto nel ‘vedere’ quanto piuttosto nel trovarsi là e non altrove. Il punctum non dipende da lui; egli, semplicemente, si trova nel posto giusto al momento giusto”. Perfetto. Nondimeno è pur vero che non è l’occhio meccanico della macchina fotografica a scegliere la posizione e l’inquadratura giusta al momento giusto per cogliere quell’attimo fuggente che, una volta passato,  mai più ritornerà.

    FULVIO SGUERSO 

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