Fine dell'arte o arte della fine? Stampa
Scritto da FULVIO SGUERSO   
FINE DELL’ARTE O ARTE DELLA FINE?

E’ stato G. W. F. Hegel il primo a teorizzare non la morte (come erroneamente è stato detto in seguito, per esempio da Benedetto Croce) ma la fine dell’arte come era stata concepita nelle epoche precedenti alla sua Fenomenologia dello spirito (1807), alla sua Enciclopedia delle scienze filosofiche in compendio (1817) e alle sue Lezioni di estetica (pubblicate postume a cura degli allievi, tra il 1835 e il 1843); per Hegel, infatti, così l’arte classica come l’arte romantica (cioè cristiana) appartengono al passato in quanto non rappresentano più il medium materiale attraverso il quale traluce la divinità (o, in termini platonici, la bellezza divina della forma perfetta, l’opera finita che indica l’infinita trascendenza dell’idea); l’arte contemporanea si è come secolarizzata: non è più oggetto di culto religioso o apertura sensibile verso la verità e l’infinito ma solo fonte o di effimero piacere estetico o di riflessione critica (o di entrambe le cose); nel sistema hegeliano l’arte è destinata a risolversi nella religione e infine nella filosofia (ovviamente nella sua, culmine del pensiero occidentale).

 
G. W. F. Hegel

Nel Novecento, riguardo in particolare alle arti figurative,  a insistere sulla morte dell’arte è stato il crociano Giulio Carlo Argan; ma che cosa intendeva con questa espressione il famoso autore della Storia dell’arte italiana (1968) per i Licei e di tanti testi di critica militante sull’arte contemporanea e di saggi fondamentali come Progetto e destino (1965), nonché ottimo sindaco comunista di Roma negli anni 1976-1979? Ce lo spiega egli stesso in una nota sul “Sistema tecnico delle arti”: ”Allorché penso l’arte come componente di una civiltà che si è chiusa, mi riferisco al sistema tecnico delle arti in relazione con gli altri sistemi tecnici di produzione.

 
Giulio Carlo Argan

La questione a cui una parte di noi storici dell’arte oggi lavora è quella di sapere se e in quale misura i sistemi tecnologici moderni, che sono i sistemi dell’informazione e della comunicazione, dato che siamo passati dalla tecnologia degli oggetti a quella dei Circuiti, avranno, o no, una componente estetica. Questo è quanto si cerca non solo di accertare, ma anche di fare in modo che avvenga, perché gente che sia stata privata degli impulsi creativi e la cui immaginazione sia immobile è gente alienata. Credo che sarai d’accordo, oggi è difficile pensare che un pittore con tavolozza e pennelli possa creare capolavori paragonabili a quelli di Tiziano o Cézanne. Come sistema di tecniche legate al lento e personale rapporto del lavoro artigianale, l’arte ha certamente finito di esistere”. Argan è morto nel 1992, a Roma; chissà che cosa avrebbe pensato di una mostra come

 

Take Me (I’m Yours) “Prendimi (sono tuo)” , allestita per la prima volta alla Serpentin Gallery di Londra nel 1995, dal curatore svizzero Hans Ulbrich Obrist e dall’artista francese di origine ebraica Christian Boltanski. Come dice il titolo i visitatori erano invitati a impossessarsi di oggetti esposti, ma anche a lasciare qualche traccia o effetto personale a disposizione di altri visitatori, in modo tale da partecipare attivamente al “farsi” delle opere, o meglio, dell’opera collettiva costituita dalle singole realizzazioni dei vari artisti che esponevano in quel luogo e in quel tempo ma destinate a disperdersi fuori, e comunque a essere modificate dall’intervento dei visitatori;  i  quali erano liberi di manipolare, toccare, usare o consumare a piacere gli oggetti e le opere messe a disposizione.

 

Per esempio da Boltanski,  che esponeva il suo lavoro Quai de la gare consistente in un mucchio di suoi abiti usati in cui  chiunque poteva rovistare e scegliere un indumento da portarsi a casa, ma solo dentro una busta su cui era stampigliata la parola DISPERSION. Dal 2015 la mostra è diventata itinerante, ovviamente in versioni sempre diverse; l’anno scorso è arrivata a Bologna, città amata da Boltanski, e quest’anno è approdata all’Hangar Bicocca di Milano, visitabile fino al 14 gennaio del prossimo anno. L’ingresso è gratuito ma è d’obbligo acquistare, al costo di dieci euro, la borsina per gli eventuali oggetti da portarsi via. Insieme a Boltanski espongono una cinquantina di altri artisti, tra cui Bruce Nauman, Gilbert&George, Yoko Ono, Yona Friedman, Carsten Holler…Tra gli italiani si segnalano Patrizio Di Massimo e Cesare Pietrolusti. Il primo si espone come modello seminudo in un improvvisato atelier, il secondo mette a disposizione del pubblico tremila disegni incompiuti. Come si evince da queste brevi note, Take Me (I’m Yours) è una mostra all’insegna della provvisorietà, dell’indefinitezza, dello scambio, del donare e del ricevere, in cui ognuno può trovare qualcosa che gli piace e senza spendere un soldo (borsa a parte). Ma è anche un luogo in cui i cumuli di abiti usati di Boltanski ci parlano dello scorrere inesorabile del tempo, della memoria, del consumarsi dei ricordi e della vita stessa. Qui, più che celebrare l’arte dell’effimero, si celebra il funerale dell’arte e la sua DISPERSIONE.

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